Biografia

BIOGRAFIA E CRITICA
Enzo Gravante (1962). Giornalista, critico musicale. Dipinge dal 1985. E’ citato sulla Enciclopedia Treccani. Si occupa di jazz dal 1978. Redattore, inviato di quotidiani, ha lavorato anche per il teatro, il cinema e il balletto. Ha scritto su Musica Jazz, Jazz, La Sicilia, L’Italia Settimanale, Set. Ha seguito circa 80 festivals in Italia e nel mondo, recensito dischi, scritto note di copertine. Ha collaborato per RadioDue ai testi del programma “Jazz & Image”, curato la mostra “Il jazz tra le due guerre”(Roma-Festival Internazionale Jazz di Villa Celimontana, 92.000 presenze). Ha scritto e condotto programmi su Radio3Rai. Tra i fondatori della Società Italiana per lo Studio della Musica Afroamericana. Nel 2004 ho scritto il libro “Paolo Fresu,la Sardegna,il Jazz”. Vive a Roma.

C’è un momento in cui si perdono le parole, e la memoria è un suono, è un gesto. Le relazioni tra arte e musica sono in questi ultimi decenni sempre più strette, più pressanti. Gli automatismi del disegno ben si collegano con l’improvvisazione musicale. E poi l’arte, la pittura, hanno sempre più invaso i campi delle altre discipline, sconfinando nella performance, nel teatro totale, nell’esecuzione musicale. Fino ad arrivare a quello che può sembrare un paradosso – ma paradosso non è – che anche una nota musicale è “pittura”, anche un suono è immagine. In un contesto così articolato e complesso si va ad inserire l’escursione di Enzo Gravante, critico musicale, nel campo delle arti visive. Ed è come se la scrittura critica prendesse le forme dei propri sogni, usando la musica come ipotetica sponda. E’ un processo di traduzione dalla musica alla scrittura e dalla scrittura all’immagine. E’ un meccanismo a incastro, dove il critico Enzo Gravante si trasforma nel suo anagramma, nell’artista Zeno Travegan, e disegna sulle corde del jazz e della musica in generale. C’è freschezza di invenzione, c’è ritmo sincopato, c’è feeling nei disegni di Zeno Travegan. A volte vivono emozioni pure, semmai con quel richiamo all’infanzia che è la testimonianza di un viaggio nel primitivismo, nello slang delle origini, in quella purezza di segni e di note. Enzo Gravante, critico musicale, Zeno Travegan artista disegnatore. Due facce della stessa realtà, due vicende complementari. E’ vero che il critico ha il sopravvento, com’è giusto che sia. E’ vero che la mostra stessa si trasformi in una sorta di evento visuale e musicale al tempo stesso. Ma è pur vero che non esiste un lato oscuro della luna e Giano Bifronte si svela con serenità nella sua doppiezza linguistica. All’inaugurazione una chitarra detta le regole della performance. E non sembra un caso che anche Giuseppe Chiari, l’artista fluxus che – insieme con John Cage - ha maggiormente esplorato i territori di confine tra arte e musica, intitolasse “La chitarra” una sua mostra. E’ la duttilità stessa dello strumento a corde a far vibrare “sogni, segni e disegni…”
Enzo Battarra

Osservando i disegni di Enzo Gravante, s’intuisce il desiderio di comunicare e rendere visibile l’estrema importanza data ad una peculiare sensazione interiore, una presa di coscienza su quel che di più intimo e autentico ci possa essere: sé stesso.
I suoi disegni, dipanandosi più per automatismo che per effettive ricerche estetiche, risultano caratterizzati da un tipico e generalizzato atteggiamento giovanile diffuso, d’altronde, in molte avanguardie artistiche del primo novecento.
Un atteggiamento, quello di Gravante, riducibile alla necessità di proporre il suo sentire al di là di ogni accademismo, non per protesta, bensì per elargire una personale ri-formulazione di contenuti inerenti il suo spazio vitale. Lo spontaneismo estetizzante del pittore incanala una “joie de vivre” e un’espressione fantasiosa che risulta comunicativa a tutti i livelli: da quello artistico-letterario, a quello poetico-musicale. La sua intenzione si discosta dalla volontà di creare opere d’arte intese tradizionalmente, poiché non si definisce artista in senso stretto; teoricamente però sembra voler fare piazza pulita delle convenzioni pittoriche pregresse, manipolando forme e colori che provano a capovolgere le regole del gusto e della “buona” percezione.
Il procedimento istintivo, o automatico, s’impossessa del baricentro della sua poetica, permettendo alle immagini di fluire senza filtri e d’essere registrate sul foglio. Gravante plasma un difforme modello di realtà, reinventando linguaggi per saggiare sempre la modificazione non dell’uomo, ma del suo essere nel e del mondo.
E’ il suo inconscio che lo guida verso l’onnipotenza creativa del desiderio di cristallizzare stati d’animo, esternata dal gioco realmente disinteressato del suo pensiero. Quel che affiora dai suoi disegni, ci istruisce su come l’arte non è solo rispecchiamento di storia e cultura sociale, ma la risultanza d’un linguaggio interno, indipendente da condizionamenti, e che discende da quella volizione e bisogno di creare comune agli esseri umani: una pulsione super-soggettiva orientata solo dalla sua storia. Con elementi infantili originali, Gravante sembra non apprezzare le enormi scoperte concettuali del ventesimo secolo, mentre questo ripartire da zero getta, forse, un’ancora di salvezza alla concezione dell’artista, facendo rifluire l’arte stessa nella dimensione pacata e quotidiana della nostra esistenza.
Anton Giulio Niccoli