TRATTATO: "L'OMOSESSUALITA' AL TEMPO D'OGGI VISTA CON GLI OCCHI DI UN ETERO, E RIFERIMENTI STORICI E MITOLOGICI"

2020


TRATTATO:


L’OMOSESSUALITÀ AL TEMPO D'OGGI VISTA CON GLI OCCHI DI UN ETERO, E CENNI STORICI E MITOLOGICI


Ancor oggi ci si scandalizza di vedere una coppia di omosessuali camminare lungo un viale alberato di una zona periferica di città o lungo una sua strada principale, o ancora vederli farsi accarezzare dai raggi solari, l’uno accanto all’altro, su una spiaggia poco frequentata, al riparo da sguardi indiscreti e curiosi, e tenersi teneramente per mano. Chi li vede sgrana quasi gli occhi incredulo o ha parole di biasimo, se non addirittura di disprezzo. Alcuni, invece, sorridono, non nascondendo frasi di scherno. Infine, c'è addirittura chi li classifica come malati o matti. Si arriva perfino a bastonarli, e negli estremi casi, ridurli alla morte. Sarebbe, invece, più corretto non giudicarli e neppure elogiarli. E’ una cosa normale. E’ la natura che ha voluto così, in questi casi. Ognuno ha il diritto di vivere come vuole. La vita appartiene a ciascuno di noi e si è padroni di agire, non perdendo mai il senso di responsabilità e di esprimere i propri sentimenti, rispettando l’altrui libertà e rispetto. Questa è la vera libertà in un mondo che dovrebbe essere civile da qualsiasi punto di vista lo si veda. L’importante è avere sempre presente di rispettare anche il libero pensiero e il modus vivendi di tutti, senza manifestazioni di sentimenti odiosi, irrispettosi e offensivi, d’intolleranza e di sopraffazione. Giova ricordare, come la storia ci insegna, a saper comprendere e a essere più indulgenti e tolleranti. La storia umana ci è d’aiuto ad allargare il nostro pensiero e a non confinarlo entro stretti canoni stereotipati che ci sono sempre stati tramandati insieme a sensi della morale discutibili. E in questo c’è lo zampino della chiesa. Ritornando a riflettere sulla storia, pensiamo agli antichi romani! Se l'uomo coevo fosse vissuto a quell'epoca, sin da fanciullo, e quindi senza che sia stato ancora educato a concepire e ad agire in modo conforme ai nostri tempi, ai nostri schemi e sistema di vita, si sarebbe assuefatto al loro modo di vedere la vita e di vivere la sessualità come i nostri antichi progenitori.


Ogni singola epoca forgia la propria umanità. L’uomo dei tempi antichi può essere giudicato depravato dall’uomo contemporaneo perché diversi sono i costumi, le consuetudini con cui sono vissuti popoli antichi e moderni. L’omoerotismo dei tempi antichi era una pratica frequente. Era costume, sistema di vita. E noi, uomini cosiddetti moderni e civili e di larghe vedute, ci lasciamo turbare e gridiamo allo scandalo, se non addirittura a reagire in maniera sfrontata contro chi riteniamo diversi da noi e li vediamo in atteggiamenti ambigui. A volte li insultiamo, vomitandogli tutto il nostro disprezzo o ci scaraventiamo contro di loro bastonandoli con violenza.
L'omosessualità, nei tempi antichi, era praticata senza remore, perché quelli erano gli schemi sociali. Non vi erano pregiudizi (il termine pregiudizio neppure esisteva a quei tempi) e sapevano di non essere sottoposti a critiche e condanne, anche morali. La nostra epoca a confronto sarebbe ritenuta casta. L'omosessualità è praticata all’oscuro, in intimità. Gli atti sessuali ce li risparmiano. Le uniche cose visibili, ai tempi nostri, sono le manifestazioni più blande d’affetto. Certamente, ancora non siamo abituati a vederli passeggiare mano nella mano o a guardassi con amore. Sì, perché queste persone provano spesso vergogna a farsi vedere in atteggiamenti affettuosi per non farsi giudicare dal prossimo e per non essere additati come essere spregevoli e viziosi. Ma anche in questi individui, omosessuali o lesbiche che siano, scorre il sentimento dell'amore nelle loro vene che, anche se risulta di difficile comprensione, è un amore puro e per questo va rispettato. E non è da ritenere uno scherzo della Natura questa loro condizione, altrimenti dovremmo nominare queste persone con gli appellativi di malati, pazzi e depravati. È da non credere, ma i loro comportamenti, tranne le dovute eccezioni che possono anche esserci e sono riconducibili a condotte inaccettabili, sono frutto del loro casto sentimento, di una passione irrefrenabile e largamente lontana dalla nostra comprensione. Il sesso è invece da considerare ammissibile, anche se con persone dello stesso sesso, purché praticato in assoluta intimità. E sarebbe altrettanto corretto che anche le coppie eterosessuali si conformassero a comportamenti secondo la buona decenza e si attenessero a etica morale irreprensibile. Il che, a volte, non accade.


