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Testi critici


Scenari folgoranti di sole

Muoiono le civiltà, scompaiono le culture. Solo l’arte è immortale. Eterna è la memoria. Di quella che era la Sicilia degli anni del primo Novecento, la Sicilia contadina, altro non resta che qualche sbiadita testimonianza. Dove c’erano viottoli e trazzere, carraie e strade acciotolate oggi ci sono spaziose vie interpoderali. Dove pascolavano animali e risuonavano campanacci dal timbro metallico oggi sono parcheggiati automobili e trattori. La tecnologia ha invaso il mitico mondo della campagna e distrutto i millenari silenzi.
Di quell’universo di allevatori, di carrettieri, di trafficanti, di artigiani, di popolani e di massaie sopravvivono le fredde e immobili testimonianze dei musei. La vita dei contadini, con i suoi uomini forti e rugosi, scavati dalla fatica e dalla fierezza, con i suoi riti sacrali e uguali, scanditi dal ritmo delle stagioni e dai loro colori, climi e cieli, fondali naturali e strumenti di lavoro, è piombata nel consumismo chiassoso e falso dei nostri giorni.
La frattura è diventata traumatica, la sutura forse impossibile. La crisi di rigetto è diventata insuperabile.
Il figurativismo pittorico di Nino Santomarco si proietta tutto all’indietro per recuperare una dimensione memorialmente lucida e fedele, pur senza anacronistica melanconia o forzata artificiosità, attenta –caso mai– alla ricostruzione e riproposizione di immagini emblematiche della tradizione, ovvero di quella simbiosi ed osmosi fra uomo e natura che saldava un rapporto intrigante, pacifico e armonico fra territorio, ambiente, cicli naturali e operosità umana.
Così passato e presente si ricongiungono mediante i fili invisibili della memoria collettiva, trasferendo nell’alienazione e confusione del precario quotidiano le certezze e gli equilibri di quell’altra Sicilia.
Creatività e ricerca, documento umano e sua trasfigurazione, rispetto del reale e sua reinterpretazione, si coniugano in un equilibrio di forme e di tinte che si fissano sulle tele con esiti artisticamente nuovi e personali.
Santomarco fa riemergere nei suoi quadri un vissuto che si presentava interamente a misura d’uomo. Ai volti sensualmente accattivanti e ai corpi estremamente curati e abbelliti dai grandi sarti, quali appaiono sulle riviste di moda e sui rotocalchi che invadono il mercato della carta stampata e degli schermi televisivi, il pittore contrappone i lineamenti rudi e scavati, le mani grinzose e robuste degli uomini e delle donne di una volta.
Santomarco, insomma, individua e privilegia la rappresentazione del lavoro rurale, gli sguardi profondi e accesi dei pescatori, le attività dell’aratura, della seminagione, della mietitura, della vendemmia, della raccolta; e poi le fiere, le feste religiose, la creazione di manufatti, i paesaggi dei Nebrodi, i quartieri dei paesi montani, i luoghi, gli angoli e le scalinate addobbate di fiori. In primo piano, paesaggi lussureggianti e luminosi, immersi nel giallo, nell’azzurro, nel verde che realizzano una scrittura cromatica forte e mobile.
A volte prevale un’autonomia rappresentativa della realtà che esalta il divorzio dalla pura imitazione del percettibile, a volte domina un processo di assimilazione,
di compenetrazione e di idealizzazione del paesaggio, umano o naturale che sia.
Sono i Nebrodi la costante ispiratrice di tutta la pittura di Santomarco: i borghi, i ruderi le case in pietra coperte di tegole rosse, i ballatoi con le vecchiette che filano, gli angoli e gli scorci a muri screpolati, i monti lontani, azzurri e svaporati, gli alberi solitari che dominano vallate surreali, divise a fasce, che la luce fa vividi. L’esuberanza coloristica accentua i contrasti e sprigiona lo stupore che questa terra emana. Il pennello afferra così contenuti e segni, esperienze ed atmosfere, il calore stesso della vita. Creature e oggetti vivono fuori del tempo, in una mediterraneità vertiginosa e prorompente, che sembra ignorare i drammi e i guasti della civiltà del cemento.
Le giare stesse, i piatti e le sculture, da umili oggetti di argilla o contorte radici di alberi, si trasformano in oggetti d’arte, in figure bizzarre e simboliche.
In questi ultimi anni, insomma, le tecniche si sono raffinate, liberandosi delle scorie di un certo schematismo fotografico presente nelle prime produzioni e rivelano una tensione e un linguaggio più rigoroso e più formalmente disciplinato. A S.Agata in particolare e ai suoi dintorni Santomarco ha dedicato un’ampia tavolozza di impressioni che ne mitizzano momenti di storia, tradizioni e connotazioni marinare: una dichiarazione d’amore, in breve, scritta in una sorta di diario pittorico che si fa poesia dei luoghi stessi.

