SAGGIO: "FRANK CAPRA; IL PADRE DEI REGISTI, L'ANTIDIVO"

2020

SAGGIO:




FRANK CAPRA: IL PADRE DEI REGISTI, L’ANTIDIVO





Il regista Frank Capra nacque a Bisacquino, a pochi chilometri da Palermo, tre anni prima che il mondo salutasse il XIX secolo. La sua era una famiglia molto numerosa e modesta. IL padre, fruttivendolo, e la madre casalinga. Era l’ultimogenito di sette figli. Quando la famiglia emigrò negli Stati Uniti, Frank aveva solo sei anni. Non possiamo, quindi, dire che erano rimasti impressi nella mente dell’ancor fanciullo i ricordi della sua terra d’origine. In effetti, nessuno dei suoi film ci ricorda la Sicilia, come fecero invece nelle loro opere i registi italo-americani di seconda generazione, quali: Francis Ford Coppola e Martin Scorsese, di circa quattro decenni più piccoli di lui.
Il ricordo che gli era rimasto impresso quando lasciò la sua terra, lo portò ad affermare di avere avuto una sensazione fantastica, vedendo l’oceano che lo avrebbe portato in America, e quella piccola memoria d’infante era dalla sua mente scomparsa. Era intriso di iper-americanismo, mischiato al suo volenteroso patriottismo. Era, insomma, un italo-americano di prima generazione, e come tale si era inserito, fisicamente e nell’animo, nel modus-vivendi e nella mentalità puramente borghese americana. Né, sentiva mai il richiamo alle sue origini.
L’epoca, cosiddetta “d’oro”, hollywoodiana, intanto, fra gli anni trenta e quaranta, viveva momenti esaltanti e lui fu il più grande regista che la storia di quel tempo ricordi, quasi il pioniere; ma non fu cineasta. La sceneggiatura dei suoi film non erano frutto della sua fantasia. Lui, semplicemente, amava stare dietro la cinepresa e dirigere le scene, relegando il compito di scrivere scene e dialoghi ai suoi sceneggiatori fidati, che erano sempre gli stessi: un certo Jo Swerling, prima, e Robert Riskin nel periodo d’oro della sua produzione registica. Sodalizio molto fortunato, durato fino alla morte dello sceneggiatore, avvenuta nel 1955.



Inoltre, lui non credeva che la buona realizzazione di un film fosse solo il frutto di un’ottima regia, ma che fosse il risultato di tutte le risorse messe in campo dai vari componenti della troupe cinematografica: gli attori, i tecnici, lo sceneggiatore stesso e perfino la direzione della fotografia, che era rappresentata a quel tempo da Joseph Walker. E il regista faceva in tutti i modi di non apparire alla fine del prodotto cinematografico, che le case di produzione andavano poi distribuendo. Lui amava rimanere nell’ombra. Ed ecco l’antidivo.
E pur essendo molto popolare, rifuggeva da atteggiamenti divistici. Era lui considerato: “l’uomo fatto da solo”, il “self made man” italoamericano, uomo immigrato dall’Italia e che voleva riscattarsi per la povertà vissuta da giovane. Ma il regista ha avuto il merito di rappresentare l’epoca e la società di quel tempo che vanno dagli anni trenta agli anni quaranta. Non è da ignorare, peraltro, che oltre ai suoi film e commedie che gli hanno reso fama, ha scritto degli apologhi, favole allegoriche il cui intento del regista era quello di risvegliare agli individui le coscienze nella società del suo tempo. Quindi, favole intrise di allegorie sul piano morale, introducendo a parlare animali e cose inanimate. Studiosi e biografi di Capra, anche per questa ragione, lo accostano a Walt Disney. Oltretutto, i suoi apologhi, accompagnati anche da elementi fantastici, risultano divertenti e, talvolta, anche comici, benché improntati, come detto, alla moralità. I suoi apologhi riuscivano, inoltre, a far commuovere il pubblico. Quindi, Frank Capra utilizzava la morale, il divertimento e la commozione, quando non anche la comicità per attrarre il pubblico. In questo, era un maestro.
Capra dimostrava di essere anche un instancabile ottimista. Le sue favole avevano sempre un lieto fine. Non dimentichiamo che alla sua morte, i suoi critici, che si sono rivelati detrattori, lo bersagliarono con critiche feroci, soprattutto in malafede. E’ il destino dei grandi uomini che la storia ci ha fatto conoscere: essere oggetto di calunnie ingiuste, oltretutto alla loro morte, perché non possano più difendersi.



