BREVE ROMANZO: "LA GUERRA NEI CIELI"

LA GUERRA NEI CIELI


Lungo il viale polveroso, col suo cane al guinzaglio, Matteo passeggiava affranto e pensieroso. Era una bella giornata d’inizio estate. L’aria era dolcemente frizzantina, e anche se lontane dall’autunno, alcune foglie, liberate dagli alberi, che facevano da cornice al parco, cadevano sui lati del viale, ad ogni respiro del vento. E tutt’intorno, assumeva l’aspetto di un dipinto su tela il leggiadro luogo. Pensava al suo amico, Matteo. Quel suo grande e vero amico scomparso nei cieli tra Ustica e Ponza, in quella maledetta sera di giugno. Due amici legati da sincera amicizia, come succede spesso quando si diventa amici da giovani, ove non c’è interesse, né malizia e né ipocrisia. Esce dal proprio animo la genuinità e la spontaneità nei rapporti con gli altri, quando si è giovani. Ed è amicizia vera. Matteo e Luca sentivano forte questo senso dell’amicizia “ab imo pectore”. Erano le prime ore del pomeriggio, e avvicinatosi che ebbe Matteo all’edicolante chiese un quotidiano. Non importava se italiano o inglese. E poi, i quotidiani italiani non avevano sicuramente avuto il tempo di arrivare in quella metropoli, dove lui viveva. Era così assorto nei suoi pensieri che attraversando le arterie che costeggiavano St.James’s Park, nel cuore di Londra, non sentiva neppure i clacson delle auto che suonavano per non investirlo. Matteo sfogliava precipitosamente il giornale, alla ricerca di quell’articolo che avrebbe descritto l’immane tragedia. Il giovane Matteo, ventinovenne, era a Londra non per svago, ma per lavoro. Si intendeva d’arte, di design e di moda, e parlava correttamente l’inglese. Era insegnante al college del “Chelsea School of Art”, in seguito conosciuto come “University of the Arts London”, di fama mondiale. Viveva in un appartamentino tra il college e il St.James’s Park, a due passi da Trafalgar Square, in Cockspur Street. Si sedette ad una panchina e lesse: “un DC-9 della compagnia aerea italiana “Itavia”, la sera prima, decollato da Bologna e diretto all’aeroporto Punta Raisi di Palermo, si era disintegrato in volo, in un luogo non ben precisato, tra l’isola di Ustica e l’isola di Ponza”. E l’indomani mattina, si avviarono le ricerche dei resti del velivolo, che, rimasti a galla, furono ritrovati intorno alla cinque del mattino, insieme a trentanove salme che il mare restituì. Ottantuno furono le vittime, di cui tredici bambini. Quarantadue i dispersi”. Quella stessa mattina, Matteo ebbe la tremenda notizia per telefono, da sua sorella Letizia, che, piangendo, comunicò al fratello tutto quello che sapeva dell’orribile accaduto. E lui ammutolito e scioccato agganciò la cornetta e rimase con lo sguardo impietrito, guardandosi intorno, nella sua stanza. Era incredulo. Era un sogno. Si voleva convincere così. Ma la realtà era un’altra. La sciagura, purtroppo, era reale. Quella notte per Matteo non fu facile dormire. Anzi, si svegliava spesso, e appena si addormentava, aveva incubi. Era molto disturbato nel sonno. Non poteva recarsi al lavoro in quello stato, ma in particolare, doveva andare a trovare i genitori e la sorella del suo amato amico. Doveva dare a loro conforto e tutto l’affetto possibile. Lo avvertiva come un dovere. e quindi telefonò al suo direttore per comunicargli un imprecisato numero di giorni di ferie, dato l’evento eccezionale, e poter partire alla volta di Palermo, per andare a trovare lo sfortunato amico estinto, o quello che ne rimaneva, se mai fosse stato trovato. Il giovane insegnante non poteva lavorare con questo stato d’animo, col pensiero fisso al suo amico Luca. L’articolo, letto e riletto dal giovane non dava certezza della causa dell’orribile tragedia, ipotizzando che la causa del disastro fosse stata un