Biografia

Formazione artistica

Maria Luisa ALESINA nasce a Salice Terme-Godiasco, nell’Oltrepo Pavese, nel 1941. Si diploma a Brera, sotto la guida di Cristoforo De Amicis e Francesco De Rocchi, i due grandi maestri del Chiarismo Lombardo. Dopo aver ottenuto l’abilitazione in Educazione Artistica e Storia dell’Arte, si dedica all’insegnamento, ma senza mai interrompere il legame con i suoi maestri, sia dal punto di vista artistico, sia affettivo. Di carattere riservato, continua a dipingere, anche se, inizialmente, un po’ isolata rispetto al fervente mondo artistico milanese, portato verso correnti informali e di nuova sperimentazione. Ma l’Alesina è fedele, prima di tutto a se stessa e non si avventura in imprese che non rispecchino la sua poetica e soprattutto il suo mondo interiore. Pur vivendo e lavorando a Milano, la sua anima continua a percorrere la valle Stàffora, nell’Oltrepo, a contemplare i suoi cieli e i suoi paesaggi. E’ un amore profondo che la lega alla sua terra, viscerale e tenero, e che possiamo ammirare nei molti disegni che rappresentano “ la Grande Madre”, vista come una giovane soave fanciulla addormentata. Nello stesso periodo riceve importanti commissioni per l’esecuzione di due grandi tele, per la Parrocchiale di Salice Terme. Da segnalare il bellissimo dipinto rappresentante Gesù, immerso in un paesaggio notturno illuminato dalla luna, che esalta il Castello e la Rocca di Nazzano: sempre presenti in tutti i suoi paesaggi. Il castello di Nazzano è “il mio logo”, afferma la pittrice, infatti lo troviamo in tutte le sue tele, magari occultato in lontananza, sulla linea dell’orizzonte. Tra le sue opere più significative, da ricordare la tela dedicata a San Paolo, nella Chiesa di Livelli, sempre nell’Oltrepo Pavese. A Milano sono da segnalare due importanti mostre alla Galleria Bolzani e al Circolo della Stampa. Partecipa, nel frattempo a numerose collettive in altrettanto importanti gallerie. Il suo percorso artistico, fin dagli esordi, è solidamente tracciato e non si discosta dalla poetica chiarista, che essa interpreta e realizza in opere fortemente evocative, per giungere ad una vera sublimazione della forma e del colore. I suoi vasi di fiori, ma soprattutto le sue montagne, dell’ultimo periodo, quasi smaterializzate nei bianchi luminosi e trasparenti, testimoniano il suo bisogno di ritrovare, anche nella maturità, il candore della giovinezza. L’etica chiarista, che era stata il punto di partenza dei giovani artisti degli anni 30, si ritrova sempre nei suoi dipinti e sottolinea un profondo rispetto verso l’uomo e la natura. In un mondo come quello di oggi, in cui l’aggressione all’ambiente e la violenza perpetrata a danno dei più deboli, sono diventate leggi, la visione delle sue opere e il messaggio in esse contenuto, sono un monito a lottare per il raggiungimento di un futuro migliore.

Tematiche

DARIO FERTILIO(Corriere della Sera)

Qualche anno fa, a Cambridge, andai a trovare il più famoso dei dissidenti anti-sovietici in esilio, Vladimir Bukovskij. Viveva e credo viva tutt’ora, in una villetta piuttosto appartata con un giardino spazioso pieno di verde: una specie di paradiso in terra per una persona che ha trascorso gran parte della sua vita all’interno di un gulag. Parlammo dell’Unione Sovietica da poco scomparsa, lo intervistai sul futuro dell’Europa unita e sulle sue preferenze letterarie, mi confessò di sentirsi troppo stanco per scrivere nuovi saggi o romanzi. “E poi”, aggiunse, “nessuno ormai ha più veramente voglia di leggere a lungo: meglio contemplare con i propri occhi quel che succede”. E qual è il luogo che le piace di più osservare? gli domandai. Dopotutto, quella intervista faceva parte di una serie più ampia sui sogni privati dei personaggi famosi. Ero quasi sicuro che avrebbe citato, da bravo russo nostalgico, qualche paesaggio della sua terra. Invece, dopo una breve riflessione, rispose: vorrei vivere dentro a un paesaggio di Constable. Cioè, del grande pittore inglese che visse a cavallo tra Settecento e Ottocento, ritraendo carri di fieno, cavalli al salto e poderi nella valle. Per chi ha sperimentato molti dolori della vita, evidentemente, una certa idea paesistica della natura diventa prima o poi una necessità, più ancora che balsamo. Quel colloquio mi è ritornato in mente nello scorrere i titoli delle opere di Maria Luisa Alesina, anche lei alla ricerca di qualcosa che non si può esprimere a parole, racchiuso dentro ai confini dei suoi paesaggi: luoghi di meditazione, intesi come necessità e balsamo. Nei suoi platani azzurri, nei mari d’erba, nelle marine e nelle gelate c’è la ricerca di qualcosa che è perduto, una luce speciale che è forse il vago presentimento di una trascendenza, un segno di speranza. Così lontana dal mondo di Constable, nel tempo e nello spazio, eppure spiritualmente così vicina a lui,Maria Luisa Alesina. Io credo che a Vladimir BuKovskij piacerebbe vivere anche nei suoi paesaggi.