Il termine omosessualità risale alla seconda metà del XIX secolo. Si può dunque sostenere che nelle epoche antiche, non vi era alcuna distinzione tra omosessualità ed eterosessualità. E’, pertanto, intuibile che personaggi storici famosi, praticassero l’omoerotismo e la pederastia allo stesso modo dell’eterosessualità e che li considerassero come comportamenti rispondenti a normali condotte. Come pure, personaggi mitologici vengono narrati come praticanti queste due attrazioni erotiche inusuali per i nostri tempi. Queste due pratiche erano riconducibili a forme di pensiero, a modus vivendi delle società in epoca antica. Erano consuetudini che conducevano l’uomo alla esaltazione della depravazione. Era una normalità e per tale era accettata dalle popolazioni e da chi governava nelle epoche di tutte le civiltà. L’unica differenza a cui i popoli antichi si attenevano riguardava il ruolo: e cioè l’essere attivi-maschili o passivi-ricettivi e non essere uomini o donne, come poi si è accreditata nei secoli seguenti. Molto diffusa, inoltre, era la pederastia, da non confondere con la pedofilia. Gli uomini avevano i loro fanciulli da amare fisicamente e, molto spesso, ne erano anche innamorati. In un sarcofago romano vengono raffigurati Bacco che, ubriaco, si appoggia nudo e con disinvoltura a un satiro che accoglie, anche lui nudo e con partecipazione Bacco. I due si scambiano sguardi penetranti, estatici e amorosi. Ricordiamo che il satiro era un semidio, divinità minore dei boschi, delle campagne e delle greggi, rappresentato come un uomo avente orecchie, coda ed estremità inferiori caprine. Ma in questo sarcofago è raffigurato col viso e corpo totalmente da fanciullo. Bacco appartiene alla divinità romana e il suo appellativo lo si deve al dio greco Dionisio, con cui viene ricordato nel momento della possessione estatica, anche se nulla di contemplativo vi era nei culti misterici dionisiaci, perché accompagnati da quelli orgiastici, che si svolgevano nella Grecia antica e che trovavano nelle feste e riti orgastici l’apoteosi nell’esaltazione e celebrazione del divino. L’appellativo Bacchus diviene poi un nome vero e proprio della divinità. Bacco viene poi soppiantato da Liber (Libero) nell’epoca classica. Quest’ultimo era un dio italico della fecondità, del vino e dei vizi. Dopo la soppressione dei culti di Bacco da parte del Senato romano, gli italici seguirono dei culti meno licenziosi di quelli dei baccanali. Da ultimo, ricordiamo che Bacco era figlio di Giove e della mortale Semele. Nato semidio, era avanzato nella gerarchia delle divinità a un vero e proprio dio per volontà di Giove, per avere inventato il vino. Divenne una delle dodici maggiori divinità prendendo il trono di Vesta.