cedimento strutturale dell’aeromobile, forse per cattiva manutenzione. Matteo chiuse nervosamente con tutte e due le mani il giornale, facendone un gomitolo, per poi riaprirlo e rileggere l’articolo. Era sconvolto. Le lacrime rigavano il suo volto per metà ricoperto dalla barba, da lui curata da molto tempo in modo quasi ossessivo. Gridava, ripetendo ad alta voce “non può essere”… “non può essere”. La poca gente che si trovava al passare per il viale, sentite le urla strazianti del giovane, si guardava attonita, e vedendolo piangere e disperarsi, pur non conoscendone il motivo, finirono per provare commiserazione. Ma poi proseguivano per la loro strada. Il ventinovenne insegnante si chiedeva come mai un aereo potesse collassare. Come si poteva accettare una simile realtà? Impossibile. La rabbia e la costernazione di Matteo erano tali che alzandosi dalla panchina cominciò a camminare con movimenti scoordinati. Billy, il suo cane, lo tirava dal lato opposto, perché voleva correre e giocare sul prato, ove c’era una piccola collinetta, ricoperta da erbe ben curate e di un meraviglioso verde intenso. Lì, il suo Billy, si sarebbe divertito. Ma non era la giornata giusta. Lo sguardo di Matteo era perso nel vuoto. E non osava immaginare quanto atroce dolore potessero provare i genitori del suo amico Luca e la sorella Silvana, appresa la notizia della sciagura. Ritornato a casa, Matteo cominciò a riempire la valigia di indumenti ed altro che potessero a lui servire per il viaggio e per il breve soggiorno nella sua città natale, che mai avrebbe voluto rivedere in simili circostanze. Palermo l’aveva lasciata qualche anno prima, e l’aveva rivista come turista, ma mai avrebbe pensato di ritornarci per una smisurata tragedia che lo avrebbe così emotivamente coinvolto. Si sentiva distrutto. Non sapeva nemmeno lui come avrebbe avuto la forza di sistemarsi la valigia. Era la forza della disperazione. Quante lacrime versate su quella valigia, dal colore azzurro tenue…
E l’indomani avrebbe dovuto sopportare una levataccia. Ma lui non se ne curava. Non aveva pensieri che per lui. E ripensava ai bei momenti trascorsi insieme. Momenti vissuti con grande gioia e spensieratezza. Pensava alle lunghe passeggiate, ai discorsi, ora impegnativi, ora più leggeri, come succede ai ragazzi di quell’età. Amicizie di ventenni. Gioventù spensierata dove tutto sembra più bello e più facile da ottenere. Incontri con altri amici, e tutti al bar, a passeggiare, o al cinema, o in discoteca. Matteo rivelò un giorno a Luca la sua passione per l’arte, il design, la moda. Diceva che se non fosse riuscito nell’intento di inserirsi nel mondo dell’arte, o nelle altre professioni a lui care, sarebbe andato via dalla Sicilia. E a Londra riuscì a realizzare il suo sogno. Luca, invece, desiderava un posto sicuro, un posto fisso. Lo ottenne al Banco di Sicilia, ma solo per pochi anni, fino alla sua prematura scomparsa, precipitato con l’aereo sul mare di Ustica, insieme ad altri ottanta sfortunati passeggeri.
Ancora nessuno sapeva se tra quelle trentanove salme vi era quello dello sventurato Luca. Sarebbe stata già una consolazione. Per tutti quanti: i genitori, la sorella Silvana, parenti e amici del giovane defunto Luca sarebbe stato già tanto: una mezza fortuna in mezzo alla tragedia. Almeno ritrovare il corpo su cui piangere e pregare.(14/11/2017)
Dopo una breve nottata trascorsa più che altro a pensare e ripensare al suo amico, alternava ore in cui perdeva conoscenza e dormiva, con interminabili fasi in cui l’insonnia prendeva il sopravvento. Si fece mattina, e Matteo, dopo essersi sbrigato, uscì frettolosamente da casa per recarsi in un pensionato per cani, e lasciare lì il suo Billy per il tempo necessario fino al suo ritorno nella sua casa londinese.