Salvatore Di Fazio

S.Agata Militello, 16 dicembre 1995
Motivo della mia pittura è la Sicilia, fonte costante d’ispirazione, in cui l’immagine dell’essere umano è predominante.
Dipingere è, quindi, per me una ricerca interiore, espressiva, in cui è sempre presente il sentimento; una pittura la mia rivolta ai drammi della mia terra, una favola che narra gli umili, carichi di affanni, che con grande dignità affrontano i problemi quotidiani della vita.
Dipingo la mia terra con i suoi contadini, i suoi pescatori con i volti bruciato dal sole, scavati dalle intemperie, induriti dai patimenti, in cui non si legge ribellione, né accusa, ma una grande dignità, una luce che sorprende e che affascina. E’ Proprio dalla coscienza della fatica umana che nasce e si trasmette la mia pittura.
Racconto la storia dei miei personaggi e insieme l’amore della natura che li circonda, con la sua luce, i suoi colori: il verde tenero del grano a primavera, il grigio bruno delle montagne, il grigio ferro delle sciare, il giallo dell’ardore estivo, della sabbia, il grigio argento dell’uliveto, il verde oro dei limoni, l’azzurro del mare e del cielo lontano, il rosso del tramonto, il biondo oro del grano maturo.
Il mio intento è sempre quello di esprimere sulla tela quello che sento dentro, quello che nasce dal profondo, quello che è memoria e che ci guarda da lontano, quello che rappresenta un messaggio di speranza, di passione, di poesia, quello che racchiude antichi valori della nostra civiltà che non devono essere dispersi ma recuperati e trasmessi alle nuove generazioni.
Cerco di raccontare la storia degli umili ai quali deve essere riservato dignitosamente il loro posto nella storia.
Nelle opere più recenti i miei personaggi sono la rappresentazione pittorica degli avvenimenti tragici che continuano a coinvolgere tanti popoli del mondo. La madre che stringe fra le braccia la propria creatura, metafora dell’amore più puro, i fuggitivi, con negli occhi il dramma della morte, della paura, mentre si aggrappano disperatamente alla vita, sono l’immagine dell’umanità sofferente di oggi e di sempre. Ecco perché i miei colori vogliono essere i colori della sofferenza che si mescolano ai toni della speranza.
Nino Santomarco
L’ISOLA DEL SOLE
Nella pittura di Nino Santomarco
Nino Santomarco dipinge ormai da alcuni decenni in uno stile a cui è rimasto sostanzialmente fedele fin dagli esordi. La parabola evolutiva, infatti, non conosce abbandoni o ricerche di nuovi soggetti, ma espressioni linguistiche più compiute ed originali, destinati ad illuminare con più esattezza di confini figure e paesaggi, oggetti e ambienti del passato e del presente.
Da quando nel 1977 vinse uno dei primi premi, in occasione della mostra su “Il divino e l’arte”, il catalogo dei riconoscimenti nei suoi confronti si è sempre più arricchito di ulteriori attestati, soprattutto di carattere critico. Nell’esposizione organizzata nel dicembre 2004 da parte del Comune di Sant’Agata Militello, la cittadina che bpiù frequentemente compare nella nutrita collezione del pittore santagatese, il processo di continua riappropriazione della memoria collettiva, che è la nota dominante del suo discorso figurativo, si è rivelato ancora una volta aperto al dialogo con le cose, con tutti quei manufatti del pensiero, cioè, in cui si è depositata la creatività popolare.
NINO Santomarco non si è lasciato stimolare dallo sperimentalismo, spesso trasgressivo e spericolato, di quest’ultimo secolo né dalla tentazione di percorrere strade inusitate ed incerte. Le correnti artistiche tipicamente novecentesche, fondate sulla libera ricerca dell’inedito e dell’informale, sia in termini di tecniche che di stile e materiali, non hanno trovato riscontro in questo suo genere di pittura che, senza troppo ancorarsi ad un figurativo calligrafico, interpreta con sensibilità moderna un universo iconico di immediata leggibilità e godibilità.