E come non ricordarsi di Ganimede. Giovane e bellissimo fanciullo, nonché cinedo, pare che aveva fatto innamorare addirittura il dio Zeus, che lo fece rapire in cielo da un’aquila o divenne un’aquila lui stesso. Fu accolto come coppiere nella mensa degli dei. La più antica forma della leggenda (Iliade), narra che furono gli dei a rapirlo, vedendolo così di bell’aspetto, il più bel fanciullo esistente, e che lo condussero in cielo perché servisse da coppiere a Zeus e vivesse sempre con gli eterni. Zeus nel vederlo s’innamora e per convincere il padre dell’adolescente a cederglielo gli offre come compenso velocissimi e immortali cavalli o un tralcio aureo, opera di Efesto. Ganimede al momento del rapimento stava pascolando le greggi del padre. Ma quando la leggenda di Ganimede va assumendo un carattere erotico, la vicenda si sposta ad altri luoghi, ove l’amore per i giovanetti era tra quelli più ambiti, come ad esempio Creta. La leggenda che più si conosce è quella che il cinedo Ganimede diventò l’amasio di Zeus, il suo drudo preferito.
Ritornando in linea al tema, vi è da aggiungere che importante per un vero uomo era avere sia una donna che un ragazzo, ma assumere di necessità il ruolo di attivo-maschile.
Chi veniva sodomizzato era quasi sempre l’uomo più giovane, passivo-ricettivo, a volte consenziente, ricevendo piacere egli stesso o a volte obbligato a sottostare alle lussurie e depravazioni del suo uomo, oppure per tornaconto personale. A volte perché innamorati entrambi, l’uno dell’altro. In realtà, il concetto di omosessualità nell’epoca antica non è mai esistito, come lo si intende ai nostri giorni, in quanto non ne facevano una questione d’identità di genere, maschile o femminile che fosse, ma in base a criteri prettamente sociali, e l’attivo-maschile era sempre inserito in una struttura sociale predominante rispetto al passivo-ricettivo. Quindi, una questione di appartenenza sociale. Queste considerazioni sono state estratte dai lavori di due studiosi: il britannico Dover (L’omosessualità nell’antica Grecia, 1978) e il francese Foucault (Storia della sessualità). Questa teoria, però, è stata fortemente contestata da Boswell nel 1994 e da Davidson nel 2007. E’ più corrispondente al vero la prima tesi, e cioè che l’appartenenza sociale era preminente per stabilire i ruoli.


Nell’Egitto vi è un antichissimo affresco murale raffigurante, all’interno della loro sepoltura comune, due giovani in un atteggiamento che non lascia equivoci. I due si sfiorano il naso, molto probabilmente prima di baciarsi. Sono in piedi.
Ma non è proprio chiaro il loro rapporto. Essi possono essere stati non amanti, ma solo fratelli, amici e perfino gemelli identici. E’ di più facile interpretazione che i due giovani si stessero baciando. Osservando in modo particolareggiato la pittura, non si può non notare che i due giovani sono raffigurati in un atteggiamento inequivocabilmente di amanti: cosa del tutto normale a quei tempi. Entrambi mantengono il titolo di “profeti di Ra”, cioè profeti della divinità egizia del dio sole di Eliopoli, noto anche come Re o Rha, che a partire dalla V dinastia venne identificato come il sole di mezzogiorno. Essi svolgevano le mansioni di “manicuristi della grande sala del re”, cioè della famiglia del Faraone. Ricordiamo che Eliopoli era una delle principali città del basso Egitto. Inoltre, si riteneva che il Ra governasse la terra, il cielo e l’oltretomba.
Al di là di questa breve disquisizione, che dire della pratica dell’omosessualità avvenuta dall’inizio dell’impero persiano fino alla sua fine, che è ampiamente documentata, e di cui forse solo gli studiosi ne sono a conoscenza? L’omosessualità era praticata da uomini adulti e ragazzi eunuchi, diventando tali per essere i preferiti imperiali. Quinto Curzio Rufo, storico romano dell’età imperiale, ebbe a dire che il popolo persiano praticava costantemente l’omosessualità con i giovinetti da “non riuscire più a servire le donne”. Sono molto conosciute le storie amorose e sessuali tra il Gran Re Dario III col giovane Bagoas, figura molto discussa della storia greco-persiana e della vita di Alessandro Magno. Era un cortigiano persiano.
Il Gran Re o Re dei Re faceva parte della terminologia greca e veniva usato per indicare lo scià di Persia, figura di comando che godeva di poteri assoluti in campo politico e vantava anche una notevole caratura spirituale, ergendosi anche al di sopra della classe sacerdotale. Il titolo di Re dei Re era stato utilizzato anche da popolazioni più antiche, come gli Assiri e i Babilonesi. Questo termine era legato al fatto che lo Scià riteneva di dominare tutto il mondo conosciuto e di pretendere su di esso il dominio assoluto.
Bagoas sarà in seguito anche uno degli amanti di Alessandro Magno nel corso del suo lungo viaggio di conquista fino ai limiti estremi del mondo allora conosciuto.


