SAGGIO: "FRANK CAPRA, IL REGISTA POCO AMATO" - CONSIDERAZIONI

2020

SAGGIO:



FRANK CAPRA: IL REGISTA POCO AMATO. CONSIDERAZIONI



Il regista italoamericano Frank Capra, nativo di Bisacquino, ebbe due categorie di nemici. Una è riconducibile all’invidia degli uomini che partorisce spesso calunnie e diffamazioni. Ne abbiamo esempi nei suoi detrattori: i critici cinematografici, alcuni per la verità. In capo ai critici che lo hanno criticato, negativamente e ferocemente, annoveriamo quel tal Joseph Mc Bride, che sosteneva che non era merito del regista l’aver conquistato tanti successi in campo cinematografico, ma del suo sceneggiatore Robert Riskin, suo fedelissimo collaboratore nella realizzazione dei film: una affermazione impietosa e ingiusta, che non fece soffrire Frank solo perché esternata dopo la sua morte, quando quest’ultimo non aveva più modo di difendersi e di dire la propria. Capra ebbe invece il merito di seguire senza difficoltà la transizione che dal muto si era passati al sonoro. Molti registi si arresero a questo nuovo sistema di concepire il cinema, forse perché incapaci, ma non lui, forse pur sempre con difficoltà. Un nuovo modo quindi di concepire il cinema in modo indolore, e anzi con risultati ottenuti con merito e che lo hanno consegnato alla storia come uno dei più grandi registi del novecento, il precursore, l’anticipatore del cinema moderno da cui, peraltro, trassero spunto e lo imitarono nello stile e nelle trame, registi che si affacciavano alla ribalta della celluloide dopo di lui. Dunque da annoverare come una sorta di pioniere che precorse i tempi, regalando al cinema americano delle opere pregiate e degne di ammirazione in tutta la loro magnificenza, ove vogliamo soffermarci a osservarne lo stile e la tecnica. Ha, infine, regalato le basi per lo sviluppo anche artistico ai registi che intrapresero questa professione dopo di lui. Non a caso è stato imitato e i suoi film sono stati riadattati secondo un diverso stile, ma seguendo sempre la traccia dei film di Capra.
Un’altra categoria di nemici, che il regista non avrebbe mai voluto avere, era quella riconducibile alla delusione cocente che i suoi compaesani bisacquinesi nutrivano per lui. Il regista non fece, infatti, mai cenno, né nelle interviste che rilasciava e neppure nei suoi innumerevoli e brevi scritti, o anche nei suoi film di quella sicilianità che i suoi conterranei avrebbero gradito. Egli si sentiva americano a tutti gli effetti, né mai cercò di attingere, né di approfondire o cercare le sue origini di sicanio bisacquinese. L’immagine che si aveva di lui era di un uomo che sentiva scorrere sangue americano nelle sue vene. Il suo cuore palpitava solo per quella grande Nazione, che considerava la sua vera Patria. Non dimentichiamo che lasciò la Sicilia ad appena sei anni, e tutto quello che ricordava della sua terra d’origine era una bambina di nome Lucia, sua coetanea, con la quale trascorreva momenti ludici in quelle assolate e afose viuzze del suo paese o nei rigidi inverni.


E della lingua siciliana ricordava solo due parole: “tumazzu”, che vuol dire formaggio e “chiumazzu”, che vuol dire cuscino. Ma, quando nominava queste due parole, ci si accorgeva del suo accento marcatamente bisacquinese.
In effetti, La Sicilia con tutte le sue contraddizioni, ambiguità, misteri, malaffare, sopraffazioni e criminalità, era oggetto dei film di Coppola e di Scorsese. Il regista Capra era, invece, amante delle commedie, spesso drammatiche lungo la loro trama, ma sempre a lieto fine, dall’esito scontato, ma mai banale.
Secondo il parere dello scrivente, il suo atteggiamento ai fini delle realizzazioni dei suoi film, che non aveva niente da spartire con il mondo e il sistema siciliani, non rivelava spirito di snobismo. Semplicemente, lui si dedicava ai film da commedia, che potrebbero sembrare superficiali e leggeri, ma da un’attenta lettura si può evincere che sono invece imperniati su temi profondi e trame drammatiche, anche se ottimisticamente dall’esito fausto. Ed è da sospettare che i due suoi scenografi, Swerling prima e Riskin dopo, non abbiano saputo o voluto avventurarsi in film di mafia, ove veniva descritta una Sicilia violenta e spavalda, nonché incline alla sopraffazione e all’insofferenza per ogni regola dettata da una buona società civile, o apparentemente civile, quando non ipocrita ed essa stessa corrotta e criminale. Generi di film ove, invece, erano maestri Coppola e Scorsese. Oltretutto, si ha anche l’impressione che sia Swerling che Riskin non erano in condizioni di scrivere o non volessero scrivere sceneggiature che magnificassero la bellezza della Sicilia e della sicilianità onesta.
In ultima analisi, si rileva che l’intento del regista bisacquinese era quello di far rilassare il pubblico e di farlo divertire, quand’anche di commuoverlo e di fare emergere nella gente il senso della moralità e dell’onestà, che hanno la meglio sul male e sulla malvagità dell’uomo.
Gli spettatori non dovevano sentirsi angosciati dalla visione dei suoi film, né dovevano provare ansietà con la produzione di scene e immagini violente, come quelle dei film di Scorsese e Coppola.