Non si rese conto neppure come già si fosse trovato all’aeroporto di Heathrow, pronto a fare il ceck-in, e quindi a varcare il gate e prendere l’aereo che l’avrebbe condotto dai familiari del suo caro amico. I pensieri si inseguivano in un turbinio impressionante che non gli davano tregua, e non gli facevano percepire il trascorrere del tempo. L’aereo partì con soli cinque minuti di ritardo. Lo scalo ebbe luogo all’aeroporto di Fiumicino, a Roma. Dovette aspettare solo tre quarti d’ora per la coincidenza con l’aereo che l’avrebbe condotto a Palermo. Il tempo di uno spuntino e di un caffè. Poi, tenendo nervosamente tra le dita la sigaretta accesa, guardò il tabellone elettronico delle partenze. Si diresse, dunque, verso il terminale, ove c’era l’aereo ad attendere tutti i passeggeri per Palermo. Dall’oblò scorgeva un cielo limpido, ed ecco la costa laziale allontanarsi sempre di più per poi sparire. E poi il mare. Il viaggio gli sembrò lungo. Un’ora e dieci minuti circa di viaggio gli sembrarono un’eternità. Il tempo non passava mai. E ora scorgeva le isole ponziane (Ponza, Zannone, Ventotene). L’aereo sarebbe poi passato più o meno nel cielo dove era accaduta la tragedia che si portò via il suo amico, a nord di Ustica. Qualche minuto più tardi, l’aeromobile iniziò la discesa, direzione Palermo. (16/11/2017)
E finalmente l’arrivo. Ad attenderlo, all’aeroporto, c’era sua sorella Letizia. Il loro fu un abbraccio commovente e interminabile. Si accarezzavano e piangevano l’amico scomparso nel mare di Ustica. Le lacrime scendevano dai due volti accigliati. Poi, abbracciati, presero la strada del ritorno a casa, con passo incerto. Ancora non si conosceva se fosse stato recuperato il corpo di Luca. Si recarono all’Istituto di Medicina Legale dell’’Università di Palermo. Al prof. Giulio Iannolucci il triste compito di chiedere ai parenti delle vittime l’eventuale riconoscimento delle salme dei loro cari, per quel che rimaneva dei corpi straziati. All’obitorio sopraggiunsero i genitori e la sorella del povero Luca. Stava a loro identificare, eventualmente, il loro amato congiunto. Se il corpo non ci fosse stato, lo sfortunato Luca sarebbe stato dichiarato disperso. Il professore Iannolucci li fece accomodare nella fredda stanza, dove giacevano su lastre di marmo i corpi lacerati delle salme recuperate in mare. Matteo e Lucrezia, all’arrivo dei genitori del defunto Luca e della sorella Silvana, gli corsero incontro e tutti insieme si abbracciarono e piansero, sconvolti dal dolore, ma sommessamente e con tanta compostezza. I parenti delle altre vittime, anch’essi straziati per il profondo dolore, rimanevano abbracciati tra loro e, pieni di lacrime, guardavano imbambolati e increduli le salme dei loro cari appena riconosciuti. E c’era chi si gettava disperatamente sui loro corpi o su quello che di essi rimaneva. Il papà e la mamma di Luca, insieme alla loro figlia passavano in rassegna, con un grave tormento nell’animo, lungo i corpi dei cadaveri lì adagiati. Ad un tratto, la mamma del defunto Luca cadde a terra svenuta. Aveva riconosciuto suo figlio. Il papà di Luca e la figlia lanciarono un grido di dolore straziante. Piansero. Non si davano pace per quella maledetta sciagura. Matteo e la sorella Lucrezia corsero ad abbracciarli di nuovo. L’atmosfera dentro l’obitorio era pesante. Il penoso riconoscimento dei corpi delle vittime dava a tutti i loro cari congiunti presenti nella sala un senso di impotenza e di profonda rabbia. E non sapevano neppure la causa del disastro aereo. E questo rendeva tutti rabbiosi verso tutto ciò che a loro non era spiegabile. Nell’obitorio si alternava un silenzio irreale a grida di grande afflizione. La disperazione era tanta. Si fece sera, e mestamente, poco alla volta, i parenti delle vittime lasciarono l’obitorio, con pianti ora sommessi, ora con grida disperate. Dovette sopraggiungere un’autoambulanza per portare via alcuni parenti dei defunti, che perdevano conoscenza per il devastante dolore. Matteo e Lucrezia, e la mamma e il papà di Luca, e la sorella Silvana si guardavano smarriti, e si respirava nell’aria un profondo e surreale turbamento. Non vi erano parole da esprimere. Tutto era confuso, e ogni parola non sarebbe bastata a lenire l’immenso dolore che aveva attanagliato tutti indistintamente. E così, mestamente, si salutarono. Le Autorità, preposte all’organizzazione del rituale dei funerali di Stato, erano al lavoro per stabilirne la data e il luogo. La notizia della data arrivò ai genitori del povero Luca il giorno dopo. Silvana si precipitò al telefono a comunicarne la data a Matteo e Lucrezia e ad altri parenti. E così, alla data prestabilita, ebbero inizio le esequie. Trentanove salme erano state poste davanti all’altare di una chiesa addobbata a dismisura di ogni genere di fiori. La chiesa traboccava di gente che voleva dare l’ultimo saluto ai poveri resti delle vittime. Molta gente, colpita anch’essa da sincero dolore, alcuni solo incuriositi per la devastante sciagura. (19/11/2017)
