Biografia

Formazione artistica

Lorenzo Chinnici
Nato a Merì (Me) nel 1942, Lorenzo, appartenente alla stesso ceppo familiare di Rocco Chinnici, si interessa fin dall’infanzia ai colori e all’arte.
Il primo insegnamento lo riceve da Renato Guttuso che conosce nel 1953 a Barcellona
Pozzo di Gotto in occasione di una esposizione.
Il Maestro, colpito dall’attenzione ai dipinti di quel “picciriddu” si offre di insegnargli a dipingere.
Più lungo sarà il sodalizio con un pittore compaesano: Salvatore La Rosa, noto con lo pseudonimo Furnari. Questi , già stabilitosi in Liguria, nei suoi rientri in Sicilia al paese natio conosce il piccolo Lorenzo che dopo l’incontro con Guttuso è ormai irrimediabilmente attratto dall’Arte pittorica.
Sarà Furnari a regalare a Chinnici i primi colori e ad iniziarlo ai segreti dell’arte. Diverse volte Furnari esporrà col suo allievo, almeno fino all’inizio degli anni 60 del ‘900.

Nel 1965, nel corso di un’ estemporanea frequentatissima, Lorenzo Chinnici è notato e premiato da Salvatore Pugliatti, emerito giurista e Rettore dell’Università di Messina , noto estimatore delle arti.

Nel frattempo Lorenzo Chinnici si è diplomato e diventa così Artista professionista.

Nel corso della sua vita saranno molti gli incontri con altri artisti, spesso derivati dalla frequentazione con l’illuminato gallerista della Meceden di Milazzo, Nino Caruso, che dal 1969 in Sicilia e anche all’estero si occupa dell’arte di Chinnici.

Lorenzo ha anche modo di frequentare la Bottega d’Arte di Salvatore Fiume, con cui stringe un forte rapporto umano che vede anche lo scambio di dipinti tra i due in occasione di avvenimenti familiari.

Procedendo negli anni si infittiscono le conoscenze con altri grandi artisti: Mario Rossello, Giuseppe Migneco, Aligi Sassu, Ernesto Treccani, Ugo Nespolo.
Sempre in queste frequentazioni Chinnici ha dei riscontri positivi dai colleghi, riscontri che sempre più lo consolidano nella sua vocazione e nel suo impegno artistico, fortificandolo nel dolore della malattia che lo affligge da sempre.

Dopo i 40 anni il carico di dolore aumenta e Lorenzo, che non perde mai il fuoco della passione artistica e dell’amore per la sua terra, se ne strappa, negli anni ’80 e ’90 del ‘900, per ritiri spirituali ad Assisi.
Questi momenti di profonda introspezione aiutano l’Artista a ritornare alla pittura nuovamente forte e determinato a fare sempre più e sempre meglio.

Schivo dalla notorietà, disinteressato alla pittura commerciale, al facile successo, Lorenzo Chinnici afferma di dipingere per sè stesso, solo per elaborare e tirar fuori gli stati d’animo che si avvicendano in lui.

Chinnici ha seguito, negli anni, la sua ampia vena artistica, che gli fa praticare qualunque tecnica, dall’acquarello al murales, dall’affresco al sasso.

Continua a vivere e a lavorare in Sicilia.
Da tempo è testimonial per le Maculopatie.

Hanno scritto di lui critici: L. Barbera, M. Truscello, G. C Capritti, Maugeri, Nasillo, N. Billè, S. Greco, N. Ferrau, S. Pugliatti, E. Caruso, Nino Cacia, M. Danzè, G. Anania, N. Ferrara, A. Sciuto, M. Francolini, F. Pasini, G. Gaudio, F.Baglini, S.Feder, B.Nickolls, C.Carducci, Eddie Comey, G.Cardone, T.Forrest, YM.Lane, E. Catalano.
Il suo nome figura nelle più note e accreditate pubblicazioni d’arte italiana contemporanea.

Bibliografia



The Synergy of Sons
Lorenzo Chinnici e David Kent: due artisti, due nazioni, due mondi paralleli, si rincontrano dopo quarant'anni a Milano e Londra attraverso il progetto "The Synergy of Sons”.

" The Synergy of Sons" è il titolo del progetto nato dalla passione di due figli d'arte che, dopo un susseguirsi di fatalità verificatesi a Giugno dell'anno corrente a Londra, hanno unito le loro energie nella creazione di un progetto artistico che parte dal vissuto e dalle opere prime dei loro genitori: due artisti, due mondi paralleli, due nazioni Italia e Inghilterra, Lorenzo Chinnici e David Kent.
Il progetto mira alla realizzazione di due eventi culturali a Milano (Six Inch, 29 settembre - 05 Ottobre) e a Londra (Menier Gallery, 2 -7 Novembre) nei quali saranno esposte le opere del Maestro Italiano Lorenzo Chinnici insieme al Maestro inglese David Kent.


Un consueto pomeriggio uggioso londinese. Giugno. Il figlio di Lorenzo Chinnici attraversava le numerose e pittoresche vie della capitale inglese. Era in vacanza per qualche giorno a Londra. Fu proprio durante questo suo soggiorno che accadde qualcosa di apparentemente inspiegabile:
Lui decise di sostare in uno tra i tanti invitanti locali del quartiere Brick Lane, spinto dal desiderio di mostrare ai suoi amici un quadro che, esposto sulle pareti di un locale, l'aveva particolarmente colpito.
Improvvisamente, proprio mentre il figlio dell’artista italiano insisteva sulla profondità del blu cobalto e sull'eleganza delle linee intersecate, un uomo sulla quarantina s'intromise di forza nella conversazione, tentando di interpretare a sua volta la bellezza del dipinto.
L'uomo non tardò a presentarsi, si chiamava William, ed era il figlio del noto Maestro inglese David Kent.
Dopo qualche istante tra i due si ruppe l'imbarazzo iniziale: il figlio di Chinnici, in particolare, sentì da subito un'intensa empatia e decise di rivelare a William che anche suo padre, Lorenzo Chinnici, era un artista.
Ciò che accadde a questo punto sembra davvero incredibile: William rimase pietrificato, fissò il figlio di Chinnici incredulo e, afferrando repentinamente il proprio telefono cellulare, mise in contatto suo padre per avvertirlo che il destino di quel pomeriggio londinese lo aveva portato di fronte al figlio di Lorenzo Chinnici.
Dall'altra parte della cornetta, stentando a crederci David Kent balbettava stupore e commozione. Quarant'anni prima. Stessa città. Stesso quartiere. Stesso pomeriggio uggioso. Un giovanissimo Lorenzo Chinnici esponeva una delle sue prime opere all'interno di una mostra collettiva di fianco a quelle prodotte da David Kent. In quell'occasione tra i due non mancarono apprezzamenti e cortesie che, quasi naturalmente, culminarono nell'amicizia che, loro malgrado, non ebbero occasione di coltivare.
I figli dei due artisti, uniti dall'emozione del loro incontro, decisero di dare un senso profondo a quel momento e pensarono di realizzare un progetto con l'obiettivo di far rincontrare dopo quarantuno anni i due padri, insieme alla loro arte, simbolo della loro amicizia e dell'unione di due grandi nazioni, Italia e Inghilterra.


Il progetto si sviluppa attraverso le note di Florencio Cruz, noto musicista argentino che innamoratosi di questa storia e dello stile artistico dei due Maestri, li accompagnerà in veste di testimonial.
Lorenzo Chinnici è oggi un pittore ipovedente: colpito da maculopatia, ha perso la vista da un occhio mentre ha con l'altro una visibilità ridotta del 40%, vizio destinato a degenerare di anno in anno. Ciononostante, la sua energia e la sua forza gli consentono tuttora di realizzare grandi capolavori. Analogamente, seppur in forma lieve, David Kent, in passato, affetto da glaucoma, continua a creare dei grandi capolavori. Gli artisti hanno scelto di comune accordo di fare delle donazioni all'associazione " Blind Children in the U.K.". Inoltre, anche la Menier Galery, galleria londinese che ospiterà l'evento artistico, devolverà gli incassi dell'affitto alla Charity " Paintings in the Hospital ".
Gli eventi saranno contornati da spettacoli in onore dei due Artisti.


Certe accorate presenze figurative di Lorenzo Chinnici si situano sui paesaggi densi di colore scanditi con ritmi robusti che ben completano la ieraticità di certi atteggiamenti.