Alessandro Magno era legato sentimentalmente ad Efestione, nobile macedone di probabile ascendenza ateniese e generale dell’esercito di Alessandro Magno. Efestione fu di gran lunga il più caro di tutti gli amici del re e il suo prediletto. Inoltre, solo lui era il custode di tutti i suoi segreti. La loro intensa amicizia per alcune fonti fu per molti un vero e proprio amore, durò tutta la vita e fu paragonata a quella mitica tra Achille e Patroclo. L’unico paese che non ammetteva certe licenziosità era l’India. Si puniva severamente chi commetteva atti di sodomia e si veniva espulsi dalla propria casta di provenienza originaria, un meccanismo di gerarchie ereditarie. Questo sistema millenario è stato abolito nel 1950, seppure ancora esiste la suddivisione dei lavori, più o meno duri, a seconda che si appartenga ad una classe sociale più o meno alta. In base a questa suddivisione si stabilivano gli equilibri di potere, che si basavano su fondamenti religiosi molto antichi e profondamente radicati. Per altri, invece, la pena consisteva in una semplice multa. Tuttavia, il Kama Sutra contiene una descrizione dettagliata del sesso orale con un eunuco, che era sempre un giovane servo a cui veniva obbligato ad indossare gli orecchini.
Riguardo alle popolazioni dei Germani, il filosofo scettico greco del II secolo d.C. Sesto Empirico afferma che le tribù dei germani asserivano che l’atto sodomitico e comunque omosessuale non è da condannare, ma è un fatto comune di ritualità all’interno della tribù degli Eruli, popolazione germanica della quale è ancora incerta l’origine. Per alcuni studiosi i loro primi insediamenti si trovavano nell’attuale Svezia, mentre per altri studiosi l’origine della tribù era dislocata in un isola vicinissima all’odierna Danimarca: l’isola della Selandia, se non addirittura nello Jutland, l’attuale penisola abitata dai danesi a nord e dai tedeschi a sud.


Dei taifali, popolo barbaro, nomade e bellicoso, che abitarono in tempi più recenti nell’attuale Poitou (attuale regione situata nella parte centro-occidentale della Francia), ne parla lo storico romano di età tardo-imperiale (IV secolo) Ammiano Marcellino che, sebbene nato in Siria da una famiglia ellenofona, scrisse l’opera in latino, afferma che in quella popolazione l’uomo finiva di avere rapporti sessuali con un ragazzo quando questi, cresciuto, avrebbe dimostrato di sapere catturare o uccidere un enorme cinghiale o un orso. Questa descrizione palesa il collegamento col rito d’iniziazione. Secondo lo storico, oratore e senatore romano, considerato il più grande esponente del genere storiografico della letteratura latina, Tacito, descriveva, invece, la purezza degli antichi germani in un’epoca storica in cui nell’antica Roma vi era l’assuefazione alla degenerazione. L’omosessualità nelle tribù romane, secondo l’opera di Tacito, era punita con la pena di morte.
Secondo lo storico greco Erodoto, considerato da Cicerone “il padre della storia”, vi sono tra gli Sciti molti veggenti, “predittori del futuro” detti Enar (termine traducibile in effeminati). La loro arte d’indovini avrebbe avuto la protezione della Dea Afrodite, dea della bellezza, dell’amore, della generazione e della primavera. Nata nel mare, veniva venerata anche come dea che rende sicura la navigazione.
Nella società romana, non si parla di omosessualità e di eterosessualità, in quanto erano due concetti non distinguibili. E probabilmente, i due termini non erano neppure nominati, perché non esistevano. Quindi, gli antichi romani non facevano distinzione alcuna tra l’essere omosessuale e l’essere eterosessuale, perché si praticavano entrambe in assoluta normalità: un fatto di cultura e di tradizione, tramandate di generazione in generazione.
La storica, giurista, accademica e sociologa Eva Cantarella, che si occupa della società antica, nel suo saggio storico-sociale: “Secondo natura. La bisessualità nel mondo antico” afferma che Uno schiavo deve sempre sottostare ai desideri del suo padrone, mentre il liberto, uomo precedentemente schiavo e poi liberato dalla condizione di schiavitù, generalmente in modo legale, quindi affrancato, è moralmente tenuto a continuare a rendere questo servizio al suo ex padrone.


