RACCONTO: " UNA CORSA PER LA LIBERTA' "

2020

UNA CORSA PER LA LIBERTA'

(di Roberto Zaoner)

Con un colpo di sprone, il cavaliere incitò il suo bardato destriere e si mise in cammino, dopo averlo preso in consegna da un nobile giovane scudiero, dignitario di corte, che aveva l’incarico di curar la scuderia del sovrano Ruggero II d’Altavilla. Quando il giovane cavaliere ebbe il bel destriero a disposizione, il nobile scudiero, accarezzando il crine e il dorso del quadrupede, sorrise soddisfatto, dicendogli: “Signore, le ho consegnato il più bel e più forte cavallo della scuderia. Abbia cura di lui e vedrà che gli darà tante soddisfazioni”. Siamo nella prima metà del XII secolo. All’inizio, il cavaliere, attonito e inebetito, pareva andare errabondo. Incerto era il suo passo lungo il cammino che lo avrebbe portato a destinazione. Il bianco cavallo, con i suoi finimenti splendeva di bellezza e pareva che stesse per condurre a corte il suo cavaliere. I crini del collo e della coda del bellissimo cavallo erano curati, e il galoppo era elegante e mostrava solennità col suo incedere maestoso. Veloce era la sua corsa. Era uno dei cavalli di corte del Parlamento di Palermo, ma il loro cammino non iniziò da quella città, ma da un luogo non meglio identificato della Calabria, un luogo segreto, conosciuto solo dagli eletti di corte reale e dai serventi il re, nascosto in mezzo alle dense e compatte foreste della Sila. Qui, risiedeva il quartier generale della brigata in quella regione calabrese; il luogo di riunione delle milizie e di addestramento dei soldati al servizio di Sua Maestà il Re, Ruggero II il Normanno.
Poi, il giovane pian piano prese coraggio. Incitò il proprio cavallo con decisione, che cominciò a correre sfiorando selvatici e spinosi arbusti. Il sentiero era stretto. Infiniti irti pruni lungo percorsi, che sembravano non aver mai fine, parevano indicargli la giusta destinazione, che pian piano si rivelava sfibrante, ricca d’insidie, salite e ridiscese. Gli acrocori erano vasti e parevano non finire mai. Il cavallo, con i suoi zoccoli, nel suo lungo cammino, calpestava il terreno ed erbacce perenni, lungo i vicini i crinali dei monti. Altipiani con erbaggi sempreverdi, che il giovane cavaliere messaggero, in sella al suo splendido destriere, percorreva ansioso di raggiungere la meta. E poi, di là da quegli altipiani, versanti scoscesi di massicci montuosi a precipizio giù per vallate lussureggianti e piccoli laghetti che parevano incastonati in quei stretti valloni nel mezzo di alti monti, attraversate da stretti corsi d’acqua, che rendevano incantevole il paesaggio. Se il valoroso messaggero fosse vissuto nel Settecento, in piena espansione del rococò, prima, e del neoclassicismo dopo, avrebbe assunto la funzione di cavalier servente, gentiluomo servile che avrebbe avuto l’incarico di accompagnare una nobildonna sposata, nei periodi più o meno brevi di assenza del marito, alle feste, ricevimenti, ai teatri. Sarebbe stato un vero cicisbeo. L’avrebbe assistita nelle incombenze quotidiane, quali la toeletta, avrebbe curato la corrispondenza, l’avrebbe accompagnata per le passeggiate in carrozza, per le compere e visite. Si sarebbe seduto accanto a lei nei pranzi e nelle cene, e nelle conversazioni avrebbe dimostrato di essere all’altezza degli altri conviviali, mostrando a loro di possedere anche lui una certa cultura e di saper affrontare con eleganza espositiva e sicurezza argomenti di spessore. Oltretutto, il giovane era anche di bell’aspetto e questo era un elemento essenziale per svolgere a dovere il suo compito. E per il senso della morale e correttezza che possedeva il giovane, non sarebbe stato tentato di divenire amante della sua signora e di fare cornuto il marito. Ce n’erano molti, infatti, cicisbei che si lasciavano tentare dalla carne e diventavano anche amanti delle signore che gli