Giuseppe Nasillo

Il paesaggio reale di Chinnici
La pittura di Chinnici, omogenea nella sua stesura policromatica, piace per diversi motivi. Innanzitutto perché è una pittura pulita, geometricamente contenuta entro contorni ben precisi che esprime già da sé una padronanza non comune del disegno. In secondo luogo perché non è il disegno in sé a dare risalto ai soggetti e comunque non solo il disegno, ma anche la scelta e l’accostamento dei colori, non utilizzati soltanto come fatto riempitivo, ma come contenuto, ovvero come intima pienezza delle cose. In terzo luogo, questa infonde, una sensazione quieta ed acquietante che fa desiderare quei posti e che li avvicina alle nostre aspirazioni come ideali momenti di riposo e di relax.
Forse c’è anche un messaggio in questa definizione della natura chinniciana, un messaggio o un invito, se così vi pare, ad amare di più la natura e sentirla come elemento importante della vita dell’uomo, per rispettarla anche meglio e non gustarla con montagne di cemento e con lunghi nastri d’asfalto, freddi d’inverno e roventi d’estate. La natura di Chinnici mi richiama elementi bucolici, angoli di verde curati dall’uomo per il suo civile crescere e vivere, squarci di vita marinara tenuti ordinati per una minore sofferenza dell’uomo nel lavoro.
E non mi sembra neanche del tutto esatto definire la pittura del Chinnici come trasposizione concreta del reale a seguito di una sommaria e fedele lettura del presente. Ci sono infatti talune sue marine-posteggio di barche in cui su qualunque realtà aleggia un velo di fantasia, una visione quasi onirica delle immagini che in alcuni casi sono tenute appositamente ferme in una contornazione precisa ma non lineare, quasi trasbordanti in un alone velato da un pizzico di contenutismo irreale.
Guardate a mò d’esempio le marine con barche e i paesaggi con case. Qui il Chinnici, più che sottolineare il suo profondo amore per la natura, che pur c’è, tenta anche di colloquiare con essa. Tenta cioè di stabilire un rapporto sensitivo, uno scambio di reciproca collaborazione: io natura ti dò la vita e tu uomo mi mantieni ordinata e pulita, senza degradarmi, senza uccidermi. Forse c’è anche questo messaggio nei quadri naturalistici del Chinnici, una sorta di poesia a colori volta a cantare la semplicità della vita campestre e marinara, per contemplarvi un ideale di beatitudine e di serenità dell’animo, pago di quanto la natura offre e la civiltà dell’uomo non ha ancora viziato e contaminato.
Né sfugge a questa considerazione l’atteggiamento stesso dell’uomo che, là dove trova spazio e misura nel quadro chinniciano, diventa protagonista pensoso e riflessivo, quasi religiosamente rispettoso della natura in cui si trova e dalla quale ricava spunti per una meditazione metafisica, come chiunque può leggere nei quadri dove vi sono i vecchietti seduti sulla marina solitaria.
Ma Chinnici, naturalmente, non è tutto qui. I suoi quadri vanno visti anche in una inquadratura arredativi moderna, lontano dai cliches del classicismo tradizionale, per ricercare soluzioni riempitive che oltre la forma hanno anche la validità del contenuto decorativo.



Salvino Greco

Nella figura c’è quasi sempre qualcosa di sofferto, di triste e di malinconico; c’è un clima di dramma e talvolta anche di tragedia che comunica al cuore sensazioni di pena raccolta in angoli di solitudine, proprio come quella di certi pescatori e di certe maternità senza sorriso.
Forse in quelle figure, strappate dall’autore alla realtà, ci sono ricordi e le visioni di un’infanzia tormentata e di un’adolescenza insicura, già testimone ed erede, di tante rovine di guerra.
Sono figure senza retorica che si offrono, oltre che come immagini, come messaggio, qualche volta anche come rimprovero o ammonimento affinché ogni dopo guerra non rischi di diventare un anteguerra, come purtroppo avviene molto spesso.
I temi più ricorrenti, sono la sofferenza e il lavoro. Accanto al quadro raffigurante il pescatore che rammenda le reti, c’è quello che raffigura un uomo di mare che… non fa niente. Ma chi può dire che guardare il mare e pensare sia ozio? Quel pescatore lascia indovinare il travaglio dei suoi pensieri e delle sue ansie, anche se ci volta le spalle; egli contempla le onde e le nuvole, interroga l’orizzonte e vede che non è molto sereno.
Così Lorenzo Chinnici, attraverso i suoi personaggi, si palesa come un artista che riesce a dare un colore anche ai pensieri degli stessi: e sono, molto spesso, pensieri grigi che muoiono soffocati dalla noia, dall’apatia o dalla rassegnazione: quella rassegnazione che non piace a Guttuso e che nei suoi personaggi diventa più volentieri ribellione.


Nino Ferraù

Si potrebbe dire che molte qualità insite nelle opere, sono insite anche nell’autore, ed è naturale che sia così, almeno per quelli che della sincerità fanno una legge e vedono nell’arte l’antitesi dell’artificio. Egli è modesto ma non timido. Non è un carrierista ma i sorpassi dei vari attivisti e dei pluri reclamizzati non lo innervosiscono. Non invidia il collega che, anche con meno meriti, sta più in alto di lui nelle graduatorie ufficiali, tanto, si sa che i trampoli non fanno parte della vera statura d’un uomo. Pur essendo autodidatta in pittura è un uomo di scuola. Fu sui banchi ora è in cattedra, e non di meno resta convinto che le lezioni più grandi e più indelebili non vengono mai da un corso regolare di studi, ma piuttosto da un corso irregolare di esperienze vissute. Nel mondo artistico moderno che mantiene i suoi rapporti più sul filo dei giudizi che su quello degli affetti, egli ci tiene molto a quest’ultimi e non crede in un arte cerebrale che si faccia sorda alle ragioni del cuore e a quelle istanze sociali che sono il lievito di quell’eterno tradito che è il vangelo di Cristo. Con questi presupposti che testimoniano una conseguita maturità e un equilibrio interiore che si rivela tanto nell’uomo che nell’artista. Lorenzo Chinnici si inserisce con la sua arte nella panoramica delle nuove generazioni, con quell’autorità che viene dalla energia qualitativa dell’arte stessa e non dalle astuzie ipnotiche della reclame dai centri di quel potere economico che forse mai come oggi è apparso tanto inquinato di faziosità e di ingiustizia.

Nino Ferraù

La vera e grande povertà dei poveri non consiste tanto nel loro stato economico quanto nel loro stato mentale. Ma quando gli uomini non hanno più ideali, allora è meglio che non abbiano neppure idee, poiché ad avere solo quest’ultime, non illuminate da quelli, si finirebbe col metterle al servizio dell’egoismo e spesso anche del delitto.
Sembra che nei poveri di Chinnici ci sia la presenza del pensiero non come giustificazione d’un tesseramento politico, ma dei pensieri come rodimento interiore e condizione umana di chi sa che sotto tutti i governi dovrà soltanto lavorare e pagarsi il pane, la casa e la tomba.
Tutte le figure di Chinnici mi hanno costretto più o meno a pensare e ad internarmi in una problematica con facili porte di entrata e incerte porte di uscita. Ma, passando alla disamina dei paesaggi, mi sono trovato come davanti alle opere di un pittore diverso; non dico in meglio o in peggio, ma soltanto diverso, capace, infine, di impegnare più il sentimento che il pensiero, e quindi musicalmente più riposante, più lirico, mediterraneo.
In realtà, il contrasto tra questi due aspetti di una produzione artistica non dovrebbe stupire, né essere considerato come una incompatibilità, tanto meno come una contraddizione o come una stonatura. Basta pensare alla dolorosa tristezza delle tragedie greche.
Erano tragedie, sempre tragedie, ma venivano rappresentate davanti ai panorami più belli, sotto i cieli più splendidi, nei teatri costruiti appositamente sui luoghi più ameni e incantevoli.
La bellezza degli scenari naturali non era per nulla incompatibile con la tristezza dell’opera tragica, poiché, infondo, anche la tristezza è bellezza e la tragedia è poesia.
Tolto il dolore, viene ad inaridirla la stessa fonte dell’arte.
Lorenzo Chinnici, forse senza saperlo, cioè senza una volontà prestabilita, ma per puro istinto, ha creato da greco, ha sentito da greco, come se avesse detto alla sua arte le stesse parole rivolte da Baudelaire alla sua donna: "Sii bella e sii triste!".
Ogni paesaggio ha una sua anima e una sua espressione come un volto, e ogni volta è nel contempo un paesaggio, nel quale il pittore cerca di cogliere non solo le linee, ma il dramma segreto che vi si nasconde.
Lorenzo Chinnici, pur essendo ancora giovane, ha maturato in sé non comuni capacità di espressione. La sua tecnica è frutto di studio, condotto con serietà e impegno. Il suo stile è nervoso ma senza parossismi, è attento e preciso ma senza leziosità.
Si potrebbe dire che molte qualità insite nelle opere, sono insite anche nell’autore, ed è naturale che sia così, almeno per quelli che della sincerità fanno una legge e vedono nell’arte l’antitesi dell’artificio. Egli è modesto ma non timido. Non è un carrierista e i sorpassi dei vari arrivisti e dei plurireclamizzati non lo innervosiscono. Non invidia il collega che, anche con meno meriti, sta più in alto di lui, nelle graduatorie ufficiali; tanto, si sa che i trampoli non fanno parte della vera statura dell’uomo.
Pur essendo autodidatta in pittura è un uomo di scuola. Fu sui banchi ora è in cattedra, e non di meno resta convinto che le lezioni più grandi e più indelebili non vengono mai da un corso regolare di studi, ma piuttosto da un corso irregolare di esperienze vissute.
Nel mondo artistico moderno che mantiene i suoi rapporti più sul filo dei giudizi che su quello degli affetti egli ci tiene molto a quest’ultimi non crede in un arte cerebrale che, faccia sorda alle ragioni del cuore e quelle istanze sociali che sono il lievito di quell’eterno tradito che è il Vangelo di Cristo.
Con questi presupposti che testimoniano una conseguita maturità e un equilibrio interiore che si rivela tanto nell’uomo che nell’artista. Lorenzo Chinnici si inserisce con la sua arte nella panoramica delle nuove generazioni, con quell’autorità che viene da un’energia qualitativa dell’arte stessa non dalle astuzie ipnotiche della reclame e da i centri di quel potere economico che forse mai come oggi è parso tanto inquinato di faziosità e ingiustizia.