Maria Luisa Alesina

A cura di CURZIA FERRARI (Scrittrice e Critica d’arte)
E’ una sorte benigna quella che consente ad alcuni pittori ancora operanti di poter dire: “Ho studiato con De Rocchi,con De Amicis”-maestri indimenticati che sventavano l’impalpabile assedio della superficialità e pretendevano dai loro allievi prima di tutto il mestiere,il prezioso mestiere di cui furono levatrici le antiche botteghe della nostra storia.
Uno di questi- una, anzi- è Maria Luisa Alesina che si ripresenta,al pubblico milanese con una mostra piena di voglia di luce e della trasparente meraviglia di un mondo che è continuato ad esistere anche nel momento più buio della sua vita, e le si e’ ri - svelato con energia consolatrice proprio quando il dolore sembrava arrogarsi l’ultima parola.
Si direbbe che la sua creatività non sia mai stata così gioiosa, così votata al senso dell’ineffabile. L’impressione e’ che dipinga abbandonando la mente ed il cuore a un’estasi larga,fuori dal quotidiano fragile e indigente , ed il bianco di cui fa abbondante uso sia, nel dettaglio della superficie,un lampo d’infinito;perché non esiste un punto dove non ci sia più cielo.
Guardiamo i suoi paesaggi della Valle Staffora a misura di una quasi perduta Lombardia d’alberi e d’acque,la rocca di Nazzano sospesa a mo’ di sentinella in cima a un’altura, la gaiezza tremula e stupita dei suoi fiori nati da un processo interno che va al di là dell’ immagine stessa, fiori inventati nella ragnatela del sogno eppur così reali. Si avverte che per Maria Luisa nel seno delle cose anche più ovvie trema il palpito della grazia, di una meraviglia pronta a rinnovarsi ogni giorno. L’uomo e’ molto più complicato e profondo di quanto sostengano le teorie che egli stesso inventa;e c’è da raggelare se la sua mente rifiuta i misteri dei contorni incerti e la nebbia del dubbio. Ciò che noi chiamiamo Chiarismo (ne è consapevole e lo dimostra con la sua opera la nostra bravissima pittrice) non è solo una scuola pittorica che ha lavorato sulla “sottrazione” della materia, ma un’etica che ci pone in uno stato di riverenza e di stupore verso la natura, gli uomini, l’intero creato.
Gli” eventi” del Chiarismo ci portano fuori dalle nozioni e dalle immagini prese a prestito. Il bicchiere di vetro dentro il quale respirano poche viole,costituisce una celebrazione,un evento appunto. Intorno-l’incolmabile spazio dove si sperimenta l’epifania dell’ invisibile.
Milano, 27 marzo 2009