Nino Santomarco, insomma, fa suoi i modelli di una rappresentazione pittorica che possiamo definire classica, nel significato specifico dell’interesse e dell’attrazione per l’ordine naturale delle cose, per le loro forme vere, per i colori autentici. E’ questo il criterio o il canone artistico costante ed emergente di tutta la produzione, per effetto di una scelta radicale o di un credo personale: quello di dipingere la memoria, la memoria della Sicilia, la memoria del nostro territorio.
La memoria – ha scritto S.Agostino nelle Confessioni- è il “presente del passato” ossia la radice e l’alimento del presente. In una società come la nostra in cui è fatale la caduta della memoria, ossia l’eclisse del passato, per la frenesia dell’attesa, o dell’exspectatio, come la chiama il grande filosofo, il crepuscolo della memoria coincide con il crepuscolo della nostra identità e la cancellazione dell’identità coincide con l’insorgere dell’alienazione, che è il veleno del nostro tempo. In questo enorme, triste ed arido “villaggio globale” che è diventato il mondo, la memoria costituisce l’unico antidoto dello spirito, l’unico salvacondotto della civiltà umana, di quella indebolita humanitas che era per i latini e per i greci la cultura della centralità dell’uomo.
Si sente spesso ripetere che la nostra civiltà si salverà dalla catastrofe, se recupererà la propria memoria. E’ assolutamente vero.
Ebbene, l’epidemia dello sfacelo della memoria sta contagiando anche i nostri paesi e i nostri borghi.
Di anno in anno una fetta di memoria scompare, sacrificata al mito della tecnologia, dell’informatica, dell’elettronica, del cemento invasivo.
La pittura di Nino Santomarco percorre sentieri che si snodano in direzione diversa: dal presente va verso il passato, o per dirla con Sant’Agostino, dal “presente del presente” va verso “Il presente del passato”.
Il “presente del passato” sono le campagne libere dalle sanguinanti ferite delle cave che stravolgono il paesaggio, dalla palificazione cementizia e delle ciminiere fumanti al centro di maleodoranti complessi industriali. Sono le campagne animate da contadini che lavorano la terra, da umili raccoglitrici di olive, da pastori che custodiscono le greggi, da fontane e abbeveratoi che dissetano le bestie, da anziani ch confezionano canestri, da massaie che filano la lana, da mietitori che falciano il grano.
E ancora quelle in cui s’innalzano casupole e rifugi per attrezzi, in cui serpeggiano viottoli che attraversano prati immersi nel sole e nel verde, dove la vita ha una dimensione altra.
Quella di Santomarco è una Sicilia contadina e artigiana, la Sicilia di ieri e di mille o più anni fa; la Sicilia dei casali e delle massaie, dei paesi montani arroccati sui dirupi; dei quartieri popolati da case umili e semplici che si addossano l’una all’altra senza ritegno; dai borghi di pietra, antichi e pittoreschi, chiusi in una solitudine antica.
Le tele che sono state esposte nello storico castello di Sant’Agata, come pagine di un “album” di ritratti, conservano e comunicano insieme il fascino delle reliquie e gli odori e i sapori che furono di un mondo defunto.
Il termine “ritratti” lo trovo molto pertinente, perché – secondo una felice espressione di Vincenzo Consolo – Santomarco non interpreta, ma ritrae quello che è contingente, transeunte, precario; ripropone gli umili oggetti ma anche le buone cose di una volta; e ne fissa le immagini sulla tela per consacrarle al ricordo. Lo scenario e quello di Nebrodi con le spiagge affollate di barche o i boschi imbiancati di neve; coi paesi affondati nelle valli o i campanili sospesi sui pendii montani. Un racconto, questo, i cui segni grafici sono i colori forti, vivaci, abbaglianti, fino a farsi a volte essi stessi luce.