Nino Ferrara

La natura intima dell’uomo si è svelata nel Chinnici fin dagli anni più giovani.
Tutti coloro che si sono fatti un nome nell’arte l’han coltivata contro la volontà dei parenti, così scrisse il Voltaire.
L’indirizzo culturale del nostro giovane pittore negli anni ancor più giovani fu indubbiamente un errore. Del resto la vita degli artisti è una ressa di eventi tra i più impensati, i più strani che intralciano ma non riescono a stroncare il prepotere d’una inclinazione.
Quanti poeti, pittori e scultori furono avviati in aridi corsi di studi giuridici e matematici; ma tali artisti, affatto rassegnati sono evasi egualmente dalle banalità di una vita quotidiana. Costantemente immersi nelle soavi spirali della loro poesia.
Forse il nostro Lorenzo ha sempre tenuto presente il motto del poeta: “AMA IL TUO SOGNO SE PUR TI TORMENTA”.
Ed è così che da un binario morto si è immesso tra le rotaie della vita con la prestigiosa virtuosità che scaturisce non da improvvisazioni facileni e superficiali sebbene da meditazioni introspettive, dalla reale visione della vita.
Il grande PETRONIO così sentenziò a proposito del nostro discorso:
“CHI DI UN’ARTE SEVERA AMBISCE I FRUTTI
E TENDE CON LA MENTE A GRANDI COSE
PRIA SQUADRI A LINEE SOBRIE LA SUA VITA!“
Prima di produrre è necessario, soprattutto nel campo dell’arte curare uno sguardo nel proprio “io” onde trarre l’alimento per esprimere con forza il mondo che ci circonda, contemplate secondo la propria visione, triste e lieta che sia.
Chissà quante volte il nostro pittore, in preda al tumulto delle proprie virtù artistiche, nelle ere più impensate, si è accanito per un ritocco, per una precisazione, per meglio formare un’espressione, per tracciare i lineamenti di un volto, per meglio far trasparire sulle tele, un animo, mediante la configurazione d’un viso o d’un atteggiamento particolare del corpo.
Una lieta giornata gli può infondere l’attitudine per una facile produzione. Allora l’idea sembra, direbbe Maupassant, scendere nelle mani e fissarsi da sé sulla tela.
Forse a somiglianza del pittore Oliver, con le porte chiuse, separato dal mondo, nella tranquillità d’un’abitazione chiusa, nel paesino montano dove insegna, nella pace del suo studio, l’occhio chiaro e lo spirito lucido, sovreccitato, attivo, egli prova la felicità concessa agli artisti di produrre la loro opera nella gioia.
Sono momenti in cui non esiste più nulla per un artista in quelle ore di lavoro, se non il pezzo di tela sul quale nasce un immagine sotto la carenza del pennello e nelle crisi di fecondità egli deve provare una sensazione strana e bella di ricchezza di vita che si esalta e si diffonde.
In temi in cui l’arte, nonostante sparute eccezioni, in ogni campo segna il passo per uno smarrimento degli spiriti, il nostro pittore, percorrendo una via a ritroso, ha inteso ed intende concretizzare coi sui quadri, una nota luminosa, pretendendo un indice verso quelle dovizie morali e spirituali che nei secoli hanno confortato l’uomo, strappandolo ad uno stato abulico, a quel esistenziale ascetismo che in atto par voglia imperare anche nelle forme d’un arte decadente.
Ritrarre la natura senza divincolamenti isterici di linee e di forme spinti da un’alacre passione, vuol dire, a nostro giudizio, ricreare ed educare gli spiriti.
Lorenzo Chinnici vuol essere un fervida luce orientativa verso i valori della vita, del pensiero, dello spirito, di quel mondo insomma così com’è- a differenza di quei giovani che vanno alla ricerca disperata d’un qualcosa di nuovo, dimenticando il vecchio monito di Orazio che c’insegna come nulla di nuovo esiste sotto il sole. NIHIL NOVI SUB SOLE.
I quadri del nostro pittore tendono ad affermare che è nella stessa natura, permeata e soffusa del nostro mondo interiore che vi si riflette come una luce divina e misteriosa, è proprio in tale universo che si rintraccia un affiliato di vita e di gioia di grande Arte, della vera Arte…


G. C. Capritti

Chinnici ama profondamente la natura in tutte le sue espressioni più delicate, nei suoi più incantevoli panorami, nelle sue solitudini silenziose e tanto eloquenti.


G. C. Capritti

L'arte pittorica di Lorenzo Chinnici
Lorenzo Chinnici: un giovane pittore che potrà aprirsi, con il proprio esclusivo talento, un ampio varco in campo nazionale. Ha la stoffa dell’artista che potrà imporsi, scalzando l’interminabile teoria di pittoruncoli che affiorano dappertutto ma che si distanziano dall’arte come l’uomo da un astro lontano che occhieggia a malapena nella notte luminosa.
Un puro caso mi ha immesso tra i vari quadri del pittore, esposti in una sala a pianterreno della “Marina Garibaldi” in Milazzo: l’altra sera, verso il tramonto quando veli di nuvole scarlatte si allineavano in fondo al mare tranquillo, nella canicola di agosto, mentre camminavo distratto nella galleria degli alberi scuri in mezzo a trine vagolanti di luci vermiglie.
Lorenzo, preferiamo chiamarlo soltanto per nome, esprime poesia ed alto lirismo. Ama tutto ciò che è bello, buono e vero.
Un occhiata ai quadri mi palesano il suo animo, la sua indole, il carattere.
Egli ama profondamente la natura in tutte le sue espressioni più delicate, nei suoi più incantevoli panorami, nelle sue solitudini silenziose e tanto eloquenti.
Son gruppi di casupole a ridosso di colline degradanti dove non c’è anima: vibra soltanto lo spirito contemplativo del pittore.
Tetti di minuscoli villaggi, dalle tegole rose dal tempo e dalle temperie.
Donne scalze, dai volti logori dalla fatica per il tozzo giornaliero addossati al fianco di una barca.
Una bimba dal volto scoraggiato che si stringe alla mamma così accorata.
Casette sparse attorno ad un lago sereno.
Un uomo dai lineamenti disperati, con gli occhi serrati, che poggia l’occipite sul palmo della mano, in un dormiveglia tormentato.
File di alberi che si stendono accanto al mare e svettano le loro cime in un cielo sereno.
La pittura del Chinnici penetra nell’anima ed erompe con la voce misteriosa di un alta poesia: una poesia densa di note tristi.
L’artista sa cogliere i sublimi spettacoli della natura, le qualità sensorie delle forme, delle linee, del colore ed è in grado di strappare al vero ogni armonia.
Le sue sono tele misurate ed equilibrate nella composizione, nelle masse e nelle tonalità.
La pittura sgorga da una sincera emozione e possiede la forza di suggestione nel cuore di chi l’osserva.
La tecnica del pittore risponde pronta all’appello del sentimento.
I diversi quadri concretizzano pagine di commossa intimità che rimangono impresse nell’anima.
Egli riesce perché s’ispira alla REALTA’ della vita non già alle stravaganze delle teorie che perlopiù finiscono in “ ismi “, destinate inesorabilmente anche se hanno usufruito di apparenti, trionfali parentesi, alla totale SCOMPARSA del mondo dell’ARTE.
Al Chinnici possiamo applicare il motto dei Goncourt : “ L’ARTE E’ IL VERO PIU’ POESIA”.
La nota che più mi affascina è il silenzio suggestivo dei paesaggi, superbo di pace e di ampiezza.
Pittura purissima in purezza di anelito e di metodo, capacità di rendere sempre il contenuto lirico della visione e di porre in luce adatta i valori essenziali dei toni e dei volumi, dei chiaro-scuri e dei rilievi, fondendo in una palpitante unità le realtà contemplate ed i sentimenti sgorgati dalla ispirazione che nasce “da dentro”.


