Biografia

Formazione artistica

VITO BONGIORNO nasce ad Alcamo (TP) nel 1963 ma in giovane età si trasferisce a Roma dove si diploma presso il Liceo Artistico Statale quale allievo di Mino Delle Site, l’aereopittore leccese molto stimato da Marinetti.
Arricchisce quindi le sue conoscenze seguendo nella capitale corsi di disegno dal vero e dal nudo, di incisione, modellato e scultura.
Dopo il servizio militare, al fine di ampliare le sue esperienze si reca all’estero, soggiornando dapprima a Monaco di Baviera e poi a New York, dove prende contatto con gli ambienti artistici più avanzati e incomincia ad esporre le sue opere, ispirate a quella filosofia estetica che egli stesso chiama “sintetismo della vita” e che si può riassumere nella sintesi fra esperienza oggettiva ed espressione delle proprie esigenze interiori. Egli mira principalmente ad essere se stesso, a conquistare un proprio linguaggio, a definire un proprio stile, nell’ambito, naturalmente, delle correnti più innovative e più aggiornate, ma tuttavia sempre autonomo e personale. Ha esposto in mostre personali e collettive in Italia e all’estero e svolge la sua attività nella capitale italiana , una delle sedi più attive in quello che viene chiamato il sistema internazionale e policentrico dell’arte.

Tematiche

Allievo dell’aeropittore Mino della Site, molto amato da Marinetti, Vito Bongiorno, nato ad Alcamo nel 1963, ha studiato incisione e scultura a Roma per poi proseguire gli studi a Monaco di Baviera, esponendo in alcune importanti gallerie. In seguito, durante un soggiorno a New York, è venuto a contatto con le realtà artistiche più interessanti e ha ampliato la sua ricerca ispirandosi a quella filosofia estetica che egli stesso chiama “sintetismo della vita” e che si esprime nella sintesi fra esperienza oggettiva e manifestazione della propria interiorità.

Il suo lavoro si incentra soprattutto sul tema dell’impronta, che gli permette di mettere in mostra il reale nei diversi aspetti della sua totalità espressiva. Evocando le Anthropométries di Yves Klein, in una recente performance, Bongiorno ha steso lungo la strada del centro di Fregene cinquanta metri di tela e, dopo averla cosparsa di polvere blu, ha lasciato che delle modelle dipinte dello stesso colore vi imprimessero il loro corpo, diventando come dei pennelli viventi, sigilli da imprimere sulla tela sotto la sua attenta direzione. In queste opere si distinguono gli elementi essenziali del corpo femminile: forme antropometriche perfette, come fossero statue antiche della modernità. Si crea in questo modo una distinzione tra il “corpo pennello” della donna e il corpo dell’artista che lascia compiere l’opera sotto lo sguardo suo e degli spettatori. In questo ritratto dell’esistenza Bongiorno sottolinea la predisposizione dell’uomo a lasciare impronte, segni tangibili di un processo temporale che ha avuto luogo sul corpo e sul territorio preso in considerazione. Il suo intento è dunque quello di ridurre l’importanza data al manufatto artistico in quanto tale, per privilegiare l’aspetto mentale e spirituale di ogni creazione.

Nelle opere esposte ad Hybrida Contemporanea, dilatando i confini tra il mondo dell’arte e la quotidianeità, Bongiorno prende possesso degli elementi della scena urbana, attribuendo alla strada il valore poetico di immagine. Rappresenta i luoghi di transito e di mobilità, fatti di slittamenti sensibili e tracce improvvise, luoghi dell’esistente e del vissuto che affiorano fino alla soglia della coscienza. L’impronta di alcuni sampietrini si isola, si raccoglie in se stessa, si fa “figura” diventando come un’icona rinascimentale che emerge a fatica da sfondi di pittura monocroma. I sampiertini rappresentano un connubio di realtà passate, vissute, sovrapposte le une alle altre e intrappolate in armonia in una pittura fatta di segni e di colori. La strada è lo spazio collettivo dove si imprimono le infinite tracce che formano il tessuto dell’esistenza umana, il flusso della vita. Come diceva Argan, riferendosi all’informale, “non è la pittura a fingere la realtà ma la realtà a fingere la pittura”. Bongiorno realizza quindi quella prossimità assoluta fra vita e arte spostando l’attenzione dello spettatore sul banale lì dove la percezione si arresta per far cadere la rigida barriera tra realtà e immaginazione.