Lo scrittore, oratore, politico e avvocato romano Marco Tullio Cicerone, benché abbia una moglie e un figlio, preferisce di gran lunga lasciarsi affascinare da suo cugino, scrittore e poeta Marco Tullio Tirone, il suo segretario liberto, schiavo affrancato preferito. Più avanti negli anni, il filosofo, drammaturgo e politico romano Seneca riassume la visione della sessualità nell’antica Roma affermando che è normale per un ragazzino assumere un ruolo passivo nel rapporto amoroso-sentimentale; la passività sessuale in un uomo libero è invece un crimine, in uno schiavo un obbligo e in un liberto un servizio da rendere all’ex padrone che l’aveva precedentemente comprato ed in seguito affrancato. Il poeta romano Catullo ha scritto nei suoi “Liber”, raccolta di poesie in vario metro, molti componimenti poetici amorosi dedicati al suo bellissimo quattordicenne Juventius-Giovenzio, di cui era perdutamente innamorato:


“Se i tuoi occhi dolci come il miele,
Juventius, hanno lasciato posare
i miei baci implacabili, vorrei
metterne trecentomila senza
potersene sentire mai sazi”.


Uno dei personaggi più importanti e influenti della storia, il dittatore, politico, militare, console, oratore e scrittore Gaio Giulio Cesare, era soprannominato: “il marito di tutte le mogli e la moglie di tutti i mariti”. Cicerone riferisce che quando Cesare era ancora un giovane futuro condottiero e ambasciatore ebbe una chiacchierata serie di rapporti basati sull’omoerotismo col sovrano Nicomede IV del regno di Bitinia, regno ellenistico con capitale Nicomedia, situato nell’attuale Asia Minore, cioè nella penisola turca. Il sovrano ordinò alle sue guardie di condurre Cesare nella sua stanza sul suo letto d’oro rivestito di porpora, una pregiata stoffa tinta di porpora, colorata da una sostanza di colore rosso che gli antichi estraevano da un mollusco marino.
L’imperatore romano Nerone prende pubblicamente uno dei suoi schiavi adolescenti di nome Sporo, un liberto eunuco, come proprio legittimo coniuge. Dopo il suicidio di Nerone, Sporo vivrà con un altro imperatore: Otone.
L’imperatore del II secolo Adriano subì il fascino e s’innamorò di Antinoo, bellissimo giovane greco originario del regno di Bitinia, che ricambiò con passione e devozione l’amore che l’imperatore ebbe per lui. IL giovane morì prematuramente in circostanze misteriose, annegando nel Nilo. Adriano dopo la sua morte lo innalzò in apoteosi, glorificandolo a un livello di semidio ed erigendo un tempio a sua memoria, ad Antinopoli, città fondata nei pressi di un villaggio egizio dall’imperatore Adriano in memoria del suo amante Antinoo. Per più di 200 anni si fecero celebrare in tutto l’impero festività e giochi pubblici in memoria del bellissimo ragazzo, con coniazioni di monete, medaglioni portafortuna, oltre a centinaia di statue e busti sparpagliati ai quattro angoli dell’impero romano.


Più tardi, il giovane imperatore siriaco Eliogabalo, che aveva una spiccata preferenza nei confronti del ruolo passivo omosessuale, mandò con ira in esilio il giurista che aveva proposto di far punire tutti quei cittadini colpevoli di una condotta omoerotica.
Gli Etruschi sono stati descritti come un popolo voluttuoso, il quale non faceva distinzioni tra i generi maschile e femminile.
Per queste popolazioni era del tutto normale l’unione sessuale tra maschi. Lo studioso e scrittore egizio dell’età imperiale Ateneo di Naucrati descriveva che i ragazzi si offrivano gratuitamente e senza riserve ad altri uomini. Gli scavi archeologici hanno inoltre portato alla luce numerosi affreschi nei quali si notano inequivocabilmente atteggiamenti amoroso-sessuali tra uomini. Ne abbiamo esempi nella “Tomba del Tuffatore” di Paestum e nella “Tomba dei Tori” nella necropoli di Monterozzi.
I testi biblici narrano che nella terra d’Israele vi fu un rapporto speciale di amicizia tra il futuro secondo re d’Israele, l’ex pastorello di Betlemme Davide (o David) e Gionatan (in ebraico: “che Dio ha dato”), figlio della primogenitura e preferito del re Saul. (Si distinse, durante il regno del padre per il coraggio indomito durante le guerre). I testi biblici narrano che: “l’amore tra i due era così grande che Gionatan si trovò ad amarlo come se stesso. L’anima di Gionatan era legata all’anima di David”. Quando Gionatan muore in battaglia, David lancia alti lamenti:


“Sono angosciato per te, fratello
mio Gionatan. Mi sei stato molto
caro. Il tuo amore era per me più
grande di quello per le donne”.