Dicembre 2004
Salvatore Di Fazio
…L’occhio assorto e talvolta incantato con il quale Nino Santomarco vede la Siciliaed in particolare quella più vicina a lui, quella che ha dentro di sé nell’animo e nelle vene; la Sicilia dei Nebrodi misteriosi ed affascinanti, invita alla ricerca e alla meditazione. Forse è ancora possibile riconoscendosi nel mondo rurale e contadino, che il mite Pasolini amava, e che ancora vive sui Nebrodi, riscoprire antichi valori umani e sociali. Ed in un rinnovato rapporto con la natura ritrovare la giusta misura dell’uomo del nostro tempo come misura di tutte le cose.
Palermo, marzo 1978
Accursio Di Leo
Regista e Attore
Il paesaggio di Santomarco “luogo dell’anima”
La realtà del Sud, il mondo del lavoro con i suoi personaggi segnati dalla fatica e la natura più rigogliosa che vive, sorregge e lega gli uomini alla terra, sono le tematiche salienti della pittura di Nino Santomarco, condotta con un linguaggio teso verso esiti decisamente veristi che penetrano a fondo nella realtà di una condizione di vita determinata da fattori economici, sociali e culturali che spesso mortificano pur legittime aspirazioni e necessità vitali.
Consapevole del messaggio che una tale poetica comporta, Santomarco evita accuratamente di cadere nella seduzione del pittoresco o dell’oleografico, testimoniando invece con estrema serietà e sobrietà la propria concreta partecipazione al dramma della propria terra.
Ugualmente la sua rappresentazione è aliena da qualsiasi implicazione puramente intellettualistica e tende piuttosto a cogliere attraverso l’osservazione di espressioni e gesti emblematici la verità più profonda e i significati di più complesso contenuto morale che affiorano dall’evidenza del vero.
La pittura di Santomarco si fa così testimonianza e rivelazione di quelle istanze non facili che trasformano a poco a poco, impercettibilmente ma implacabilmente il corpo e l’anima degli uomini e rappresenta il fardello di esperienze vissute e calate nella consapevolezza di un destino contro il quale si è chiamati ineluttabilmente a lottare in una gara che via via si trasforma in una prova di resistenza fisica e psicologica che l’uomo del sud vince sempre portando però indelebilmente evidenti i segni e le cicatrici, tracce di ben più profonde e incancellabili ferite sofferte dallo spirito. Il grande rifugio, la ricchezza di cui non si può essere privati nel sud, è allora quella stessa natura cui si è legati da ferree ragioni di sopravvivenza, ma che viene nello stesso tempo sentita come il luogo delle proprie radici, un profumo che comunque rimane nel sangue e che appartiene al proprio essere e dipende dall’essere nati lì; una presenza che non annulla la povertà e le fatiche di vivere, ma che nessuna povertà e nessun disagio della vita possono annullare.
Il paesaggio di Santomarco si fa così luogo dell’anima, un paesaggio interiore che rivela tutta la sua bellezza incontaminata e quasi selvaggia, proponendosi come l’ambiente in cui potrebbero realizzarsi le ineludibili aspirazioni di armonia con se stessi e con il mondo.
Attraverso una pittura che corrisponde perfettamente alle tematiche che si è chiamati a rappresentare, sostenendone l’elevata cifra comunicativa, Santomarco offre l’esempio di un’opera che si rivela con evidenza frutto di una totale immedesimazione e di un impegno profondamente etico oltre che artistico.
G. Malaspina