Tecniche

E’ una performance la sua, un’esibizione che coinvolge il pubblico e i semplici passanti. Un’opera aperta , che vede come oggetto d’esposizione una donna cosparsa di polvere blu che imprime la sua longilinea sagoma su una grande tela bianca. Come Yves Klein, pittore francese del Neo-Dadaismo europeo, Vito Bongiorno ritrova nel blu la sua maggiore espressione artistica. Il blu del mare e del cielo affidati a corpi femminili che fanno magicamente divenire il quadro un terreno di esperienza esistenziale in cui l’”oggetto”, ormai totalmente decontestualizzato, si tramuta in forma. La sua è quella che viene definita Land Art, un’arte concettuale nata negli anni ‘60 e ‘70 in America. Un’arte che prevede l’evasione dell’artista dallo spazio tradizionale della galleria o del museo e l’intervento diretto sullo spazio naturale o, come in tal caso, urbano. Così Vito Bongiorno, dopo aver dipinto la sua modella, fa proseguire la sua tela aldilà dello spazio espositivo fino a farla arrivare alla strada, là dove è presente il pubblico attivo che interpreta e valuta. Non esiste infatti oggettività nelle sue opere. L’emozione, il senso e il valore dei dipinti vengono stabiliti solo dall’osservatore. Il suo pensiero si ispira a Winckelmann il quale concepisce la bellezza come rappresentazione di linearità, semplicità, armonia e proporzione. Con la stessa intenzione, Bongiorno esprime la sua arte “essenziale” in linee sinuose e colorate in cui a prevalere è il pensiero e l’emozione soggettiva. Le impronte figurano da sempre sui suoi dipinti . Già nel 2002 stese sulla strada principale di Tarquinia rotoli e rotoli di tela con le impronte di tutti i cittadini. E nel settembre di quest’anno, il lungo mare di Fregene è stato invaso da donne blu. Forme, colori, soggettività, interazione tra mondo esterno e mondo interiore, performance e partecipazione , sono gli elementi che caratterizzano quello che è stato definito dai critici, un’ artista d’avanguardia.

Valutazione artistica

Nel corso degli ultimi anni l’artista ha intrapreso una serie di sperimentazioni tra Body Art e Land Art.

Nella Body Art Vito Bongiorno considera il corpo come fondamentale mezzo di espressione artistica, mentre nella Land Art usa l’ambiente come teatro dell’attività creativa.

Crea così una fusione tra questi due movimenti artistici nati negli anni Sessanta negli Stati Uniti e diffusisi in Europa e in molti altri paesi.

Nato ad Alcamo (TP) nel 1963 ha avuto tre maestri.

Mino delle Site, l’aeropittore futurista dal quale ha appreso che la pittura è soprattutto leggerezza, quella leggerezza che Nietzsche considerava un dono divino. Il secondo maestro di Vito Bongiorno è stato Toti Scialoja, il poeta, il pittore e scenografo per il quale l’impronta era una lama sottile, un punto instabile di equilibrio, impossibile da tener fermo nel tempo. Il terzo maestro di Vito Bongiorno è stato Yves Klein, il pittore francese noto per le sue antropometrie, consistenti nel dipingere donne nude di blu e imprimerne i corpi sulla tela.

A differenza di Yves Klein che eseguiva queste operazioni nel chiuso dello studio, Vito Bongiorno realizza i suoi esperimenti in Plein Air, sotto lo sguardo attento del pubblico, che partecipa così, attivamente, alle performance.

Recentemente il Museo delle Trame Mediterranee della Fondazione Orestiadi di Gibellina ha acquisito all’interno dei suoi spazi l’opera “Oltremare a Gibellina” accolta con entusiasmo e stima da parte del Presidente Ludovico Corrao.

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