Biografia

Fiorenzo Mascagna è nato a Caprarola (VT) il 18 agosto del 1959. Conseguita la maturità artistica presso l’Istituto d’Arte di Civita Castellana, si è diplomato in scultura all’Accademia di Belle Arti di Viterbo con il punteggio di 110/110 e lode, discutendo la tesi “Il luogo nella scultura”.
Già titolare per un decennio della cattedra di “Teoria della percezione e psicologia della forma” presso la medesima Accademia che lo ha visto studente, Fiorenzo Mascagna ha insegnato nei corsi di pittura, restauro, scenografia e moda. Attualmente si dedica esclusivamente alla scultura operando in ambito pubblico e privato.
Ancora giovanissimo ha realizzato in ambito urbanistico importanti interventi di innegabile rilevanza artistica come la fontana per il Nunzio apostolico del Madagascar, “la città e le quattro stagioni a Civitavecchia, “Girotondo delle piccole cose” a Caprarola (VT). Ha partecipato alla mostra mondiale sulla natività svoltasi nel 1994 al palazzo delle arti di Todi (PG).

Formazione artistica







Conseguita la maturità artistica presso l’Istituto d’Arte di Civita Castellana, si è diplomato in scultura all’Accademia di Belle Arti di Viterbo con il punteggio di 110/110 e lode, discutendo la tesi “Il luogo nella scultura”. Durante il percorso formativo è stato allievo di Michelangelo Conte, Alfio Mongelli, Teodosio Magnoni, Aurelio Rizzacasa.

Tematiche

Astrattismo geometrico e lirico.

Tecniche

Scultura diretta su pietra e legno

Bibliografia

Sono nato a Caprarola (VT) il 18 agosto del 1959. Della mia infanzia ricordo quel mondo autentico sparpagliato tra i vicoli del paese, dove era facile ritrovarsi e riconoscersi in qualsiasi gioco inventato per l’occasione del momento. A distanza di molti anni conservo la memoria dei volti scolpiti dentro l’esistenza quotidiana, di quella vita raccolta attorno a valori veri. L’incontro con la scultura credo sia avvenuto già da allora, probabilmente dalla necessità di costruirmi i giocattoli da solo. I luoghi di frequentazione erano le discariche: autentici supermercati della creatività, dove gli oggetti rotti ritrovavano una nuova vita nell’invenzione. In questa infanzia semplice, alimentata dalla voglia di modellare qualsiasi cosa, anche un chiodo diventava uno strumento indispensabile per scavare nel tufo solchi buoni per farci passare l’acqua. Senza saperlo si imparava qualcosa. Del sentirmi figlio di quel passato, conservo l’autenticità e la stessa voglia di scoprire che avevo allora. Sono cambiati gli strumenti ed i materiali non sono più quelli delle discariche ma molto di quello che sono oggi appartiene al bambino che ero. Gli appartiene il gioco e quel seguire d’istinto il percorso che ritieni necessario per la tua esistenza. Gli appartiene la voglia di credere in quello che fai e quella di far somigliare un sasso a qualcosa. Sono stato balbuziente e dislessico, mi hanno bocciato in quarta elementare ed ho imparato a leggere correttamente dopo le scuole medie. Per il resto della vita ho rincorso quella pagella per riscriverla di nuovo. All’interno di quel mondo largo, dove non sapevo muovere i passi, ne avevo costruito uno a mia misura fatto di silenzi, legni e carte colorate che disponevo dentro la mia immaginazione. Credo di aver terminato di riscrivere quella pagella, quando da docente, mi sono ritrovato nelle aule dei miei silenzi, ad insegnare a quelli che non mi avevano capito. Se ho potuto leggere sul libretto grigio di fine ciclo delle medie “L’alunno scrive male e si esprime peggio” è perché probabilmente molti mondi fanno ancora fatica a comunicare. Quando oggi dico che sono quello che avrei dovuto essere con l’aggiunta di quello che sono, è perché ripenso a quale destino mi attendeva se avessi seguito le sacre prescrizioni che i miei insegnanti avevano annotato su quel libretto grigio. Sebbene il mio primo diploma sia di elettrotecnica, non sono mai diventato un elettricista. L’istituto d’arte e l’accademia sono stati i luoghi dove ho fatto diventare realtà i sogni di quel bambino che costruiva sulle scale barche con canne ed elastici colorati. L’aver insegnato “Teoria della percezione e Psicologia della forma” nella medesima accademia che mi ha visto studente, ha significato per me ripercorrere strade che ho rivisto dentro gli occhi dei ragazzi che ho avuto con me per quasi un decennio. Forse è stato dar ragione alla frase che scrivevo sul diario “Lo sconforto è la scusa degli imbecilli” Oggi faccio per mestiere, quello che per tanti, non poteva mai diventare un vero lavoro. Le scelte importanti non si fanno neppure, ti vengono addosso direttamente e con incoscienza le segui. Le troppe domande servono soltanto a complicarsi la vita, soprattutto perché le risposte sono già contenute in quello che siamo e che facciamo. Posso dire oggi che non avrei voluto fare una cosa diversa da quella che faccio. E’ forse di questo amore e di questa completa dedizione che l’arte ha bisogno.