G. C. Capritti

Pittura quotidiana
Nell’onda di ripresa del linguaggio figurativo che caratterizza l’odierna stagione della pittura e che per molti aspetti induce legittimamente a preferire la buona astrazione in qualche modo oggi relegata in un canto, è dato osservare un fenomeno particolare e cioè come tale figurazione sia soprattutto contrassegnata dalla tendenza a non rappresentare la realtà; quella realtà che per tanto tempo è stata la finestra da cui ha guardato la pittura.
Così oggi la figurazione si nutre soprattutto di visioni oniriche, strappate ad una coscienza sognante, di furti spesso supini consumati ai danni del museo, di una protesta che si esprime nei termini di una accentuata deformazione, di una sorta di scoperta del linguaggio, che può avvenire in maniera stupefatta o aggressiva o infine, ma la classificazione di comodo non è certo completa, di una maniera quasi ludica e, se non divertente, almeno divertita.
Da qui una pittura che sfiora, di volta in volta, il surrealismo, che annega nel citazionismo, che attraversa l’espressionismo, che assume i toni di un nuovo alfabeto che può essere primitivo o selvaggio o che, in fine, si cala nelle strade, assumendo l’aria di una raffigurazione metropolitana.
Stranamente, dunque, dalla figurazione resta quasi esclusa la realtà che viene sormontata o dalla memoria o dalla coscienza e che pertanto sulla tela nei neofigurativi viene utilizzata soltanto come pretesto per una comunicazione più semplice, pur se complicate sono le sue diverse motivazioni.
Sembra quasi che l’uomo e, qui nel caso specifico l’artista, non abbia più occhi per guardarsi intorno e ciò che può accadere o per un rifiuto della realtà o per una improvvisa cecità, quasi un tramonto di quella grande stagione che fu detta del realismo o, come meglio è stato dimostrato, dei realismi.
Ma in questo rifiuto c’è anche, a mio parere, la volontà di sottrarsi a quel doppio confronto che una simile scelta imporrebbe non soltanto con la realtà (paesaggi e figure che siano), ma soprattutto con quanto la pittura ha già prodotto, nella sua lunghissima storia, guardando proprio alla realtà.
Questo rischio si prende in pieno Lorenzo Chinnici, un artista che sembra giunto alle soglie della sua maturità espressiva e che in pieno s’inserisce in un ambito realista, recuperando il gusto della scoperta pittorica quotidiana, di quella pittura cioè che nasce direttamente dall’osservazione della realtà che ci circonda. La sua scelta tematica è eloquente in tal senso, volgendo da una parte sul paesaggio della sua terra siciliana, alla quale appare estremamente legato e dall’altra sulla presenza di persone-personaggi di una vita che intorno a lui si svolge con i suoi drammi e le sue gioie, le sue impennate e la sua irrimediabile noia.
Nel far questo l’artista (Merì, 1942) pur restando con i piedi, anzi con la pittura, ben salda per terra, evita quel grosso errore in cui incappano in quanti si affannano in una sterile rappresentazione del reale, non soltanto nella illusione di poter fare qualcosa di meglio, ma soprattutto tradendo lo statuto fondamentale della pittura che il suo diritto di esistenza ha conquistato, cioè da sempre, proprio per aver voluto costituirsi, essa stessa, in un mondo a parte, non specchio ma proiezione del reale.
Così nella recente produzione artistica di Chinnici si nota come il suo realismo, se da una parte ha eliminato da sé i filtri della memoria e della coscienza, in pieno ha assunto come guida una totale partecipazione al “mondo visto con gli occhi”, da cui deriva un realtà interpretata, filtrata cioè dall’adesione sentimentale. Se dunque Chinnici non elude il drammatico corpo a corpo con la realtà, da essa poi finisce con il trascendere, per esprimere le sensazioni e gli umori, gli stati d’animo cioè, che essa suggerisce.
Procedimento questo praticamente inverso da chi, oggi, approda ad esempio sul terreno di un “neosurrealismo” o di un “neoespressionismo”: questi, infatti, nella realtà calano tensioni diverse, (il visionarismo o la protesta) che nascono prima di essa, mentre il pittore siciliano proprio dalla realtà spreme le sue sensazioni.
E’ possibile in tal maniera leggere compiutamente il suo lavoro sotto un duplice profilo o, ed è dir meglio, ad un duplice livello. C’è infatti, in un primo luogo la volontà di recuperare momenti di un mondo quasi banale, che la pittura si incarica di sottrarre alla sua condanna di anonimato. Ciò Chinnici fa, da esempio, quando dipinge la fatica dei contadini e dei pescatori, quando sulla tela riporta scorci paesani, i paesaggi dell’infanzia dove tutto appare circoscritto e angusto, o quando coglie infine brandelli di vita, come possono essere un incontro, un’attesa, una piccola scena.
Se nel far ciò l’artista recupera quasi un gusto da reporter del presente, calando la pittura nel quotidiano o, dando al quotidiano, la dignità della pittura, il suo realismo offre anche un altro aspetto, che è dato proprio dalla capacità di spremere il quotidiano per raccogliere sulla tela di succo di una sensazione, di una partecipazione a volte dolente, a volte nostalgica, a volte drammatica.
E’ quello l’altro livello di lettura che una tale pittura consente ed allora non è difficile scorgere, al di là del lato iconografico rappresentato, lo stato d’animo da cui nasce o che provoca: così la figura umana, spesso molto ben realizzata, implica una forte tensione quasi tormentata, mentre di solito il paesaggio sembra preludere ed invitare ad una conquista pacificazione ad un’ansia soddisfatta di serenità.
Sono questi i due poli tra i quali oscilla la pittura di Chinnici che poi, sotto il profilo del linguaggio che si fonda su una struttura scabra, senza manieristiche malizie, ma quasi ridotta all’osso ( segno evidente di una grande urgenza che non consente compiacimenti), testimonia un già maturo possesso dei mezzi espressivi che pur nel loro volutamente dimesso non nascondono un’aria di volta in volta poetica o lirica.
Dal complesso di tutte queste opere, che qualche volta sembrano guardare, soprattutto nei paesaggi, ad una maniera toscana calata nella realtà siciliana (sono avvertibili echi da Rosai o da Soffici), o che rivelano una celata non attenzione a certi modi di Guttuso o di Cantatore, viene fuori come una sorta di racconto che va al di là delle immagini e che implica la partecipazione non soltanto dell’occhio ma del cuore.
Di quel cuore con cui certamente l’artista va guardando la realtà per interpretare o per su di essa imprimere il suo essere attento al presente, magari pensando che presto tutto ciò sarà passato, irrimediabilmente inghiottito dalla fuga del tempo che finirà con il cancellare, di questi brandelli di vita, anche il ricordo.


Lucio Barbera

Il suo realismo…è dato proprio dalla capacità di esprimere il quotidiano per raccogliere sulla tela il succo di una sensazione, di una partecipazione a volte dolente, a volte nostalgica, a volte drammatica.