Il critico Joseph Mc Bride, ma non solo lui, sosteneva, infatti, dopo la morte di Capra, che il vero autore delle fortune dei film del regista era il suo sceneggiatore Riskin, che Frank non aveva mai tenuto in debita considerazione nella sua autobiografia. Il regista Capra diceva: “Io dovevo vedere il film, non importa chi lo avesse scritto. Ho avuto molti sceneggiatori oltre a Riskin, ma i film sono uguali. La sceneggiatura doveva passare da me, dentro di me. E poi, ci può essere solo un capitano in una nave…”
Potrebbe sembrare l’affermazione di un tiranno, un uomo che voleva fare tutto da solo e far passare tutto il resto, collaboratori compresi, in secondo piano, e apparire solo lui l’artefice del buon successo di un film che era da considerare come un’opera d’arte. Insomma: prendersi solo lui il merito del successo. Ma a ridare la giusta dimensione e il giusto merito a Capra, e a collocarlo nella schiera dei registi molto democratici nel gestire la realizzazione di un film, è un’altra sua affermazione: “Non ci potrebbe essere film senza direttore della fotografia…Il direttore della fotografia è un vero artista, cui si dovrebbe dare più importanza che in passato. E’ colui che si sforza costantemente di sviluppare un più efficiente apparato tecnico; è una splendida appendice del regista”.



Dunque, un’ingiusta biografia quella di Mc Bride. Inoltre, Frank Capra era stato criticato per il suo populismo, intriso di ottimismo, coi suoi apologhi e anche coi suoi film, che ebbero inizio col muto per poi continuare col sonoro. In effetti, i suoi film hanno quasi tutti una trama di vita normale, per poi, a tre quarti del film, assumere carattere drammatico, e poi finire tutti quanti in un lieto fine. Capra era stato etichettato per questo motivo con l’appellativo spregevole di: “capracorn”. Le sue storie, a volte, sono drammatiche già dall’inizio del film e hanno poi un risvolto improvviso, ottimistico, dell’intera trama filmica, senza un motivo logico apparente. Ad esempio, nel film “Mr. Smith va a Washington, si narra la storia di un gruppo di politici corrotti che sembrano avere sempre la meglio su tutto e su tutti, e il protagonista che li combatte non può far altro che arrendersi all’evidenza della cruda realtà. Quando tutto sembra scontato oramai, ecco che il capo degli uomini senza scrupoli, la mente, decide di confessare i suoi misfatti e la malvagità dei suoi corresponsabili. La vicenda narrativa si capovolge tutto improvvisamente. La fine della trama filmica danno dunque ragione al senso dell’onestà e della dignità che l’uomo è chiamato a svolgere e ad assumere un’integerrima condotta. Anche nell’apologo: “La vita è meravigliosa” siamo in presenza della massima espressione d’ottimismo che traspare dalle opere del regista. Secondo altri critici, invece, l’ottimismo ben visibile di Capra nasconde, invece, realtà più disincantate e amare. Se si va, infatti, a sondare una meno superficiale visione dei suoi film, ci si accorge, pur non senza fatica, della conflittualità e della narrazione di eventi più reali, e quindi più pessimistiche in una certa lettura che attenti osservatori non dovrebbero tralasciare. Le sue opere nascondono di fatto problematiche non propriamente confortevoli: drammi individuali, familiari e sociali che vengono nascosti dalla narrazione continuativa delle trame e dall’esito finale sempre rassicurante ma mai banale, come alcuni avevano pensato.



Capra è sempre attento a raccontare la realtà del suo tempo nelle sue minime e pur sempre presenti sfaccettature, non di creare realtà immaginarie, perché il pubblico si deve identificare nei personaggi dei suoi film e nella storia che le sue opere narravano. Diceva: “La gente che va al cinema non si siede davanti a uno schermo, ma davanti a situazioni e a gente reale”.
Il suo è un realismo spontaneo. Critica la società di quegli anni e la spregevole malvagità e corruzioni di cui l’uomo è disposto a esternare. Non ne ricerca però le cause, ma si limita a narrare i fatti così come lui li vede. Affermava che quello a cui un regista doveva affidarsi con più energie erano le commedie, perché diceva: “che quando la gente si diverte è più disponibile e crede in te…e comincia ad essere interessata a quello che hai da dire e segue con maggiore attenzione il messaggio che vuoi diffondere”.
Il regista non era un ideologo, ma aveva le idee chiare sul democratismo, non comunque in modo esagerato o demagogico ma sobrio, controllato.
Diceva: “Tutti, uomini e donne devono essere liberi. Uguali e importanti in quello che sanno e possono fare…Sono per la libertà della mente. Niente re né milionari, ma io, te, gli altri”
Se consideriamo quanti anni ha vissuto Frank Capra, è giusto pensare che la sua carriera cinematografica ebbe vita breve. Già, a circa sessant’anni di età smise di lavorare per il grande schermo. Un vero peccato per chi, come lui, avrebbe avuto ancora altro da narrare attraverso la sua cinepresa.
Il cinema di Frank Capra è così profondo nell’immaginario collettivo statunitense e mondiale, che qualsiasi cineasta dopo di lui ha condiviso le sue opere nel proprio repertorio. I suoi film hanno ricevuto 14 premi Oscar (e numerose nomination). Lui, come regista, ne ha ricevuti 3, al pari del regista William Wyler. Solo John Ford ne ha ricevuti più di loro: 4.


Roberto Zaoner
(31/08/2020)


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  • Tipo:Poesia
  • Creata nel:agosto 2020
  • Archiviata il:martedì 01 settembre 2020