Biografia


Daniel Alejandro Gómez, nasce a Buenos Aires, Argentina, il 11 Settembre 1974; attualmente residente a Gijón, Spagna.
Dopo una formazione in arte e disegno artistico con i professori Robin e Villanueva, si dedica al disegno figurativo per giungere ad Opere in tinta di penna a sfera su carta.
Sue opere sono state esposte:
Galeria Con el Arte (Spagna), esposizione con mostra di poesia; Xpressarte (Spagna), Galería de la Revista de Arte Iberoamericano; Mecenas (Spagna), Arte Visual XXI; Galleria della Artista plastica argentina Paola Vergottini (Argentina); Asociación Cultural Ars Creatio, Casino de Torrevieja, Sala José Hódar, Alicante, (Spagna), Galería de Ediciones Mondo Kronhela (Argentina), Revista de Arte Parussia (Spagna), esposizione con mostra di poesia, ARTANTIS (Italia), in Babylon Café (Italia), con artisti come Carlo Tosin, Jo Badamo, Alessandro Passerini, Mariacarla Taroni, e altri artisti; e con il mondialmente conosciutto artista e poeta belga Jan Theuninck.
Sue opere sono state pubblicate nell'importante rivista culturale spagnola Palabras Diversas, in forma di Poesia Visuale.
Opera in Collezione Museum ARTE GO, Padova , Veneto, Italia.
Autore di numerosi saggi artistici - estetici ricercabili in Les Signets de la Bibliothèque Nationale de France, Directory of Open Access Journals, Lund University, Svezzia, Open Access and Scholarly Information System, Ciencia e Tecnologia, Brasile, etc.

Opere visibile, per esempio, nel sito in lingua inglese, in english:

http://www.galleries-online.co.uk/artistgallery.cfm?artistid=1232&content=images

Tematiche













Daniel Alejandro Gómez, argentino di Buenos Aires attualmente residente in Spagna, incarna su di sé ricchezze e contraddizioni tipiche dei due Mondi da lui vissuti, il primo per nascita e il secondo per scelta, come incontro – scontro che genera e rigenera incessanti ricerche espressive.
E’ un artista poliedrico: poeta, scrittore e saggista estetico. Ma è, soprattutto, un ricercatore della unicità insita nell’individualità psichica dell’essere umano.
La sua duttilità artistica lo ha portato ad esprimersi attraverso un mezzo così comune da passare normalmente inosservato: la penna a sfera.
L’uso quotidiano della “biro”, cosi’ chiamata in onore del suo inventore ungherese Laszlo Jozsef Birò, è tradizionalmente confinato ad attività che poco hanno a che fare con l’Arte. Eppure la vischiosità dell’inchiostro che fuoriesce da quella piccola sfera metallica ha avuto suoi adepti nella applicazione su carta di appunti, studi e progetti, piccole e grandi opere artistiche nate, il più delle volte, da necessità istintive di tramutare il pensiero in fatto concreto.
Da questa esigenza di concretezza si è mosso Gomez.

Inizialmente motivato da una ricerca sulla linearità classica, il suo progetto ha preso una piega, un risvolto formale e semantico più pungente e, probabilmente, più attuale.
L’uso del tratto più marcato, ha conferito maggiore ricchezza visiva lasciando allo scorrere della penna a sfera la libertà di coinvolgere emozionalmente, interpretando il pensiero artistico e teorico dell’autore.
Nei suoi tratti si rivela particolare attenzione per l’espressione psicologica profonda dell´uomo: stati d’animo esageratamente pensierosi, ermetici, alienati, ma certamente non inverosimili, riscontrabili nella nostra realtà attuale.
Un punto di vista filosofico che, nella forma ritrattistica, trova e scopre la plasticità della Psiche contemporanea.
Un assunto che ha lasciato poco ottimismo nell’interpretazione del nostro mondo industrializzato e globalizzato visto attraverso volti ed espressioni colti dalla costante osservazione delle persone, dei propri simili, di se stessi.
Scaturiscono ritratti figli di tutte le incongruenze e di tutte le perplessità del nostro vivere: introversione, apatia, dubbiosità e, a volte, anche aggressività.