Lucio Barbera

Chinnici
Chinnici abita in Sicilia, in una piccola cittadina, ma credo che abbia un balcone segreto sulla marina, in quel lungomare arioso e colorato di blu che solo la Sicilia ha, in qualche campagna vicina, perché solo lui sa dare ai temi della sua arte le immagini e i significati più veri che nascono dal mare e dalla sua gente e dai paesaggi di una campagna opulenta e assolata. Le ultime opere presentate confermano dunque il Chinnici razionalista e nemico delle convenzioni estetiche, ma rivelano anche, a nostro parere, una compiuta tecnica espressionistica che sembra del tutto concludere, la esperienza artistica, iniziata con singolare passione tantissimi anni fa. Ci rendono perplessi, infatti, in queste ultime opere certe levigate superfici e la troppa cura del particolare richiama l’innato istinto del Chinnici come arredatore. Ciò senza voler considerare limite artistico ci rimanda però ad altri appuntamenti per bilanci o nuove prove.


Mario Truscello

Il Maestro dei colori
Chinnici è pittore di razza già da quando, giovanissimo il grande Salvatore Pugliatti, in un affollato Concorso estemporaneo di pittura lo distingue e gli assegna il primo premio, incoraggiandolo ad un cammino artistico che non svagherà mai dal rapporto tensivo col reale, sempre rappresentato con gagliarda ricchezza di temi e di colori. Da allora il pittore pur col riserbo che gli è proprio e la distanza dalle mode del figurativo contenutistico, si è inserito in qualificati ambienti artistici, non trascurando la partecipazione ai vari concorsi e seguendo il dibattito artistico. Personalmente seguo da qualche tempo il lavoro di questo artista e confesso che non lo attirano le strade confortevoli delle mode e degli sperimentalismi freddi e analitici; il suo fare artistico è a tutto tondo nella storia del realismo. Oggi il pittore, come osserva Lucio Barbera che l’ha presentato in catalogo, è giunto alla maturità espressiva in quel gusto della pittura quotidiana per il paesaggio e la vita della sua terra. Le sue esibizioni attuali permettono di – leggere – l’ostinata perseveranza artistica di Chinnici. Dai luoghi reali del paesaggio siciliano, infatti, (Spannocchiatrici – raccoglitrici di olive) a quelli immaginari (paesaggi di campagna – strade di collina) dove il linguaggio si fa creatività della realtà, egli soggiace alle seduzioni del cuore e della fantasia, alla naturale malinconia del siciliano, al senso della solitudine e alla pietà per le fatiche del vivere e il suo segno ne prende forza e vita, pathos e pietas. Simboli umani e mitici sono i suoi pescatori, i vecchi e le barche, i suoi umili in attesa. Questi ultimi lavori anzi annunciano la nuova stagione di Chinnici e sottolineano il suo stato di grazia. Di grande respiro ed impegno artistico, in comune sfondo immobile e carico di tristezza, la rappresentazione si fa amara e dolente e si esalta nei colori in toni assoluti si da dare ai soggetti una moderna luce caravaggesca. Il discorso figurativo qui abbandonando l’urgenza del dire tende ad un realismo di astrazione personale e la pienezza figurativa da conto dell’energia creativa. Energia che il critico Marcello Danzè ha individuato nell’Eros di – Dopo – una delle sue opere più celebri, in cui la fisicità degli amanti simili a figure michelangiolesche ed il colore modulatamente vibrante del rosso cinabro manifestano sentimento, vitalità, slancio. Inevitabilmente dunque il viaggio Chinnici intorno alla realtà , pieno di rischi e di pericoli felicemente azzerati, approda alla memoria del vero, alla metafora della realtà , ad – una sorta di racconto che va al di la delle immagini e che implica la partecipazione non soltanto dell’occhio ma del cuore -, in una compenetrazione sempre più intima e coinvolta tra vita, natura, arte.


Mario Truscello

Lorenzo Chinnici
La storia artistica di Lorenzo Chinnici inizia nel 1965, quando un critico d’arte di assoluto valore nell’estemporanea di centinaia di concorrenti gli attribuisce un premio, ammirato, certo, della maturità espressiva di un pensoso paesaggio siciliano che l’esordiente con segno deciso attraversava come in un profondo dialogo. Questo critico era Salvatore Pugliatti, cui non poco deve la cultura non solo della nostra città. Da allora, Chinnici non è cambiato se non nella perfezione del segno e del senso, e senza venir meno alla verità d’arte ha continuato le diverse tappe del suo lavoro e delle mostre che puntualmente avvengono anno dopo anno, in cui si intravedono le costanti di un’espressione artistica che sono l’essenzialità e la memoria testimonianza di un mondo che affonda fra le cose, come una terra promessa carica di concretezze e di segreti sensi che solo la sua pittura sa possedere. Straordinariamente, questo suo guardare ed essere partecipe dell’onda del tempo lo allontana dai convenzionalismi di tanta arte contemporanea, dal naturalismo fisico e contenutismo sociale per un respiro di cordialità umana della figurazione, schermo alla vita dura e del lavoro dei poveri diavoli, delle malinconie e degli incanti del vivere nella quotidiana commedia umana. La fisicità e l’accuratezza descrittiva sono, talora, un’ulteriore penetrazione a scandagliare l’umano, il vissuto, il sentimento, in sintonia coi toni cromatici, che, come alfabeto esterno ed interno, luce e spazio della realtà, rendono la felicità, il dolore, l’angoscia, la tristezza, la speranza della coscienza del mondo.
Un artista, dunque, Chinnici, che ha una cifra stilistica sua, inconfondibile, originale per le traduzioni sulla tela che sa trovare, tanto che nessun critico, col ridicolo di sentirsi banale e di sbagliare, se l’è sentita di dare referenti appiccicati.
Certo, il gusto di quest’artista è rivolto al realismo mediterraneo dei grandi siciliani, Guttuso per primo, ma l’ordito complessivo della pittura chinniciana richiama suggestioni di tutta la pittura novecentesca, una cultura che in Chinnici viene oltre che dal vissuto e dalla verità che è dentro in ciascuno di noi, dalle fantasticherie della sua raffinata sensibilità, dalle sue creature sospese tra epos e mytos nella cornice incantata di immagini contemplate. Vengono così i paesaggi, i ritratti, le scaglie di esistenza, come quelle di contadini, pescatori, amiche; variazioni dell’effuso mondo dell’uomo del nostro tempo, di ogni tempo. Il reale, in tal modo, tra creatività ed emozionalità, si ricompone nella pittura di Chinnici, che scavalca le stagioni, le mode e le date e riesce a rendere identiche le ragioni dell’occhio e del cuore con un magnetismo evocativo, che il sentimento concede ai valori espressivi degli autentici artisti.


Mario Truscello

Il realismo sfumato di Chinnici
Visitando una mostra del maestro Chinnici ciò che risalta in primo piano, sono gli atteggiamenti di figure umane, colte in un momento di essenziale valore quotidiano, il lavoro soprattutto. Ma quel che prende gli occhi di chi se ne intrattiene a visitarli sono i loro soggetti, ben posizionati sulla tela, estratti alla nostra migliore pittura narrativa realistica. Se in taluni Chinnici dipinge un passato come energia perduta, non si tratta di civiltà contadina o di essere tradizionalista. Egli lo evoca per essergli fedele, farci ricordare che in esso v’è qualcosa di pregevole e sano, seppur composto di durezza e sacrificio, tale da non poter essere abbandonato a un presente invisibile e paranoico. Condivido pertanto, tra le note critiche che aprono il catalogo, quelle di M. Truscello che sottolinea un sentimento dell’autore partecipe dell’onda del tempo e tuttavia lontano da tanta arte convenzionale di oggi, come da contenutismo sociale e naturalismo fisico, per raggiungere nella sua figuratività umana una respiro di cordialità. Mi sono dato in effetti le stesse domande e risposte, scorrendo l’occhio da un quadro all’altro. Ho esaltato, più rispondenti alla mia sensibilità, le lavandaie mitiche di senza titolo, le contadine a lavoro, le donne al balcone, fino ai due anziani che si ritagliano una sorte d’isolamento-dialogo su una panchina, altrove inosservato o inesistente. Lo scorcio paesaggistico fa da supporter scenico esistenziale, di suggerimento, alle figure che vi stanno dentro. Così intente ad offrire (quel che più conta) nel gesto abituale, spontaneo una (tranche) di vita giornaliera o dramma. In ciò Chinnici è già poeta ancor prima che la sua mano afferri il pennello. Il (reale) della sua opera, a questo punto, è una realtà trascesa e trascendente (verbo che m’era venuto rapido osservando dall’inizio questa sua - esibizione personale - ). Perché, per dedicargli una celebre nozione brechtiana, il realismo non sta nel come sono le cose ma come esse sono (veramente).