La realtà estetica nella concezione artistica di Nino Santomarco

Il lavoro di Nino Santomarco basa la sua concretezza estetica sulla descrizione della natura. In tal spinta vi è un atteggiamento romantico che trae spunto dai fattori interiori non tanto per trarre soluzioni impressionistiche, quanto per mettere in luce i valori emozionali. In questo è l’indice di un’attenzione al soggetto che si palesa anche negli ultimi lavori.
In ogni caso si nota una tavolozza meditata, un senso di riflessione che non impedisce una ricerca di vaporosità; la visione oggettiva cede perciò il passo ad una ricerca interiore che costituisce il dato più suggestivo di una pittura dai contenuti indubbiamente complessi.
La forza che ne caratterizza le immagini rivela inoltre l’assimilazione di fattori espressionistici che non escludono memorie classiche. Nel suo mondo accentuatamente fantastico non mancano riferimenti alla realtà colti con tagliente senso d’ironia.
I fattori cromatici e la cadenza dinamica delle superfici conferiscono sempre alle sue composizioni un singolare senso d’armonia e d’equilibrio.
Grandi masse cromatiche costruiscono così le figure dei personaggi, portatori di un complesso fardello di esperienza vissute e assimilate nella coscienza e trasformate nella consapevolezza del proprio essere e del proprio destino.
Pur nella meticolosa analisi dei particolari egli tende tuttavia a sintetizzare le sue immagini in una luce calda e intensa che esita i sapienti scorci, l’atmosfera ambientale e le commosse evocazioni dei borghi e della campagna. Ne scaturisce un’emozione sincera che traduce in poesia le immagini di una realtà sopravvissuta e incancellabile, che fanno della pittura di Nino Santomarco un complesso qualitativo di artistica cultura.
F. Occhipinti

Tratto dal
“Grande Dizionario illustrato dei Maestri dell’Arte Contemporamea” VOL:1—Ed. 1984-85
Copyright 1985 By Ente Biennale d’Arte — La Spezia

Una verità che si approssima a diventare memoria

Senza alcuna paura di riannodare i fili con il proprio passato, cioè a dire con la propria tradizione e con la propria cultura, anzi questa esibendo e, prima, spremendo come fertilissima fonte, Nino Santomarco ha operato una sua scelta precisa; e lì la sua pittura è rimasta, in un ambiente agreste e contadino, a narrar le storie di un “quotidiano” semplice ed umile.
La scelta iconografica del suo lavoro, ha a mio parere, una sua importanza che va sottolineata perché rappresenta il punto di partenza per una più approfondita conoscenza di questo artista.
I campi al tempo della raccolta del grano, quando una nebbia d’oro sembra calare su tutto e tutto colorare; la fatica di una semina cui si incurvano donne che, pur rimpicciolite nel gesto conservano intatto il loro spessore monumentale; i tetti di un solitario e pulito paese, dove non passo d’uomo avverti, ma piuttosto i bisbigli che dalle stanze pervengono: questi e tanti altri sono i temi trattati da Santomarco e rappresentano non una semplice opzione figurativa, ma proprio un atto di fedeltà e di acconsentimento a quella civiltà contadina le cui tracce si stanno smarrendo, sacrificate come sono a quel che ci ostiniamo ciecamente a chiamare progresso.
Ebbene, l’artista, le cui radici si rintracciano a S.Agata Militello, un centro della provincia messinese, non volta le spalle alla sua terra, né improbabili fughe tenta, ma proprio lì si aggira quasi a cercare un tempo perduto che nella tela diventa “tempo ritrovato”. Ed ecco che i suoi quadri, visti in questa luce che non è dunque limite, ma scelta culturale, diventano disarmanti proprio nella lor semplicità, nel loro offrirsi al gusto di un “racconto.
L’artista spreme dalla tradizione il grumo delle cose da dire ed a queste piega una stilizzazione che potrebbe apparire a prima vista naive, se non celasse in sè squarci di malizioso mestiere, già in grado di essere dolcissimo strumento.
Così in questa “Sicilia ritrovata” di Santomarco si respira l’aria della campagna, la fatica del contadino ma, accanto ad essi, si avverte anche la prosecuzione di un certo tipo di pittura popolare, che sfugge all’inganno e si accosta umilmente a rappresentare
una verità che si approssima a diventare “memoria”.
Il pericolo di una illustrazione didascalica o calligrafica viene poi evitato da Santomarco grazie a certe sue composizioni che portano quel sapore pulito di pane cotto in casa, di armadio dove si conservano lenzuola di lino, di bucato fatto alle fontane.
Ed è proprio questo sapore che si fa colore ed invade la tela che così si offre non tanto come sterile descrizione o duplicazione della realtà, ma quasi come ultima testimonianza.
Il racconto allora assume il tono doloroso come di “addio”, e al tempo stesso conserva quello gioioso, come di inaspettata scoperta: duplice corda tra cui si tende una pittura che la sua semplicità e la sua ingenuità, innnocente e colta in egual misura, non nasconde ma piuttosto esibisce: questo in sostanza volendo dire.
Lucio Barbera
Critico d’Arte della Gazzetta del Sud
La Sicilia Umana e Religiosa di Nino Santomarco