Una lunga e appassionante omelia fu introdotta dal parroco della chiesa. E una frase, in particolar modo, sovrastò il tenore del discorso del parroco, allorché disse che eventuali responsabili dell’accaduto, ove ce ne fossero stati, non dovevano essere impuniti. La giustizia divina, ma ancor prima quella terrena. Il mistero della caduta dell’aereo in mare era ancora oscuro. Però, già si faceva forte nell’opinione pubblica che la causa del disastro raramente poteva essere riconducibile ad un cedimento strutturale del velivolo. Le parole del parroco rimbombavano nella chiesa, e sensazioni di brivido percorrevano la gente assiepata in chiesa. Si insinuava negli astanti il dubbio che tutta l’orrenda vicenda aveva una causa poco chiara e più più tremenda di quanto non si pensasse. Al termine dell’omelia, vi furono le rituali benedizioni alle salme, ai parenti dei defunti e a tutti i presenti. Poi, gli abbracci commossi del parroco che raggiunse i parenti delle vittime seduti nelle prime file. E poi, il momento più emozionante, quando le bare delle vittime della sciagura furono portate a spalla da gente che voleva avere questo onore e adagiarle nei carri funebri. Anche la piazza antistante la chiesa era gremita di gente che, viste le bare uscire dal portone della chiesa, le accolse con un lungo e sincero applauso. Poi, uscirono le Autorità locali e i politici nazionali, venuti da Roma. E la gente gridava: “giustizia”…”giustizia. E il clima si faceva quasi incandescente. E c’era chi si mostrava minacciosa verso quei politici, con epiteti ingiuriosi e pieni di odio. Le Forze dell’Ordine facevano fatica a fronteggiare tutta quella marea di gente furiosa. La folla, poi, cominciò a dileguarsi. La piazza andò svuotandosi, e rimasero solo i parenti e amici dei defunti, ad abbracciarsi nuovamente, per poi salutarsi sotto un sole che a tutti parve pallido per l’enorme tristezza che avvolse tutti quanti.(29/11/2017)
Matteo e Letizia, dopo aver salutato i loro cari amici, s’incamminarono verso casa. Un ultimo sguardo discreto, prima di girare l’angolo della piazza ove sorgeva la chiesa, era rivolto ai pochi parenti delle vittime rimaste ancora lì a commentare il tragico accadimento. Matteo e la sorella intrapresero così la strada del ritorno a casa. Giunti che ebbero, un alone di tristezza li avvolgeva ancora. Matteo riferì a Letizia che l’indomani sarebbe ripartito per Londra. Il lavoro non poteva ancora attendere a lungo. Per tutta la giornata si viveva un’atmosfera ricca di malinconia. Una frugale cena, la sera, e poi a riposarsi, dovendo Matteo affrontare la pesante giornata dell’indomani. La mattina seguente, Letizia accompagnò il fratello all’aeroporto, con una vecchia Renault 4, di un colore sbiadito e indecifrabile. Da lì, sarebbe partito l’aeromobile che l’avrebbe ricondotto in quella che era diventata la sua città. E quando si avvicinò l’orario di partenza per Londra, Matteo e Letizia si salutarono. Matteo salì sulle scale che lo condussero dentro l’aereo, e si accomodò sul suo sedile. Accanto a quel posto che fu a lui assegnato, stava immobile una giovane donna, dall’aspetto signorile, dai modi raffinati e gentili, ma con un’ombra di misteriosa tristezza. I due a fatica cominciarono a parlarsi. La giovane stava, anche lei tornando a Londra per riprendere il lavoro interrotto pochi giorni prima. E così, si fecero coraggio entrambi per intavolare discorsi un po’ più confidenziali. La ragazza era di bella presenza, e mentre parlava, Matteo difficilmente l’ascoltava, perché ne ammirava i tratti raffinati e delicati del viso. Ed anche la voce gli piaceva. E lei non disdegnava ascoltare Matteo che parlava del suo lavoro. Ella rivelò al giovane il lavoro che l’aspettava al suo ritorno nella metropoli inglese. E con un sorriso misto a tristezza guardò in direzione dell’oblò. E Matteo s’incuriosiva sempre di più. Quell’atteggiamento della ragazza non lo convinceva del tutto, perché una sorta di mistero l’avvolgeva. Ogni tanto si alternava il silenzio alle frasi e domande