Nino Cacia

Il gruppo di corrente (1938 – 1940), attorno al quale erano raccolti i maggiori esponenti dell’arte, ha saputo lasciare ai posteri una nuova realtà pittorica priva di ardui compromessi e quindi libera da qualsiasi schema e da qualsiasi restrizione. Nascono così grandi artisti come Guttuso, Maccari, Migneco, etc. che sviluppano in tutta “ tranquillità “ un proprio stile, aprendo, così le porte ad un realismo “ d’avanguardia “.
Chi ha saputo cogliere al meglio questo momento storico – politico - culturale è Lorenzo Chinnici. La scelta tematica del maestro volge su due direzioni: da una parte sul paesaggio della terra siciliana, alla quale appare estremamente legato e dall’altra sulla presenza di persone – personaggi di una vita che intorno a lui si svolge con i suoi drammi, le sue gioie e la sua irrimediabile noia.
La sua pittura omogenea nella sua stesura policromatica piace, quindi per diversi motivi.
Innanzitutto perché è una pittura pulita, geometricamente contenuta entro contorni ben precisi che esprime già da se una padronanza non comune nel disegno in sé a dare risalto ai soggetti, ma anche la scelta e l’accostamento dei colori utilizzati non solo come fatto riempitivo ma come intima pienezza delle cose.
Nasce a Merì nel 1942. Nell’ambito siciliano, quindi, costruisce la sua figura di pittore delineata soprattutto da amare esperienze avute nella sua giovane età. E’ da questa esperienza infatti che l’artista ricava opere cariche di drammaticità che via via vanno alleggerendosi, pur mantenendo caro ed inviolabile il tema a lui più congeniale che è, appunto, quello del mondo siciliano con la volontà di recuperare momenti di un mondo spensierato.
Vengono così a crearsi paesaggi, ritratti e stralci di esistenza di contadini, pescatori, bambini in una sorta di realismo quasi immaginario. Nel far questo, l’artista, pur restando con i piedi ben saldi a terra, evita quel grosso errore in cui incappano quanti si affannano in una sterile rappresentazione del reale, non soltanto nell’illusione di poter fare qualcosa di meglio, ma soprattutto traendo un mondo a parte non specchio ma proiezione del reale. Con la figura umana, spesso molto ben realizzata, implica una forte tensione quasi tormentata, mentre di solito il paesaggio sembra preludere ed invitare ad una piacevole serenità facendo uscire, quindi, una sorta di racconto che va al di la delle immagini e che implica la partecipazione non soltanto dell’occhio ma anche del sentimento


Enrico Caruso

La battaglia arabo-normanna
Il pittore Chinnici propone la celebre battaglia arabo-normanna avvenuta, pare, tra Milazzo e Tindari, nel 1088, condotta dal conte normanno Ruggero I, figlio di Tancredi D’Altavilla ( Normandia 1031 – Mileto, Calabria 1101 ). Questi Mosse nel 1060 con il fratello Roberto il Guiscardo alla conquista dell’Italia meridionale con cui divise la Calabria e sottomise Messina, Palermo e Siracusa. Quindi sottrasse , nell’arco di un trentennio, la Sicilia al dominio arabo (1092). In seguito a tale successo il conte ripristinò le chiese distrutte durante la dominazione araba in Sicilia ed eresse un monastero basiliano e una chiesa dedicata a S. Filippo al pari di un tempio consacrato alla vergine e martire S. Lucia propriamente a S. Lucia del Mela. Nonostante la vittoria normanna, la cultura araba continuò a fiorire in Sicilia, fondendosi con quella dei vincitori e creando un modello di società multietnica pacifica.
Il dipinto murale propone un impressionante dinamismo cromatico che evidenzia con forza drammaticamente veristica l’atto in cui il conte D’Altavilla sul suo cavallo contorto e impuntato con lo zoccolo destro, mentre alza il sinistro, brandisce la sciabola minacciosa contro il cavaliere arabo contendente. Altrettanto realista è il corpo inerte del guerriero ucciso e steso a terra in maniera scomposta intorno al quale continua infuriare indifferente la cruenta battaglia. Guardando la scena, sembra di sentire il rabbioso cozzare dei ferri, percepire le grida dei feriti, i rantoli dei moribondi oppure di vedere salire la polvere causata dai movimenti concitati dei combattimenti appiedati o dei cavalli. Tutto ciò, pensate, è avvenuto sulla nostra terra!
Piazza “F.P. Fulci”, recentemente rimessa a nuovo, non poteva assumere un ruolo migliore sul piano non solo socio-culturale ed estetico ma anche pedagogico. Con la partecipazione del Sindaco Dott. Giuseppe Cocuzza, consiglieri comunali ed autorità civili, militari e religiose.


G. Anania

La Crocifissione
La Crocifissione proposta in questa Chiesa ai credenti, e non, commenta il Prof. G. Anania, capolavoro artistico di dieci metri di lunghezza per cinque metri circa di altezza – è germinata dall’intenso travaglio interiore del pittore Lorenzo Chinnici nel momento del suo atto creativo e del suo pensiero rivolto al sublime sacrificio di Cristo, fattosi uomo nell’angusto seno della Vergine Maria, per redimere l’umanità dal peccato.
Lorenzo Chinnici, nell’atto della sua creazione accende il suo fuoco e coglie il significato oggettivo di nuovi contenuti, di nuove forme di una pittura sgorgata dal profondo del suo animo di autentico credente. Egli traduce in colori e forme il suo concetto sulla Crocefissione, facendone partecipe l’occhio del fruitore con intimo stupore, con palpitante riflessione. La sacra rappresentazione di Lorenzo Chinnici, scaturita da un profondo atto di Fede, viene consegnata alla fede di credenti con la speranza non solo di rafforzare sempre più la Fede di chi la possiede, ma anche di aprire, anzi spalancare, a Dio le porte del cuore degli agnostici, o indifferenti.
La composizione pittorica dell’opera è divise in due zone ben distinte: a destra di chi guarda si nota la moltitudine accorsa sul Golgota, tra la quale spiccano il giovane Giovanni che volge lo sguardo verso la dolente Maria e l’anziano Giuseppe d’Arimatea con una espressione del tutto trasecolata. Sono personaggi dotati di notevole fascino spirituale!
A sinistra sono raffigurati centurioni romani con vesti rosse, con sandali e calzari fino alle ginocchia, con scudi, lance ed elmi. Tutti possiedono un atteggiamento tra il minaccioso ed il perplesso. Pertanto, sono tutte figure che, una volta osservate, rimangono impresse nella mente dei fruitori.
Al centro della narrazione biblica sta Cristo Crocifisso con il volto impietrito dal dolore, reso come marmo dall’intensa sofferenza fisica. Un volto dominante e intensamente magnetico!
Degna di nota è Maria di Magdala la quale, con i lunghi capelli sciolti, abbraccia la base della Croce con un gesto di grande amore.
Lorenzo Chinnici occupando un posto di tutto rispetto nel non facile panorama dell’arte contemporanea in virtù di un personale e incisivo linguaggio cromatico, nonché di una profonda conoscenza del disegno e della prospettiva, con la presente sacra rappresentazione lascia di sé, nel tempo, un impronta meritevole di non poca considerazione, seppure con diversità di giudizi.


G. Anania

Dipinto Chiesa di S. Andrea
Quest’opera d’arte, in tutta la sua magnificenza, si differenzia dalla precedente Crocefissione dipinta da Lorenzo Chinnici. Non è un atto plateale, svanisce la sofferenza legata alla tragedia greca, è una sequenza di dolore composto. L’artista s’immedesima trasferendo il suo grande dolore per l’evoluzione della perdita della sua vista, consapevole che lo porterà a vedere sempre meno. La rappresentazione teatrale ermetica di queste scene unisce il suo dolore a quello del Cristo. Molti gli attimi di panico durante la stesura della stessa, il tormento e la speranza dell’artista fluisce e s’interseca contemporaneamente a quello del Cristo, fino a trovarne un comune denominatore. Dipinge questo capolavoro da ipovedente, energia pura razionalizzata e catalizzata da propulsioni interne inspiegabili, un messaggio inviato non solo ai fedeli cattolici, al mondo e a tutte le religioni, a tutti quelli che soffrono e che dubbiosi sono alla ricerca di un perché. Quando sei nel vortice, tutto sembra annebbiato, pare ci sia una zona dell’anima unita alla speranza, dove forze ed energie non controllate, parzialmente legate e temperate dall’artista, si muovono e si contrastano armoniosamente. Senza neanche guardare la superficie sfiorata dal pennello, saltano tecnicamente tutti gli equilibri, convenzioni e parametri della pittura, gli schemi sembrano essere solo il panico unito a energie ribelli miscelate da speranza, coordinate da quei metodi acquisiti nel tempo dall’artista. Lorenzo Chinnici chiede ai suoi utilizzatori uno sforzo, di guardare oltre, immagina possano, tutti essere i migliori critici della sua arte.


