RACCONTO: "PORTAMI VIA CON TE" (di Roberto Zaoner)

2018

Nella portineria di quel palazzo, all’angolo di una strada trafficata, giaceva un tavolino con un libro ove era stato scritto un necrologio, e già tante firme erano state scritte da gente, per lo più giovani, che venivano a rendere omaggio alla povera defunta Anna, vittima delle avversità della vita. E con passo veloce arrivò Giovanni, giovane trentenne, che era legato da sentimenti di vero amore alla povera e sfortunata ragazza, di qualche anno più giovane di lui. Il giovane era distrutto dal dolore. Un tormento lancinante, che non gli dava tregua. Il giovane non si curò di servirsi dell’ascensore, ma salì le scale di corsa. Al suo arrivo, tutti quanti i presenti, che borbottavano sottovoce frasi addolorate per la tremenda realtà, si zittirono. Conoscevano il fidanzato della sventurata Anna. Era un momento straziante per lui. E tutti, con le lacrime agli occhi, assistettero impotenti alle grida inconsolabili del giovane, che per il dolore non poteva accorgersi che qualche mano si poggiava sulle sue spalle, in segno di consolazione e partecipe dolore. Giovanni si adagiò disperatamente sul corpo della sua Anna, ancora caldo, dentro ad una bara di colore bianco: “ Ti parlo con la mia mente e col mio cuore, mio infinito amore. Perché mi hai lasciato, mia adorata Anna? Qualche tempo fa, ti avevo letto una poesia di un anonimo. E alcune parole ancora me le ricordo. Le avevo fatte mie. Ti dissi che . Ma tu non mi hai voluto ascoltare. E sei andata per la tua strada. Ti eri illusa di essere guarita. Poi, cosa ti è successo? Non era una vera guarigione la tua. Ti venivo a trovare e tu avevi sempre belle parole per me. Mi consolavi. Non ti preoccupare per me, mi dicevi. Venivo a trovarti in quel triste luogo per parlare e stare con te. Percorrevo chilometri, ogni giorno, e poi al lavoro. Ma l’amore per te era più forte dello stress quotidiano. Non avvertivo neppure la stanchezza. Non dovevi però lasciarmi, amore mio! Ho portato una rosa rossa per te. Tolgo quel velo trasparente che è appoggiato sul tuo corpo immobile, ma ancora caldo, e poggio questa rosa sulle tue mani, unite in segno di preghiera, accanto a quella croce che con una catenina ha avvolto le tue mani. Rosa rossa coi petali umidi di lacrime che ho versato per te. Le mie mani cercano adesso qualcos’altro, e scivolano lungo il tuo ventre che accarezzo delicatamente. Tocco così il nostro bimbo di tre mesi che tu porterai sempre con te, frutto del nostro bellissimo e indimenticabile amore. Nostro figlio che sorte avversa non volle portarlo alla luce e che aveva completato e maturato con la sua già esistenza il nostro amore. Era vivo e cresceva nel tuo utero. E tu lo portavi felicemente in grembo. Cuore di mamma. Cuore di un essere debole e travagliato. Avevi perduto, in età adolescenziale, i tuoi giovani genitori. Ma c’ero adesso io con te. Ma forse non ti bastavo. Avresti dovuto avere più fiducia in me. Mi amavi. Ed eri ricambiata in grande, e dal mio cuore potevi accorgerti che ero disposto a darti tutto. Me lo avevi promesso che non ci saresti più cascata. Non saresti più caduta nella loro infame trappola. Eri in comunità e lì dovevi ancora rimanere. Ti sei, invece, lasciata convincere che una sola dose di eroina non avrebbe compromesso la tua già fragile salute. Esseri disumani, farti credere che quella fosse la vera felicità. La tua ingenuità ti ha tratto in inganno. Se eri in astinenza, me lo dovevi dire. Ti avrei riportata in comunità. E ora ti prego: portami con te! Ovunque tu sia. Voleremo liberi come bianchi gabbiani, insieme al nostro figlioletto, su di un mare calmo e di un colore azzurro intenso e sotto un limpido cielo. Non voglio rimanere solo su questa terra, fatta da certa gente che non pensa che a fare soldi, dando la morte agli altri. Ti guardo e mi accorgo quanto sei bella. La tua carnagione bianca e i tuoi occhi appena socchiusi lasciano intravvedere il colore azzurro indaco dei tuoi meravigliosi occhi. Hai il viso rilassato, come succede a tutti gli altri defunti. E guardo dentro questa salma, imbottita di raso di un colore grigio perla. Ti guardo affranto e pieno di lacrime. Continuo a piangere. Tolgo delicatamente il tuo anello che ti avevo regalato da quando ci siamo promessi amore eterno e lo infilo nel dito della mia mano. Così, ti porterò sempre con me. Ti bacio sulle guance ancora calde e rosee. Ti bacio sulla fronte. Mi inginocchio davanti alla tua bara e mi faccio il segno della croce. E pregherò sempre per te. Mi starai guardando dall’alto. Vorrei almeno che tu avessi ora raggiunto la tua serenità. Sicuramente ti sei scrollata di dosso questa croce: maledetta droga. Mi hanno portato via la mia amata, e con lei la mia gioventù. Stammi sempre vicino. Ora sei andata via, ma sono sicuro che spesso mi verrai in sogno. E rideremo insieme felici. Adesso vado. Il mio dolore è troppo forte. Voglio portare il tuo odore sempre con me”
Un sorriso pareva scorgere Giovanni dalle labbra della sua amata. Un sorriso rassicurante che gli raccomandava di stare sereno. Una mano si poggiò sulle sue spalle. Era quella di Gianfranco, fratello della sua amata Anna. Giovanni si voltò e guardandolo negli occhi lo invitò a pregare sempre per sua sorella. A loro si avvicinò pure Emilia, la sorella della sventurata defunta. E i tre si strinsero in un abbraccio struggente, e sommessamente e con grande dignità continuarono a piangere.
Il giovane poi, dopo aver salutato tutti quanti i presenti, uscì precipitosamente dalla stanza, ove tanto dolore aveva vissuto e tante lacrime aveva versato. Scese le scale piangendo e s’incamminò per la sua strada, con passo incerto e con la mente rivolta a quello che ne sarebbe stato del suo futuro, non più con la sua amata donna: quella splendida e sfortunata creatura della sua vita. E pensava già all’indomani, per un ultimo saluto, prima che la bara fosse stata chiusa da una lastra d’acciaio, che uomini del mestiere avrebbero saldato a quella tomba di colore bianco. Si voltò indietro col viso rigato di lacrime, e rivolse il suo sguardo in alto, verso la finestra aperta della stanza, ove giaceva la sua amata. Per l’ultima volta. Poi, girò l’angolo e riprese così la sua vita, consapevole che quello sarebbe stato il più grande amore della sua vita. “Vedrai per l'ultima volta il mio viso rigato di lacrime, ed io vedrò il tuo mentre ti chiuderanno dentro una lastra d'acciaio, ma sarai libera di volare e io aspetterò che mi chiami. E voleremo insieme liberi dai nostri corpi e più leggeri saremo senza le nostre colpe, e sorrideremo felici al nostro piccino che non è mai nato, ma che è qui con noi. E sarà un trionfo dell'amore".


Bozza del 24/02/2018. Rielaborato il giorno dopo.
Roberto Zaoner
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  • Codice:GA158797
  • Tipo:Poesia
  • Creata nel:febbraio 2018
  • Archiviata il:domenica 19 gennaio 2020