Ed ecco avvicinarsi l’anno 1977. Nella primavera di quell’anno, Capra avrebbe spento ottanta candeline. Lo scrivente è del tutto convinto che il famoso regista fu indotto, contro la sua stessa volontà, a festeggiare il suo 80° compleanno nel suo paese natale. In effetti, da notizie certe, fu l’allora Presidente degli Stati Uniti d’America Jimmi Carter a volere Frank nel suo paese d’origine per il festeggiamento del suo compleanno. Il motivo: accattivarsi la simpatia degli italiani in favore della più grande forza militare ed economica del mondo.
Frank Capra era già stato in Italia 14 anni prima di quella primavera del 1977, e precisamente a Roma, e i suoi compaesani non avevano gradito che trovandosi in Italia, non aveva pensato di rivedere il suo paese. Ma, dalla autobiografia del regista emerge che lui una volta si recò, in incognito, quand’era già in pensione, nel suo piccolo paese e dalla sua auto scorgeva la casa dove era nato. Quando Capra ebbe messo piede nel suo paese d’origine, l’accoglienza fu però trionfale. Sembrò che a un tratto gli abitanti del paese si dimenticarono che Frank non fece mai nulla per loro. Scendendo da una vecchia e antiquata Limousine nera, all’inizio del paese, si unì alla gente e percorse le strade principali del paese. Aveva al seguito i parenti, le autorità locali, la banda musicale e il codazzo, gente che aveva avuto l’incarico di accompagnare quella famosa personalità. Già l’avere una vecchia e trascurata auto, benché fosse una Limousine, la dice lunga sulla sua vera personalità, scevra dall’apparire sotto i riflettori, nonostante la fama mondiale. Una personalità largamente caratterizzata da semplicità d’animo e schiettezza.
Ma Frank Capra sapeva di avere parenti, per parte di madre, in odore di mafia, uno zio imputato al processo di Catanzaro, certo Francesco Troncale, e altri zii finiti nelle retate del prefetto Mori. Per questo motivo faceva di tutto per tenersi alla larga dal parentado materno. Giova ricordare che Bisacquino è anche il paese natale del mafioso don Vito Cascio Ferro, l’inventore, in virgolettato, del “pizzo”, che si diffuse in Sicilia e non solo. Costui era stato anche il fondatore della Mano nera. Fu anche sindacalista e promotore dei Fasci. Considerato nel paese un benefattore e un galantuomo aveva fondato il Circolo dei civili, dove l’assassino di Joe Petrosino, dopo essergli stata negata la sua iscrizione al circolo, vi entrò per dispetto con un asino per ostentare con disprezzo la sua incontrollabile potenza e incolumità. In tal circolo si poteva assistere ad una mostra permanente dedicata al conterraneo regista, ma sicuramente senza che quest’ultimo l’avesse chiesta. Ad allestire il Circolo dei civili fu un funzionario del Comune, certo Totuccio Salvaggio, che fondò pure il Museo Civico nel quale a Capra sono riservate tre stanze di cimeli da lui raccolte e conservate nel corso degli anni.