Maria Luisa Alesina è sospesa nel tempo.
E’ proprio vero che un vero pittore o una vera pittrice si riconosce dalla qualità della sua pittura, nel senso che quando si svolge per anni con insistenza sincera questa attività, è possibile permettere ad un osservatore attento e sensibile di percepire la differenza che passa tra un’immagine compiuta nella forma e la rivelazione delicatissima dell’io che dalla stessa proviene.
Si tratta di un risultato per nulla scontato: diverse volte mi è capitato di trovarmi di fronte ad opere perfette, quasi un esercizio accademico eseguito con la massima cura ed esperienza ma prive di un’anima, di una rivelazione appunto.
La specificità di queste opere viene da lontano, da una conoscenza affettiva della natura e dei luoghi cari che traslati nella culla della propria interiorità hanno alimentato un’ispirazione silente ma totalizzante.
Ho conosciuto Maria Luisa in un’occasione come questa, onorato della possibilità di parlare con lei e di lei, nel tentativo vano di sciogliere dal mistero i suoi paesaggi, vivendo l’imbarazzo nel constatare quanto la parola possa essere approssimativa nell’esprimere l’indicibile.
Non sempre il pensiero è coordinato con lo spirito.
Potrebbe essere addirittura un sacrilegio voler codificare in un’espressione linguistica, per quanto raffinata, la possibile intuizione interiore nata in noi dalle sue opere.
Il rischio è la dispersione stessa del mistero ma è necessario osare perché la bellezza giunga anche ad altri e adempia al suo fine.
Per tale ragione è importante una mostra come questa e non escludo che, per qualche visitatore, potrebbe essere anche l’inizio di un’esperienza catartica.
Siamo in presenza di un impegno religioso proprio perché Alesina ha dipinto le sue tele dopo essersi messa in ascolto della natura, attendendo nel suo studio raggiunto da una luce zenitale in alcune ore del giorno, un messaggio che poi il suo talento non ha avuto difficoltà a rendere pittorico.
Ho discusso con lei dell’empatia inevitabile che vive al momento di dipingere: Maria Luisa è mossa da un vero atto creativo quasi disgiunto dalla fisicità della sua persona, guidata da un sentimento universale che richiede una dedizione totale, un abbandono senza condizioni al mistero dell’incanto.
Chi conosce questa pittrice e vede le sue opere ritrova un’unità di senso in quanto sono un’estensione della sua identità, una distillata coerenza che rivela una natura al femminile.
I suoi paesaggi ci consegnano un microcosmo interiore, una delicatissima sensibilità che coglie influssi e messaggi visivi e sente di tradurli in immagini pittoriche, attendendo pazientemente il momento di questa transizione, dalla percezione all’atto creativo che impedisce la dispersione di pochi, preziosi attimi.
Maria Luisa è la dimostrazione che non si può prescindere dallo studio, dalla formazione e dalla conoscenza poiché, la progressiva acquisizione di una tecnica sempre più “limata” negli anni se non fosse stata sostenuta da una crescita dello spirito, oggi non avrebbe dato questi risultati.
La nostra pittrice sa cosa desidera vedere sulla propria tela prima ancora di averla sfiorata con un segno o un tocco di colore e ciò non significa che la ricerca sia semplice ma che esiste in lei un’idea di armonia cosmica che l’accompagna fin dall’inizio dell’esperienza pittorica.
Ho estrapolato da una recensione raffinatissima di Curzia Ferrari alcune espressioni, brevi e dense di significato, che descrivono le opere di Maria Luisa e ne sono rimasto semplicemente affascinato.
Intuizioni come una “pittura consolatrice”, “un’estasi larga” a proposito della pennellata, “la gaiezza tremula dei fiori” esprimono la poeticità di una donna che riconosce lo stesso mistero in un’altra donna e lo dichiara scegliendo con sapienza alcune parole e non altre consapevole di quanto la sfumatura sia determinante.
La mia proposta per fruire della pittura di Maria Luisa Alesina è, per l’appunto, questa: guardare nella speranza di riuscire a vedere, concedendovi tutto il tempo necessario poiché la rivelazione è sempre inaspettata e sarà la variante di uno scorcio, di un passaggio tonale, di un momento del giorno o semplicemente di un gesto pittorico a farvi intravedere uno stato emozionale nell’esatto istante in cui lo percepirete.
La nostra pittrice, come la sua biografia ci informa, proviene da una consolidante esperienza chiarista trasmessa dai suoi maestri di Brera, De Amicis e De Rocchi, che di quella stagione sono stati due esponenti irrinunciabili.
Ciò che mi incanta, però, al di là dell’adesione a una corrente di tale pregio, è la fedeltà costante e silente nel tempo a una scelta artistica e la totale noncuranza di tutte le possibili deviazioni che avrebbero potuto e non si sono insinuate nella sua pittura.
Potrebbe risultare semplicistico dire che Maria Luisa ha fatto dell’arte un’esperienza di vita, divisa tra l’insegnamento di educazione artistica e l’attività pittorica, eppure guardando un suo disegno su carta, un particolare della Grande madre (2005) si può notare come la figura nuda e distesa di una donna stia diventando natura, una sorta di metamorfosi mediante la quale i seni stessi sono già fiori e il corpo sensuale ha già labili confini in procinto di diventare paesaggio.
Non penso che esista, nel repertorio della nostra pittrice, un’immagine più esplicativa in grado di informarci su questa esperienza totale, quasi la sua identità femminile sia coincisa con l’essenza di una natura che ha amorevolmente dipinto per tutta la vita.
A tale proposito, osservando più nello specifico alcune delle sue opere ho compreso che, per lei, il paesaggio non è soltanto una pittura di genere ma molto di più, una sorta di incontro cristallizzato tra gli aspetti della natura e il tempo declinato nelle varie stagioni dell’anno e delle diverse ore del giorno.
Primavera nell’Oltrepo (2004) è una vera e propria introduzione a questa stagione grazie a un sentiero che, partendo dal bordo inferiore del quadro, invita l’osservatore ad “entrare” e a percorrere una pianura che già in lontananza diventa collina.
Estate (2004), pur privilegiando sempre il punto di vista dell’osservatore, è un afflato, un respiro profondo che ci fa avvertire la vastità degli spazi mediante una magistrale abilità nel creare un gioco impercettibile di rimandi, da un profilo collinare all’altro sino alle montagne che rasentano il cielo.
Un’ultima segnalazione è Inverno in valle Staffora in cui il sentiero, metafora della vita dell’uomo, si apre ancor di più in primo piano rispetto all’opera precedente e riusciamo a seguirlo con lo sguardo fino a perderlo laddove la vegetazione, per quanto spoglia, si infittisce.
I bianchi e gli azzurri, sapientemente calibrati, definiscono questo paesaggio innevato dotato di una vena idilliaca e sognante, quasi un viaggio a ritroso nella memoria che la nostra pittrice ci invita a compiere per ritrovare, anche se per brevi attimi, una dimensione incantata.
Sono soltanto alcuni esempi di una lunga attività, dedicata al mistero della natura così tanto contemplata da saper rendere visivi persino i silenzi che dalla stessa provengono.