Nell’Antica Grecia, la distinzione tra eterosessualità e omosessualità era perfettamente sconosciuta e i cittadini vivevano molto spontaneamente ed intimamente una vita bisessuale. Il filosofo, scrittore e sacerdote Plutarco dice a tal proposito che:


“…colui che ama la bellezza
umana è favorevolmente
disposto sia nei rapporti
sessuali con uomini che
con donne. Gli uomini
devono prendere esempio
dagli Dei, che amano
entrambi i generi sessuali”.


Eracle, eroe e semidio della mitologia greca, corrispondente alla figura della mitologia etrusca Hercle e di quella romana Ercole, figlio di Alcmena e di Zeus, aveva un rapporto sessuale col nipote Iolao e la loro relazione veniva celebrata a Tebe. L’amore di Apollo verso il principe spartano Giacinto venne celebrato a Sparta.
Achille, eroe degli Achei, prima popolazione ellenica seguita dagli Ioni e dagli Eoli e che invase la Grecia nel II millennio a.C. è anche presentato come il compagno di avventure e amante di Patroclo, figura della mitologia greca tra le più importanti nella guerra di Troia. Ricordiamo che gli Achei erano chiamati anche “Argivi”, dalla città di Argo o “Danai”, cioè figli di Danao, quindi abitanti ad occidente della città di Troia. Gli Achei egemonizzarono definitivamente le genti pre-elleniche. Orfeo amava Calaide. Per il filosofo greco, nativo di Cipro ma di origine fenicia, Zenone di Cizio, si dovrebbero scegliere i propri partner non in base al loro sesso, ma in base alle loro qualità personali. Il concetto di pederastia nell’antica Grecia si distingueva nettamente da quello dei nostri giorni di omosessualità.


Questo modello era istituzionalizzato già dall’epoca della civiltà minoica della cultura cretese, sorta approssimativamente dal 2.700 a.C. fino almeno alla caduta dell’Impero romano d’Occidente, che gli storici datano intorno al 476 d.C., anno in cui Odoacre depose l’ultimo imperatore romano d’Occidente, Romolo Augusto. Era chiamata minoica in riferimento al mitologico re cretese Minosse. Nelle forme più arcaiche la pederastia e l’omosessualità furono riconosciute come modo per rappresentare le élite aristocratiche. Ma negli ultimi tempi, questo modello di rito sociale fu accusato di essere divenuto un’accozzaglia di pratiche vergognose, perché basate essenzialmente sul piacere sessuale e non su un rapporto casto e per lo più spirituale.
Il “battaglione sacro” o “battaglione della città” di Tebe era stato l’esempio più evidente di corpo d’élite di combattenti, composto unicamente da coppie maschili uniti da una relazione amorosa omosessuale. Erano soprannominati: “gl’immortali” e si coprirono di gloria per più di un trentennio. Plutarco ci rivela che il comandante del battaglione sacro tebano fu Gorgida. I combattenti erano mantenuti interamente a spese della polis, città-stato, col suo modello politico nell’antica Grecia.
Nel VII secolo a.C. sull’isola di Lesbo, situata nell’Egeo nordorientale, di fronte alle coste della penisola anatolica, la poetessa greca Saffo canta con note struggenti l’amore fra donne; ma già Omero, più di un secolo prima, nell’Iliade, aveva raccontato le imprese virili tutte femminili, le Amazzoni, una nazione composta interamente da donne guerriere, che viveva senza uomini fin dai tempi precedenti la guerra di Troia. E scrive:


“Esse rinunciano al matrimonio
che chiamano un’inutile servitù,
e con un’audacia che non ha eguali
in tutta la storia del mondo
espandono il loro impero senza
l’aiuto degli uomini e lo difendono
con grinta sprezzante”.