che entrambi si scambiavano. Ed ecco la rivelazione dell’atteggiamento poco chiaro che a volte assumeva Lucia: questo era il suo nome. Come per una triste combinazione di fattori ineluttabili, i due scoprirono che si erano recati nella loro città d’origine per un evento tragico. Lucia aveva perduto in quella sciagura aerea di pochi giorni prima il suo amato papà. E, a questo punto, Matteo rivelò alla ragazza che aveva perduto il suo più caro amico Luca. Ma quando due persone vengono coinvolte da uno stesso tragico destino, succede che si sentono ad un tratto più vicini nell’animo. L’impressione che parve a loro due era quella di avere vissuto insieme quei giorni tempestosi, per la disgrazia accaduta. S’immaginavano di essere accorsi insieme nell’Istituto di medicina legale, dove giacevano i corpi straziati dei poveri sventurati e di essere accorsi poi in chiesa per la benedizione delle salme. Strano il destino. In mezzo alla disgrazia stava sorgendo una sorta di mutua intesa. Ogni tanto, i due giovani interrompevano le loro discussioni più o meno pacate, per guardarsi con discreta e non dichiarata attrazione fisica e d’animo, per poi sorridere, quasi provassero piacere a non svelare il proprio benessere nel discorrere insieme. Ma era troppo presto per svelare l’uno all’altra quello che poteva essere un principio di sentimento, che poteva esplodere in una profonda passione. I due giovani avevano perso l’uno un carissimo amico, l’altra il suo adorato papà.
In mezzo a quella fatalità di incontrarsi, dovuta a quell’evento disastroso, entrambi avevano forse trovato la persona con cui stare bene insieme. Dalla sfortuna per un tragico accadimento, stava subentrando la fortuna di un amore non previsto dai due giovani, ma scritto già nel libro del destino, che volle farli incontrare per ricompensarli della tragica e tormentata fatalità da loro vissuta giorni addietro. Non si accorsero neppure delle tre ore trascorse per il volo che da Palermo li condusse a Londra. L'aereo era arrivato a destinazione. Adesso un velo di malinconia dipingeva i loro volti. Di sfuggita, si guardavano per non far trapelare l'uno all'altra il dispiacere di congedarsi. Scesero, dunque, le scalette dell'aereo per dirigersi all'aeroporto, ove, in una grande sala, vi erano i bagagli da ritirare. I due giovani erano pensierosi. Non sapevano quali frasi esprimere per un invito ad incontrarsi nuovamente in quella sperduta metropoli. Ogni frase che sarebbe fuoriuscita dalle loro labbra poteva sembrare banale. E questo loro due non lo volevano. Ed ecco arrivare la valigia di Matteo posta sul nastro trasportatore. Per un senso di malcelata cavalleria, il giovane non andò via dalla sala ed aspettò la valigia di Lucia, che aveva intuito tutto quanto una donna non ha difficoltà a comprendere in simili situazioni. E così i due giovani uscirono insieme dall'enorme aeroporto di Heathrow. E nessuno dei due mostrava all'altro premura di andare via. Facevano fatica a salutarsi. Non volevano lasciarsi. E finalmente Matteo ruppe gli indugi, e timidamente chiese alla ragazza, con tono discreto e dolce, se era possibile rivederla. Lucia non attendeva altro. Senza quell'invito i due si sarebbero perduti per le loro strade in quella immensa città, e naturalmente la ragazza acconsentì. Stava nascendo un idillio, foriero di una passione. La tragedia che si era perpetuata nei loro cuori, volle ricompensarli in grande. Alcuni giorni dopo, i due giovani passeggiavano lungo l'arteria di Regent street, per raggiungere Hyde Park, in una domenica invitante da un sole caldo d'inizio estate, che rendeva la giornata allegra. Alberi secolari costeggiavano i viali dell'amabile parco, e spuntavano dai cespugli delle margherite. Sull'erba, fiori di campo profumavano tutto quanto si trovava intorno. Era una giornata spensierata e ideale per stare insieme a coccolarsi, ascoltando della buona musica provenire dal vicino lago artificiale "the serpentine", ove si svolgevano, ogni domenica, gare veliche e di canottaggio. C'era tanta gente nel parco che passeggiava o che faceva divertire i propri bimbi. I due, dopo aver pranzato in un piccolo ristorante accanto al lago, si adagiarono sull'erba ormai calda e ospitale. Matteo strappò dall'erba delle margherite e le donò a Lucia, come un uomo innamorato fa con la sua donna. I due sorridevano per poi guardarsi intensamente negli occhi abbagliati dai raggi del sole. Si abbracciarono e si baciarono appassionatamente, e capirono che quello era il suggello di un amore nascente.