erano state affidate, per varie ragioni, dai mariti che dovevano assentarsi per qualche tempo. Il cavalier servente doveva incarnare alla perfezione la figura di vero cavaliere e affidabile servente. Ma, a volte, non era così e perdevano il controllo della situazione, specialmente quando erano tentati dalle stesse signore nobildonne. Il giovane ardito cavaliere avrebbe potuto svolgere i compiti di cicisbeo e rendere i suoi servigi alla regina Elvira di Castiglia, prima moglie del re Ruggero II, tenendo una condotta esemplare, insieme all’alta sua concezione morale e dignità integerrima. Questa sua esemplare condotta lo avrebbe reso sempre un affidabile cavalier servente, senza mai cedere a possibili tentazioni e sempre rispettoso verso il suo re. Una figura rara. E la funzione del cicisbeo è stata in alcuni casi ripresa nella nostra attuale epoca da donne ricche e meno ricche, molte delle quali anziane, che scelgono sempre giovani prestanti e di bell’aspetto, ma forse con poca cultura per poter essere all’altezza del proprio compito. Il cicisbeo è anche richiesto da giovani donne ereditiere o del mondo dello spettacolo. Personaggi pubblici femminili, molto conosciuti, hanno il loro cavalier servente. La tradizione settecentesca, dunque, è ripresa con quella contemporanea. Ma, l’aleatorietà della vita ha voluto che il giovane cavaliere vivesse nella sua epoca medioevale. Dopo questa lunga digressione, ritorniamo al racconto e all’impresa a cui era stato scelto l’ardimentoso cavaliere per portarla a termine. Egli, ormai sprezzante del pericolo, al servizio del re, rimaneva indomito dell’incarico da svolgere. Gli stava molto a cuore compiere la sua missione di messaggero, anche per apparire capace e un abile cavaliere al suo re. Ma il percorso era lungo ed egli, dopo ore di estenuante cavalcata era stanco e il suo destriero sfinito. Il cavallo faceva sentire i suoi ansimanti respiri al suo indomabile cavaliere che allentò, dunque, le redini al suo cavallo. E la corsa cedette al passo. Il giovane vide da lontano un fiume e prima di guadarlo scese fiacco dal cavallo e bevve insieme al quadrupede, stremato, dopo ore di faticosa corsa e sotto il sole implacabile. Una carezza e docili sorrisi al destriere e ripresero il cammino. Vicino alla riva del fiume vi era una fitta vegetazione di enormi alberi. S’incunearono nella fitta boscaglia, una foresta di aghifoglie e latifoglie di vasta macchia arbustiva, tipica macchia mediterranea in quella catena montuosa che guarda a nord il sontuoso Massiccio del Pollino, e parevano accompagnare il messaggero lungo il tracciato, che con ampie zone d’ombra gli regalavano frescura e lui, che voleva anticipare il calar del sole per arrivare alla meta in tempo utile e portare a termine la sua missione, spronò nuovamente il suo bel cavallo bianco.
Lungo fu il percorso su quegli altipiani dell’alta Calabria: la Sila, e l’uomo era in su la groppa e veloce la corsa del suo destriero senza tregua. Alle porte della città di Cosenza porse alle guardie il salvacondotto che gli permise il transito lungo la strada che lo condusse al bargello. Arrivato a destinazione, chiese alle guardie di potere entrare nel palazzo. Si fece annunciare e attese molto tempo per potere riferire al magistrato, che finalmente si presentò a lui, e con aria sussiegosa chiese al giovane messaggero il motivo del suo arrivo, guardandolo sospettoso e con aria quasi beffarda. Ma il sorriso pungente di sarcasmo, ebbe fine quando il giovane, dopo averlo salutato come si conveniva quando si era di fronte ad una autorità, gli porse il dispaccio liberatorio, emanato dal re di Sicilia e Calabria, Sua Maestà Ruggero II d’Altavilla.
Fu così che le guardie accompagnarono l’indomabile cavaliere e scarcerarono la donna che ingiustamente era detenuta