Lo scrivente non è a conoscenza se si tratta di oggetti rari e preziosi o di poco valore. Ma il Consiglio Comunale aveva nel frattempo bocciato un finanziamento di ottanta milioni, non dimenticando il vecchio risentimento non rimarginato col regista. E fu così che gli addetti del Consolato si videro costretti a trattare con la Proloco, un Ente sorto per favorire il turismo pure a Bisacquino. Ma anche il Presidente della Proloco ebbe difficoltà a raccogliere fondi. Sia a lui che al Sindaco del paese avevano detto di lasciare perdere Capra perché era “un mezzo mafioso”. Ma entrambi affermarono che la voce era infondata, forse perché molti bisacquinesi erano influenzati dalla relazione di parentela tra il regista e gli zii materni, notoriamente mafiosi. Ma, come già accennato, lui si vergognava di avere simili parentele. Quando vinse uno dei suoi premi Oscar, disse che veniva da un villaggio molto lontano, situato in Sicilia, di nome Bisacquino. Volle comprare casa nel suo paese d’origine, per poi offendersi per il fatto che i suoi parenti non avevano neppure preso in considerazione la sua intenzione.
A casa di un nipote, che per ospitarlo aveva abbattuto un muro divisorio, non assaggiò, né bevve nulla, perché spaventato per la sua incolumità, accampando come scusa di avere in corso un’indisposizione di stomaco.
E quando chiedeva di bere c’era sempre qualcuno che sorseggiava prima di lui l’acqua in via precauzionale.
Il Presidente della Proloco, Vincenzo Alesci, tenne un discorso dopo che gli fu raccomandato di non fare cenno al comunismo, nemico giurato degli americani. Il discorso era stato scritto dal Consolato Usa, ma l’uomo, forse preso dall’emozione, si fece scappare qualche parola che poteva sembrare un richiamo alle simpatie per la sinistra.
I misteriosi uomini che stavano alle sue spalle si mostrarono visibilmente irritati. Erano stranieri, sicuramente americani o di fede americana.
Poi, ebbe inizio la passeggiata lungo il percorso già stabilito dalle autorità locali. Dopo aver raggiunto stancamente il Municipio ed essersi riposato, tutti quanti ripresero il percorso, e visitata la miracolosa Madonna del Balzo si recò a casa di donna Lucia, la bambina che nella autobiografia Frank Capra aveva citato tra i suoi ricordi d’infanzia, con la quale aveva da fanciullo vissuto nella più totale spensieratezza che solo un adolescente può vivere. In quella casa stette da solo circa quaranta minuti a parlare con lei. Chissà cosa si dissero e se si ricordarono l’uno dell’altra… Uscito dalla casa della donna, si riunì a tutta la gente che gli faceva compagnia lungo il percorso, e superato il Calvario, ove ogni anno viene rappresentata la Passione di Gesù e la Santa Pasqua, attraversarono la via Frank Capra, che prende il suo nome, fino ad arrivare a via Santo Cono, dove al civico 18 nacque Frank. La casa è proprietà privata perché il Comune non ha mai pensato di acquisirla. Nel 1897, quando nacque lui, la casa era l’ultima della zona alta del paese, sotto il monte Triona.


Ripartì poi per Palermo, per fare ritorno negli Usa e per gli altri 14 anni che gli restarono da vivere si scordò nuovamente del suo paese natio. Era fatto così. Ognuno è fatto a proprio modo e male fanno i suoi compaesani nel cercare di dimenticarlo e di toglierlo da quella che è la storia del paese. E c’è chi non gradisce che gli sia stata intitolata una strada.
Il funzionario del Comune Totuccio Salvaggio fu quello che forse più degli altri rappresentanti di tutte le autorità locali ebbe modo di approfondirne la conoscenza. Affermò che era dotato di “una umiltà che lo colpì. Non si dava mai delle arie, pur potendo”. E parlarono in dialetto. “Se non si fosse venuti a conoscenza di chi era, poteva essere scambiato per un compaesano di piazza Triona”, disse il funzionario.
Ad avvalorare le affermazioni del Salvaggio, vi è da aggiungere che il grande regista era riservato, ma non superbo.
Aveva forse un carattere un po’ introverso, schivo, ma questo non era un difetto, anzi…anche nel presentarsi alla gente mostrava la sua modestia, quando non anche la sua trascuratezza.
Indossava una giacca inguardabile, a quadri, un pullover alla dolce vita e pantaloni bianchi, che di qualsiasi colore fossero stati, non si addicevano all’orrenda giacca. I grandi uomini non sono mai esaltati e non ostentano mai né le loro capacità, né la sensibilità d’animo, né la loro intelligenza e neppure le loro ricchezze. Appaiono persone comuni. Occorre metterle all’opera per capire quanto valgono.


Roberto Zaoner
(02/09/2020)


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  • Tipo:Poesia
  • Creata nel:settembre 2020
  • Archiviata il:giovedì 03 settembre 2020