27/02/2018.
Roberto Zaoner

AD ONOR DI CRONACA (ESITO FINALE DELLA CAUSA DEL DISASTRO, RICAVATO DA ARTICOLI PUBBLICATI SU GOOGLE):


Esito finale della causa del disastro dell’Itavia:
La perizia ritenne di escludere, per le caratteristiche morfologiche e dimensionali, la provenienza di minuscoli corpi causati dalla frammentazione di un qualsiasi ordigno esplosivo. Ad avvalorare questa versione dei fatti vi è una dichiarazione pubblicata nel febbraio 2007 da Francesco Cossiga, presidente del Consiglio all'epoca della strage: ad abbattere il DC-9 sarebbe stato un missile «a risonanza e non a impatto», lanciato da un velivolo dell'Aéronavale decollato dalla portaerei Clemenceau. Sempre secondo quanto dichiarato da Cossiga, furono i servizi segreti italiani ad informare lui e l'allora ministro dell'Interno Giuliano Amato dell'accaduto.
Quindi, si ritenne che la causa dell’incidente occorso al DC-9 fu molto probabilmente un’intensa attività aerea internazionale, similmente uno scenario di guerra aerea, nel quale l’aeromobile si sarebbe trovato per puro caso sulla rotta Bologna-Palermo.
Testimonianze emerse nel 2013 confermerebbero la presenza di aerei da guerra e navi portaerei. Da una parte gli alleati: aerei da guerra americani e francesi, dall’altra: caccia libici in volo non autorizzato nei cieli italiani, che avrebbero tentato di nascondersi nella traccia radar del DC-9. Il missile francese però anziché colpire i MiG libici, avrebbe raggiunto e abbattuto l’aereo passeggeri italiano. Un secondo missile avrebbe, invece, centrato il caccia libico, che si sarebbe poi schiantato in Calabria, vicino a Castelsilano (Crotone). Vittima avrebbe dovuto essere il colonnello Gheddafi. I militari transalpini erano convinti che nel velivolo libico si trovasse Gheddafi. Il presidente Giscard D’Estaing aveva un motivo innanzi tutto politico per eliminare fisicamente il colonnello libico: la questione del Ciad. Il presidente francese voleva la morte di Gheddafi, perché era entrato in guerra contro il governo del Ciad per annettersi il territorio della Striscia di Aozou nel nord del Ciad, ritenuto ricco di giacimenti di uranio. Invece Giscard, appoggiava il governo centrale ciadiano del presidente François Tombalbaye. L’altro motivo era prettamente personale: il presidente francese era stato coinvolto nello scandalo dei diamanti di Bokassa. La rivelazione era stata data a due giornali francesi: le Canard Enchainé e le Monde. Dietro la soffiata ai giornali si scoprì che c’era il colonnello Gheddafi.
Inoltre, gli alleati non vedevano di buon occhio le scorribande dei MiG libici, che per fare manutenzione in un luogo della ex Jugoslavia e per trattare in Polonia lo scambio del petrolio libico col grano polacco, seguivano le rotte degli aerei civili, nascondendosi sotto gli aerei italiani. Tutto ciò non a insaputa del governo italiano, e in particolare del Sismi. In cambio l’Italia riceveva gas dal governo libico. All’epoca era ricorrente dire, tra gli uomini di potere, che “ L’Italia aveva la moglie americana e l’amante libica “, da cui ne traeva vantaggio per interessi commerciali.(14/11/2017)

NDR:

Il racconto è frutto della fantasia dell’autore, e quindi ogni riferimento a persone che fosse reale è da ritenersi pura coincidenza. (14/11/2017)

Roberto Zaoner


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  • Archiviata il:domenica 10 maggio 2020