Nella realizzazione delle sue Opere, Gomez lavora su due piani distinti, due livelli diversi e successivi di preparazione del ritratto che diventano essi stessi motivi di interpretazioni in simbiosi l’uno con l’altro.

Il primo livello è la circostanza scenica, la base su cui poggia il vero e proprio ritratto.
Una scenografia di background formata disegnando un’esotica irrealtà: curve fantasiose, forme strane, illusionismo falsamente decorativo.
Apparentemente priva di qualsiasi significato, questa tecnica svolge, in effetti, la duplice funzione di far emergere la contraddizione del proprio vivere in una realtà che stride nel secernere la completa disumanizzazione e di consentire un apparire ancora più netto ed in primo piano dei soggetti.

Ecco, è proprio l’emergere dei soggetti da un mondo appena di là dei confini del disegno, oltre i bordi che il foglio di carta non limita, che crea l’aspetto più interessante delle Opere di Gomez.
Quasi volessero discostarsi, fuggire, allontanarsi da un mondo irto di intrecci e di inganni, i volti delle persone tentano di uscirne tradendo, con le proprie espressioni, il disagio del momento.
Ed è l’apparenza facciale di ogni soggetto che comunica gli stati d’animo in cui sono stati colti, evidentemente non preparati, quasi fotografati in un attimo di vita vera.

Si dice che il vero carattere di ogni essere umano abbia corrispondenza ed interpretazione nei suoi modi comportamentali.
Le espressioni facciali, le movenze rivelano la propria anima. Ancora di più svelano gli sguardi. Gli occhi come specchio dell’anima.
Gli occhi sono quindi gli strumenti di comunicazione, non filtrabili e non manipolabili, verso l’esterno del proprio modo di essere.
Esprimono ciò che le parole non possono elaborare: il pensiero irrazionale.
E lo fanno attraverso uno sguardo perduto, assente, apparentemente tranquillo, smentito dalla forma che assumono palpebre, iride e pupille: la gestualità degli occhi.

Il secondo livello di interpretazione delle opere di Gomez è il ritratto.
Si possono definire dei comuni denominatori che legano i disegni in una successione non temporale e cronologica ma espressiva e psicologica.
Posizioni erette, quasi rigide, come disciplinate in una postura di militare attenzione entrano in aperto contrasto con l’espressione facciale, sottilmente collerico in aperta negazione della semplice evidenza corporale.
Il metodo di lavoro, spontaneo e di getto, a tratti marcati, con la sfera della penna che percorre agitata la porosità del foglio, conferisce un ulteriore misterioso spiraglio di lettura.
Come mossa da apparente disordine, la biro, catalizza su di sé, come un’antenna ricevente, i messaggi visivi del mondo circostante e, forse, anche di un’altra realtà parallela a quella vissuta in quel preciso istante.
In questa dualità di pensiero emerge l’intimità che nasce tra l’Artista, il Mezzo espressivo e il Soggetto.

La Storia ci racconta che Laszlo Jozsef Birò, in una delle sue quotidiane passeggiate nelle strade di Budapest vide un gruppo di ragazzini che giocavano a biglie. In una strada, appena battuta da una recente pioggia, le palline di vetro si rincorrevano spinte dai lanci dei giocatori rilasciando, ogni volta che scorrevano oltrepassando l’acqua stagnante delle pozzanghere, una scia umida. Da questa osservazione, il Sig. Birò ebbe l’intuizione per la sua invenzione.
Laszlo Birò, dall’Ungheria, si trasferì a Parigi per poi approdare definitivamente in Argentina. La prima penna a sfera vide la luce proprio alla foce del Rio de la Plata: a Buenos Aires.

La scorrevolezza di quella invenzione disegna, oggi, ritratti, occhi ed anime.