E’ un’esperienza sempre accattivante lanciare sul passato un ponte di memorie, riannodare le fila che ne impediscono le traumatizzanti fratture, riappropriarsi dei suoi contenuti più fecondi e suggestivi per ricostruire—in un intersecarsi continuo di emozioni diverse—quel che è stato: quel che è stato il nostro “ieri”, quel che di esso sopravvive ancora oggi, i segmenti culturali che misteriosamente ci saldano con un mondo più o meno remoto, in una dialettica che rende conto del vissuto e che apre ignoti spazi alla intelligenza non solo di grandi e piccoli eventi della vita umana e del rincorrersi delle stagioni, ma anche di singoli momenti della quotidianità, più spesso saldati al fascino delle piccole cose ritrovate.
“Siamo il nostro ricordo, un museo immaginario di mutevoli forme, un mucchio di vetri rotti…”, scriveva il poeta argentino Borges in una sua lirica; per cui nessuno può affermare di vivere senza quella banca di prestiti che la memoria concede, complice essa stessa, a che ne fa richiesta. Non a caso, inoltre, gli antichi Greci,tramandarono che le nove Muse erano figlie della Memoria, madre dunque di tutte le arti, anche di quelle che più polemicamente e più esplicitamente rinnegano tale maternità.
Nino Santomarco, ormai da anni, si confronta e persegue la dimensione del recupero, la proustiana ricerca del tempo perduto, avvertendo come bisogno ineludibile la pressante necessità di riconciliare il passato con il presente, l’assoluto dell’arte con il relativo del tempo, la categoria dell’ieri con la fenomenologia dell’oggi e riproponendo alla gratificante fruizione dell’uomo contemporaneo deprivato del soffio vitale della memoria, le immagini di una civiltà per molti aspetti a misura d’uomo. Santomarco antepone ai miti e alle illusione della nostra civiltà le certezze e i valori positivi di una Sicilia arcaica e contadina: ai paradisi arteficiali del consumismo e del benessere fisico la sobrietà e la parsimonia del vecchio mondo rurale; ai volti sensualmente affascinanti in cui simboleggia le femminilità odierna i lineamenti scavati e rugosi, gli sguardi profondi e intensi, le mani grinzose e robuste degli uomini e delle donne di una volta.
Il pittore, insomma, individua e privilegia la rappresentazione delle fatiche, la ritualità dei gesti, la sacralità del lavoro dei campi, scandendole in sequenze regolari e attente sulla clessidra dei cicli stagionali: l’aratura, la seminagione, la mietitura, la rimonda; ovvero la vendemmia, la lavorazione, la trasformazione dei prodotti della campagna; le fiere, le festività religiose, le varie fasi della creazione di manufatti artigianali: il tutto sullo sfondo di paesaggi lussureggianti e luminosi, esaltati da una violenta solarità e da una superlativa bellezza di forme.
Eppure, Santomarco non scivola sul facile vacheggiamento di epoche sepolte, frettolosamente associate alla fuga dal malessere contemoraneo. Indugia, al contrario, su una scrittura cromatica e su un ventaglio di proposte e di provocazioni che lasciano convivere due direzioni di tendenza: l’una che stimola verso una sempre più proclamata autonomia rappresentativa della realtà, verso il divorzio dalla iniziale documentazione-imitazione del percettibile, l’altra che induce all’assimilazione, alla compenetrazione e alla interpretazione di quel mondo che genera l’ispirazione. In equilibrio fra questi due versanti, le tele di Santomarco registrano nell’attimo stesso in cui filtrano e decantano i momenti, i segni, le testimonianze della cultura antropologica ed etnico-religiosa della nostra gente.
Un autentico sentimento di stupore accompagna il processo di penetrazione della realtà, mentre il pennello afferra contenuti e sintetizza esperienze e atmosfere. Le immagini così create restituiscono l’intatto colore del tempo, liberato però dalla patina di un rischioso gozzaniano crepuscolarismo.
La plastica fisicità dei contadini, la rusticità sugggestiva dei quartieri medievali, la prorompente ricchezza degli scorci paesaggistici, le umili creature che vivono fuori del tempo, e persino i profondi silenzi non ancora profanati dalla civiltà della macchina, affidati sempre alla vertigine dei colori mediterranei che l’autore adopera con compiacimento, fanno dei quadri esposti in questa mostra un prezioso itinerario artistico attraverso i luoghi più cari della memoria collettiva siciliana.
E questa memoria si carica di echi, suggestioni,stimolazioni, riproposti, ancora una volta, in riletture levigate, sdrammatizzate, idilliache; in fogli d’album attraverso i quali ci si accosta all’isola millenaria del mito, alla terra del sole e dell’ulivo.