Anche nell’antico Regno di Macedonia, l’amore tra persone di sesso maschile era molto diffuso ed era stato fin dall’inizio accettato dalla società civile. Anche qui molti uomini creavano e poi mantenevano legami intensamente emotivi con giovani e ragazzi, in perfetta analogia con le pratiche messe in atto nella penisola greca e non venivano giudicati dal fatto che tali rapporti di tipo emotivo potessero avere implicanze anche sessuali. In tutto il mondo ellenistico era poi diffusa una pederastia di stampo pedagogico (intercorrente cioè tra maestro e allievo), nel rapporto di uomo libero adulto ed un ragazzo nel fiore dell’adolescenza, anch’esso libero, senza alcuna condizione di schiavitù. E, inoltre, in contrasto con la ferrea regola della pederastia ateniese, in Macedonia erano anche accettate unioni sentimentali e sessuali tra uomini adulti, ovviamente se consenzienti. Tutte queste relazioni apertamente di omoerotismo erano soprattutto un fenomeno che riguardava la classe superiore (nobili, aristocratici, grandi guerrieri e principi): numerosi uomini di potere avevano legami consolidati di tipo omosessuale. Filippo II di Macedonia (padre di Alessandro Magno e di Filippo III di Macedonia) fu assassinato dall’amante-guardia del corpo Pausania di Orestide. La ricerca storica ha ampiamente riconosciuto che il re Filippo II, in aggiunta ai suoi numerosi rapporti amorosi con varie donne, non disdegnasse affatto i contatti sessuali con gli uomini, soprattutto cortigiani, intrattenitori e ballerini durante le feste che venivano organizzate a corte. Storici e scrittori riportano nei loro scritti le connotazioni indubbiamente erotiche che il figlio di Filippo II, Alessandro Magno intratteneva col nobile amico d’infanzia Efestione e in seguito col giovane cortigiano persiano Bagoas, figura molto discussa della storia greco-persiana e della vita di Alessandro Magno. Ma sia Alessandro che il padre Filippo avevano in parallelo anche rapporti con più mogli e con più amanti di sesso femminile.


Anche la civiltà celtica era caratterizzata da una libertà sessuale che comprendeva relazioni d’amore con persone dello stesso sesso. Il concetto di peccato in senso morale non esisteva nella loro cultura religiosa. La nudità maschile in ambito militaresco era del tutto naturale e proprio durante le esercitazioni tra soldati nascevano e si mantenevano rapporti romantico-sentimentali tra uomini, stando a testimonianze di autori greci quali Aristotele e Diodoro Siculo. Si diceva che i Celti amavano passare di volta in volta su tre tipi di letto differenti: quelli di donne, uomini e ragazzi ed il loro gusto per queste pratiche li portava a trascurare le legittime mogli, anche se erano molto belle. Amavano ed offrivano i propri favori ad altri uomini e si sentono offesi da un loro eventuale rifiuto; questo significa pure che ignoravano di recedere ad un livello inferiore di classe sociale che era invece presente in altre società ove non veniva ammessa l’omosessualità passiva.
E se percorriamo la fase storica dell’omoerotismo e arriviamo all’epoca d’oro del Rinascimento italiano, ove a Firenze c’era anche una certa tolleranza verso l’omosessualità, la pena prevista per atti omoerotici era severissima: l’evirazione per i sodomiti adulti e la mutilazione di un piede o della mano per i giovani. Leonardo Da Vinci fu accusato con una lettera anonima posta nel tamburo (cassetta postale) del Palazzo della Signoria (municipio), di fare “parte di molti affari miserabili e consensi per compiacere le persone che richiedono una tale malvagità da lui”. La denuncia non si limitò ad accusare Leonardo, ma citava altri nomi tra cui un certo Baccino, che era un farsettaio (sarto), Bartolomeo di Pasquino, orefice, e Leonardo Tornabuoni, futuro vescovo cattolico, un membro dell’aristocratica della famiglia Tornabuoni, annotato come vestito di “nero”(la stoffa più costosa, prerogativa dell’alta società). Era un giovane rampollo della potentissima famiglia imparentata con i Medici.