per una colpa di cui lei non era responsabile e la causa del reato era da attribuire ad altra persona. La donna, fuori dal carcere ebbe un sussulto di commozione. Non credeva ai suoi occhi. Era debole nel fisico. Troppo tempo era rimasta in carcere e quell’uomo che presentò al bargello il dispaccio che la liberò rappresentava per lei la salvezza, la libertà e il trionfo della giustizia. I due si guardarono a lungo. Era la prima volta che si vedevano. La donna era raggiante di felicità e l’uomo era stupito di trovarsi di fronte a tanta bellezza insieme a conturbanti fattezze del suo viso. Una donna dalla pelle quasi olivastra, bellissima, coi capelli neri e ricciuti, con grandi occhi parlanti e inebrianti d’estasi, un nasino modellato e un bellissimo sorriso dolce, sincero e accattivante. Il giovane cavaliere era già innamorato e la donna lo guardava con curiosità e interesse. Aveva trovato la libertà. Era uscita vittoriosa da un’ingiustizia e forse aveva trovato pure l’amore: tutto in un sol giorno splendente di luce col sole alto nel lindo e azzurro cielo. Il suo sogno si stava realizzando: libertà e amore. E il giovane era convinto di aver trovato la strada che lo aveva condotto all’amore, a quella che sarebbe diventata la sua donna.
Ciglia tremolanti e palpebre che si schiudevano debolmente. Uno spiraglio di luce e nebbiosi contorni del mare si facevano sempre più chiari. Ebbi un sussulto. Mi ridestai dall’onirico. Avevo davanti ai miei occhi il mare azzurro che all’orizzonte si confondeva con quello del cielo. Eravamo in pieno pomeriggio di una giornata settembrina, su un’assolata spiaggia che guardava ad est, dove sorge il sole e si compie il miracolo di una nuova nascente giornata. Avevo perso conoscenza, sdraiato su una piccola sdraio, e la mia donna che mi guardava sorridente perché avevo l’aria smarrita. Venivo da un altro mondo, da un’altra epoca. Ma era lei che avevo sognato. Quasi non avrei voluto svegliarmi da quello che poteva sembrarmi un incantesimo, una fatata realtà vissuta nel Medioevo. Era una nuova rinascita. Ero stato il giovane valoroso e aitante cavaliere e lei la bellissima donna da liberare. Un’incantevole e adorabile vicenda che sembrava reale. Ma l’amore, che avevo trovato nel sogno pomeridiano, ce l’avevo accanto a me su quella spiaggia a noi cara: Mondello. Il presente era reale. Il sogno era soltanto un’esperienza immaginaria nei miei pensieri più reconditi e difficilmente decifrabili, misteriosi e nascosti nei miei più profondi anfratti del mio animo e della mia mente. Il risveglio dal sonno profondo era la realtà che volevo. Avevo già tutto, con la mia donna accanto che mi accarezzava il viso e mi guardava ansiosa d’amore e io che desideravo solo lei.

Mattino del 13/09/2020, racconto rielaborato
nei giorni successivi.
Roberto Zaoner.


(Il destriero, o destriere, era chiamato così perché veniva condotto dallo scudiero con la mano destra)


"Batte il pian d'Estremadura indomabile un destrier"

Luigi Carrer



L'Estremadura è una regione e comunità autonoma della Spagna, ubicata nella zona sud occidentale e confinante col Portogallo. Vicine a questa regione sono Siviglia (a sud) e Madrid a nord est.



Luigi Carrer fu un giornalista, scrittore, poeta ed editore veneziano, nato nel 1° anno del XIX secolo e morto nel 1850. Si laureò in legge a soli 21 anni, a Padova e fu subito assistente alla cattedra di filosofia all'università della stessa città. Fondò a Venezia il giornale "Il Gondoliere", di cui fu anche editore e proprietario, dopo esser stato direttore della Stamperia della Minerva di Padova, a ventiquattro anni. Dunque, vivace intelligenza e doti intellettive di spessore già da giovane, che appena laureato insegnò al ginnasio di Castelfranco Veneto, in provincia di Treviso.

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  • Codice:GA169214
  • Tipo:Poesia
  • Creata nel:settembre 2020
  • Archiviata il:mercoledì 16 settembre 2020