Dino Ales
Critico d’Arte– Palermo
Solo la memoria ancora ci salva

Viviamo, o sopravviviamo, di memoria, della memoria come linfa che ci viene dal passato, che ci nutre nel presente, che ci fa procedere in vista di un qualche lume nella notte del futuro.
Nel mondo d'oggi, in cui la nuova peste è la perdita della memoria e dell'identità; nelle immani fosse comuni che sono le metropoli in cui s'ammassano uguali sagome dalle teste piene di paglia come gli eliotiani uomini cavi; in questa terra desolata, in questo unico, squallido, elettronico grande villaggio. La memoria ancora ci salva, ci fa essere diversi, uguali a noi stessi, ci fa sapere da dove veniamo, chi siamo e dove andiamo. Questo bisogno, questa fame di memoria ci fa cercare oasi come cammelli nel deserto, come naufraghi, isole qua e là affioranti nel mare dell'indistinzione, come pietosi badilanti frammenti, reliquie d'una catastrofe storica e naturale.
Nino Santomarco è un pittore che vive di memoria. Che, nel contagio che ha toccato ormai le nostre più remote e riparate contrade, va cercando con pazienza e con amore quanto sopravvive, quanto ancora è vero e ci viene da lontano.
Cerca, ritrae e cataloga, con quell'appassionata cura dei conventuali che dalle ingiurie del tempo salvavano preziose pergamene in disfacimento.
Cerca e ritrae reliquie di natura e di paesaggio, di fatica, di idilli, di gesti nobili e antichi di quel mondo contadino finito appena ieri. E c'è innocenza, semplicità e candore in quello che fa. Una naivetè nè istintiva e nè voluta, ma dettata dalla memoria e dal rispetto per la sacralità delle reliquie. Perchè egli si è trovato a vivere la sua adolesccenza nel momento della Grande Trasformazione: da qui lo struggimento per un passato irrimediabile, l'amore trepido per tutto quanto è superstite.
I suoi colori sono quindi primari, luminosi e puri, le sue linee sono fedeli a quelli dell'oggetto.
Egli non interpreta, ritrae. Ma il suo ritrarre non è il freddo riprodurre la realtà di certi pittori, che gareggiano a volte con la fotografia o volutamente approdano a ribaltamenti di tipo metafisico, il suo ritrarre è insieme ritrarre la realtà e la memoria: immettere cioè ogni volta sulla tela quella commozione provata la prima volta che si è trovato a guardare (e a vivere in) questo mondo.

Vincenzo Consolo
S.Agata Militello, 4 maggio 1984