Paul James Smith

Attesa di una mistica risposta
Forse
Ritorneremo ad adorare gli idoli
Forse
Profaneremo le tombe per abbracciare i nostri defunti
Forse
Dovremmo
Forse
Avremmo dovuto pensarci prima
Forse
Non siamo mai esistiti
Forse
Lo siamo stati
Forse
Potremmo chiederlo a nostra sorella scimmia o a nostra madre scienza
Forse
Potremmo chiederlo a nostro Padre Dio o a nostro fratello cristiano
Ma forse
Se abbiamo la forza potremmo chiederlo anche a noi stessi.
E forse
Potrebbe anche rispondere quell’ unico e comune Dio
Che c’e’ dentro ognuno di noi.


Salvatore Imbesi

Al pittore Chinnici
N’AJU VISTU LI QUATRI CA FACISTI
M’AJU VISTU ATTIA CHI ‘NPOCU’ NVICCHIASTI
DIPINGENNU PIRSUNI, CASI E CRISTI DI CARUSITTU APPENA TI CRIASTI
LI RICUNPENZI SUNNU POCHI E TRISTI PURU SI LI CUNFINI CA PASSASTI
L’AUGURIU E’ RIVARI A LA CUMETA TU DI PITTURI, E JO’ COMU POETA.


AL PITTORE CHINNICI
Ho visto i quadri che hai fatto
Ti vedo mentre stai invecchiando
Dipingendo persone, case e cristi da quando sei nato.
Le ricompense sono poche e triste la strada che hai percorso
L’augurio è quello di arrivare alla cometa tu da pittore ed io da poeta.


Bongiovanni


The Synergy of Soons.
Opere di David Kent e Lorenzo Chinnici, Six Inch, Milano, 29 settembre 2015
Ritrovarsi dopo oltre trent’anni grazie all’incontro casuale ma decisivo dei propri figli a seguito di una discussione critica intorno ad un quadro.
Sembra essere l’incipit di una storia al sapore d’altri tempi. Oggi nella società della comunicazione, che riesce ad entrare in qualsiasi momento della giornata in ogni luogo del mondo, c’è ancora la possibilità di perdersi per ritrovarsi così casualmente.
Questo ricongiungersi ha qualcosa di simbolico nell’incontro dei due figli. Quest’atto è una dimostrazione della coerenza di questi due artisti che dopo tanti anni di sconosciuta attività reciproca si ritrovano nei medesimi panni che ben sfilacciati e lavorati costituiscono il telaio su cui ancora la mano scorre per porre in luce pensieri “da vedere”.

Entrambi gli artisti, David Kent e Lorenzo Chinnici, si allontanano dalla condizione di realità dell’arte contemporanea, recuperando una mistica della rappresentazione.
Per realità mi riferisco a quella pratica ormai dirompente, nel contemporaneo, dell’incorniciamento delle cose, una processualità che vede la propria funzione nella ri-definizione della realtà: ready-made.
Qui niente è più vicino, percepiamo subito la distanza con la realtà del quadro che ci si pone innanzi. Non sono opere da vedere, ma sono modi di vedere attraverso un’opera. Per quanto degli oggetti disposti e articolati secondo un modo prestabilito (com’è il caso dei ready-made) possano abbandonare la loro funzionalità per suggerire nuovi significati sono inevitabilmente qui presenti e si espongono nella loro evidenza materiale e il loro fluire avviene nell’evenienza della realtà.
Diversa è la pratica di questi due artisti che perseguendo la via della pittura continuano silenziosi nel tentativo di abbandonare la cosa, nella sua significanza di oggetto, e di recuperarla come parte dell’essere che agisce (in effetti la pittura è posta non come osservazione ma come azione sulla cosa) che trasforma il visto, potremmo definirla anche come una immaginazione, tenendo presente che tutto ciò che viene trasformato (la pittura è infondo un lavoro e come tale trasformazione di materia) è prima ancora immaginato.


Ritorno al Reale (Return the Real)
Riflessioni critiche sull’opera di Lorenzo Chinnici

Come guardare le opere di Lorenzo Chinnici? Da che lato misurarne le fattezze? Entro quale prospettiva storica le possiamo far convergere?
Trovarsi di fronte alle opere di Chinnici con questo suo modo semplice e spontaneo di comunicare per immagini provoca, fin dal primo sapore assaggiato dall’occhio, un retrogusto antico. Come vino che invecchiando mantiene in sé tutti i gusti del legno che l’ha covato, e ancor più indietro la vita stessa del chicco d’uva che l’ha generato. Così è per queste opere: sembrano essere sospese nel tempo. Alcune di esse sono finemente velate da pennellate di brezza marina, come nel ciclo dei “pescatori”. Dietro queste patine si celano gesti semplici ma essenziali, il tutto conserva una spontaneità talmente genuina da generare un’immediata empatia con i soggetti rappresentati, i loro umori, i loro pensieri, ciò che hanno fatto e ciò che ancora dovranno fare. Una pittura dell’uomo. Ciò è evidente nei piani ravvicinati, tutta l’attenzione è focalizzata sull’essere. Il punto di vista riabbassato pone lo spettatore in una condizione confidenziale, il volume dei corpi si ingigantisce voluminosamente spaziandosi sull’intera superficie. Questa maestà del semplice ci invita ad un’intimità piacevole, la vista si rende conviviale e possiamo così muoverci verso i territori dell’oltre.
Le prospettive rasentano la pelle delle figure. Eppur da così poco spazio queste forme fuoriescono prepotenti come rammendi di una statuaria ancestrale, capace di redimere una porzione di mondo ormai dismessa dalla società contemporanea. Chi non vorrebbe pausare così, all’albeggio d’un giorno siculo ai piedi del Mediterraneo?
[ Vorrei, per un attimo, aprire una parentesi quadra intorno al “pausare” dello spettatore. Il Pausare è un fermarsi del corpo, ma al tempo stesso è uno slanciare la mente. Il pausare è una condizione in cui l’uomo si chiude dal mondo per imparare a sentirlo, guardandolo.
Il pausare così inteso, oggi, rappresenta fuori di ogni dubbio un’azione ribelle nei confronti dello status quo. Mi torna in mente il concetto di Horror Pleni di Gillo Dorfles, presentato nel libro omonimo proprio in apertura di questo XXI secolo, quest’orrore del troppo pieno, che corrisponde all’eccesso di rumore, sia visivo che auditivo, costituisce l’opposto di ogni capacità informativa e comunicativa. Ora, all’interno di questo status quo, Dorfles, lamentava proprio la possibilità di una pausa, un estraniamento al fine ultimo di mantenere la consapevolezza del sé, oggi continuamente messa in pericolo. ]
Molte delle Opere di Chinnici sembrano venire alla luce nell’orario che il sole s’alza, molti dei suoi personaggi all’alba smettono, come la Lampara, il lavoro, altri l’iniziano. Ma cosa è che svela quest’alba così presente? È in quest’alba che prende evidenza la forma rappresentata, è in quest’ora del giorno che nonostante tutto il dolore, rischiara il corpo nella sua maestà imponente. Come ci ricorda Nancy –finché c’è un corpo c’è un’alba – e aggiunge che – l’alba è giusta, si estende ugualmente da un bordo all’altro. La sua mezzatinta non è il chiaroscuro del contrasto né della contraddizione. È la complicità dei luoghi che si aprono e si estendono –Dunque è nell’ora d’alba che i mezzi toni spaziano e in essi svanisce qualsiasi differenza e vien fuori l’essere nella sua totale evidenza di corpo e di carne. Ecce Homo.
Per un’artista come Chinnici l’arte è “rivelazione” intima delle cose del mondo. Ma per le sue opere sembra fondamentale la latitudine geografica da cui generano. La Sicilia aspra dai promontori aguzzi e dai profili verticali, suggerisce la preminenza di linea e piano al posto di modulato e modellato; Il sole africano che brucia i paesaggi impone la forza primigenia del colore in sostituzione di tono, ambiente, atmosfera. Anche i personaggi sono quelli attorno a lui, facente parte del mondo siciliano. Ma nello stesso tempo questi uomini non hanno identità, non si riconoscono in quanto singolarità ma in quanto espressione simbolica dell’essere umano.