GABRIELE GUGLIELMINO (Critico d'Arte)
































Tecniche

LE POESIE di Maria Luisa


A CARLO CORSI

Sul roseto già potato
un'ape vola,
in attesa dell'inverno
che non vuol venire.
Il sole l'ha tradita
e adesso cerca confusa
una corolla su cui posarsi.
Ma il giardino è spoglio
e i miei vasi vuoti
anche di fiori recisi.
Gira cercando attonita
ciò che non trova.
Infine si posa
su "Tango" di Carlo Corsi
appeso alla parete.
Nel rosso sensuale della camicetta
annega la sua disperazione
e gli ultimi istanti di vita.
Hai ragione tu, piccola ape,
se morire bisogna,
meglio morire tra le braccia
di un capolavoro.



MILANO

Nessuno alza gli occhi
ad osservare lo strazio
della luna assassinata
dalle guglie del Duomo.
Non c'è tempo per i bisogni
naturali del cuore.
Nella vecchia Milano
invece di aiuole
fioriscono gallerie.
Ed è qui
che l'operosa esistenza
ritrova
la sua luna e il suo cielo.


LA PRIMA NEVE

Rubo un fiocco
al cielo in festa.
Sul palmo aperto,
una lacrima si perde
nei segni del destino.

Valutazione artistica

A MIA MADRE

Col passo lieve
della giovinezza
vengo a cercarti
o tenera mamma.
Cerco te, cerco me
e i giorni perduti
in struggenti lontananze.
Fra i cipressi mi appari:
col delicato profilo da cammeo
e il vento tra i capelli...
...e io ti stringo al cuore!

Le mie mani accarezzano
la pietra che ci separa:
queste sono le tue mani,
frutto del tuo stesso sangue,
le stesse mani che, pur nel dolore,
disegnano ancora
l'incanto della vita.