Dispositio ex Clausione Linearum!
(Disposizione prodotta da linee delimitanti)
Riflessioni critiche sull'opera di David Kent

Diciamo che David Kent, essendo inglese, recepisce nei suoi lavori la consuetudine al disegno della cultura anglosassone. Una tradizione lineare che s'alimenta a partire dall'architettura normanna della Cattedrale di Durham, che attraversa le pitture inglesi del Cinquecento e del Seicento per rinvigorirsi con la stagione dei Preraffaelliti fino alla Pop Art di Hamilton, che della linea di contorno ne fa il più efficace strumento di immaginificazione della realtà.
Ecco la provenienza del metodo di figurazione applicato da Kent.
[Mi piacerebbe qui aprire una parentesi quadra, sulla funzione strutturale della linea di contorno che emerge a livello teorico con chiarezza, forse per la prima volta, in un testo medievale: nei Commentarii Sententiarum di Bonaventura da Bagnoregio. Egli definisce la figura come Dispositio ex clausione linearum, vale a dire come ordine che deriva da linee delimitanti e questa definizione coglie il valore paradigmatico che la linea di contorno riveste per l'immagine. Ma importante è la sua chiusura, clausione per l'appunto, ovvero il confinare della forma. William Blake diceva che solo i pazzi vedono i contorni e perciò li disegnano, ma diceva anche che solo i savi vedono i contorni e perciò li disegnano. Il fatto è che le linee di contorno non esistono in natura e sono invece il prodotto del processo di astrazione proprio, come si è detto prima di ogni rappresentazione. La linea di contorno non appartiene né allo sfondo nè alla figura, ma è il pre-requisito logico perché vengano generati questi due elementi.]
La linea di contorno è la via entro cui si libera il pensiero creativo dell'artista. Attraverso di essa si pone l'evidenza dell'immagine che scaturisce appunto dal rapporto figura/sfondo ed la forma è ben evidenziata nella sua strutturazione spaziale.
Ma cos'è che Kent ci vuole porre in evidenza, di cosa ci vuole in-formare?
Sembra che l'intero suo registro iconografico sia prelevato dalla storia della cultura, Ogni opera rimanda ad un'immagine logotipica che a sua volta impersonifica un determinato concetto. Ad esempio, i casi più espliciti, come Dali in Wonderland, Phylosohpy of Dreams o Snake and Ladders, non sono, come erroneamente affermato, opere surrealiste quanto più opere a proposito del Surrealismo. L'immagine di Dalì, inevitabilmente rimanda all'urgenza di una prassi metafisica. Ciò non è soltanto un omaggio fine a se stesso, un vezzo artistico ma è il mantenimento in forma di un'idea possibile di rappresentare il mondo, soprattutto nella società odierna del razionalismo matematico.
Sono un monito all'immaginazione selvaggia, un manifesto del caos inconscio, quello definito dal Coreografo Jean-Georges Noverre come Bel Disordine (disordine prospettico e disordine linguistico).
A questo punto propenderei più verso il carattere originario della Pop Art, quella di matrice inglese che contaminava la rappresentazione con modelli desunti dalle forme di comunicazione di massa per coinvolgere un più vasto pubblico nel dibattito artistico.
Da questa prospettiva, Kent, sembra andare all’origine di quello che è oggi il “cartoon” sia esso di uso cinematografico che di uso pubblicitario: lo storyboard di cui si serve è, nella maggioranza delle sue opere, da ricercarsi nella biografia popolare dei vari pittori e personaggi dell’otto-novecento.
Credo che se Kent avesse utilizzato varie forme espressive, oggi potrebbe essere annoverato come un pop originario del movimento inglese; ma avendo come unico suo interesse il disegno, che lui sembra unire con una certa illustrazione del costume sociale del tempo, è proprio nell’evoluzione delle tecniche dell’illustrazione che nasce la sua trasformazione pittorica.
Ma la sua tecnica pittorica è, per questo, tutta inglese, una “greatness” che ri-nasce in Kent proprio come un gentleman che non si sporca le mani con la realtà ma la costruisce come meglio gli aggrada.

Due pittori, Kent e Chinnici, che originano la pittura dalle proprie radici isolane; l’uno le campagne del Surrey e l’altro le strade della Sicilia


Marcello Francolini


Lorenzo Chinnici. David Kent.
David Kent. Lorenzo Chinnici.

Una dualità senza simmetria.
Probabilmente avrei amato dare questo sottotitoloa “Sinergy of sons”che principia stasera il suo primo percorso.
Viviamo in un tempo in cui tutto sembra dover necessariamente rispondere a una simmetria. Dai byte del nostro smartphone alle fruste del più comune sbatti uova.
Banalissimi esempi, se vogliamo, ma io credo tristemente assimilabili allanostra quotidianità, ove ogni cosa viene ricondottae incanalata dentro “misure” delle quali raramente determiniamo l’unità o il multiplo; sempre più condizionati dall’enorme unico contenitore che sta divenendo il nostro sistema. Economia, finanza, letteratura, cinema, comunicazione, arte. Sentimenti. Emotività. Il cibo.
Ma ecco che d’un tratto due giovani uomini, appena incontratisi, in poche settimane stravolgono ogni simmetria, o misura, e ci coinvolgono in questa splendida sera per la quale potrebbe immaginarsicome icona un paio di scarpe spaiate.
Una scarpa è inglese, l’altra siciliana.
La prima densa di colori saturi; l’altra si smarrisce e riemerge in un dedalo di sfumature.
In una, l’eco sempre di un sorriso… Nell’altra,la traccia di una lacrima.
C’è un filo che rende tutto ciò una bellissima verità ed è quanto di più asimmetrico abbia mai accompagnato l’uomo attraverso i suoi giorni: l’amicizia.

Buona sera, David.
Buona sera, Lorenzo.
La prima domanda è un po’ d’obbligo. Chi erano Lorenzo e David quando si sono incontrati? Chi sono adesso, quarant’anni dopo?
Sinergia è una parola bellissima anche se forse troppo spesso abusata. Nell’accezione “Sinergy of sons” assume una valenza straordinaria. Cosa è per voi, e in voi, sinergia?
Ovviamente non sono una critica d’arte ma amo profondamente la pittura. Di là delle influenze immediatamente rintracciabili, mi colpisce molto la visione prospettica che affiora dalle vostre opere. Come sono le “strade” di David e di Lorenzo?
Un tratto che forse accomuna la vostra arte è la sensazione di una solitudine a volte molto esplicita, come nei “ventri” o nelle canottiere dei pescatori di Lorenzo o nei profili di David; altre molto sottile, quasi tenuta con pudore, mai con mestizia. Cos’è dunque “la solitudine”?
Cosa emoziona ognuno di voi innanzi a una tela dell’altro? Come l’uno racconterebbe l’altro?
Avete colori diversi, per ognuno densi della propria cultura, delle influenze provenienti dai propri maestri e dai loro particolari idiomi,testimoni entrambi di realtà sociali estremamente eterogene ma molto forti. In questa pittura che racconta la realtà ma non la descrive, rintraccio un costante ritorno al mito. Che ruolo ha la mitologia e i suoi simboli nella vostra vita, prima ancora che nella vostra pittura?
“Sinergy of sons” destina una parte dei suoi proventi a istituzioni impegnate in prima fila nella lotta alle patologie della vista e della cecità. Cosa è per voi la luce?
Ha molto fascino la storia del vostro incontro e del vostro ritrovarvi; una storia che i nostri ospiti già conoscono, per averla letta o ascoltata. Io stessa mi sono un po’ innamorata di quest’asse un po’ sbilenco che vi lega e di cui Milano, a metà di un immaginario che conduce dalla Sicilia a Londra, potrebbe rappresentare il fulcro. A quarant’anni da oggi, qual è la città del futuro in cui Lorenzo e David tornano a incontrarsi?



Adelaide Sciuto