Il sodomizzato, Jacopo d’Andrea Saltarelli, era un ragazzo diciassettenne, prostituto, apprendista orafo, probabilmente anche modello di artisti, notizia appresa dagli atti processuali per diverse accuse di prostituzione. Il nome di Leonardo Tornabuoni era già noto alle autorità perché un altro uomo era già stato condannato per sodomia in un rapporto avuto con lui all’inizio di quello stesso anno del 1476. Le accuse contro i cinque furono respinte a condizione che nessun’altra accusa sarebbe stata inoltrata con gli stessi capi d’imputazione. Furono quindi perdonati (o liberati). Due mesi dopo il Saltarelli fu di nuovo denunciato, ma le stesse accuse furono ancora una volta respinte. Appare chiaro che Leonardo Da Vinci, nell’occasione, fu molto fortunato, insieme a Baccino e a Di Pasquino, in quanto nell’accusa di pederastia era inserito anche il nome del Tornabuoni, e che per l’appartenenza a quella famiglia aristocratica di cui faceva parte e ancor più per l’ingerenza della Chiesa e della potentissima famiglia dei Medici, se la cavava sempre con un’assoluzione.
Se poi ripercorriamo quella che fu l’omosessualità di un altro illustrissimo personaggio, Michelangelo, la nostra attenzione dovrebbe soffermarsi a quei giovani di cui lo scultore amava essere attorniato: Febo Dal Poggio, Gherardo Perini, ma soprattutto Cecchino Bracci e il suo devoto e amatissimo Tommaso de’ Cavalieri, a cui Michelangelo dedicò ben 20 dei suoi 200 sonetti e un disegno: “La caduta di Fetonte” che dedicò al bellissimo giovane. Ma molti sonetti furono dedicati anche a Cecchino Bracci, di cui l’artista disegnò il sepolcro, per la prematura morte del giovane, e che è custodito nella Basilica di Santa Maria in Aracoeli, in Campidoglio, e vi scrisse un epitaffio molto ambiguo, pubblicato per la prima volta solo nel 1960, ove si può intuire il rapporto carnale tra i due:


“La carne terra, e qui l’ossa mie,
prive de’ lor begli occhi, e del
leggiadro aspetto fan fede a quel
ch’i’ fu’ grazia nel lecto, che
abbracciava e ‘n che l’anima vive”.


Tuttavia, l’epitaffio non dice nulla della relazione amorosa e sessuale tra il grande artista e il Bracci. D’altra parte, gli epitaffi furono commissionati da un certo Luigi Riccio e da questi retribuiti mediante doni di natura gastronomica.
E teniamo pure conto che il nipote del Buonarroti, preoccupato dalle implicazioni del testo omoerotico inciso sull’epitaffio, avrebbe modificato il sesso del destinatario, così da far credere che i versi erano dedicati a una donna. Le edizioni successive avrebbero però ripreso il testo censurato e solo l’edizione Laterza, casa editrice fondata da Giovanni Laterza a Bari nel 1901, avrebbe ristabilito l’edizione originaria. Il tema del nudo maschile e virile in movimento è quello principale nelle opere michelangiolesche e anche le donne venivano rappresentate coi tratti spiccatamente mascolini (ad esempio, le Sibille, i cui affreschi si possono ammirare nella volta della Cappella Sistina). Oltretutto, Michelangelo non ebbe mai una Musa ispiratrice, mentre i suoi personaggi sono sempre muscolosi individui maschili, anche se queste non sono prove di una sua presunta omosessualità. Infine, il Buonarroti non prese mai moglie e non ebbe mai relazioni amorose con donne.
E la storia ci consegna tanti altri illustri personaggi: artisti, poeti, scrittori, musicisti, intellettuali, persino militari e anche politici, che hanno vissuto in tempi più recenti e che hanno avuto relazioni amorosi e sessuali omoerotiche.
“Panta Rei” (o Panta Rhei) è un aforisma attribuito al filosofo greco Eraclito, riguardo al tema del divenire, in contrapposizione con la filosofia dell’essere propria di Parmenide, anche se nella realtà non è mai stato esplicitamente documentato che la frase appartenga ai suoi scritti. Platone scrive:


“Dice Eraclito che tutto si muove
e nulla sta fermo e confrontando
gli esseri alla corrente di un fiume,
sostiene che non si può entrare
due volte nello stesso fiume e
non si può toccare due volte
una sostanza mortale nello
stesso stato”.


Ecco: allora anche da questo assunto, se spostiamo il concetto dalle teorie filosofiche a quelle che sono state le società con le loro civiltà che si sono evolute nel tempo, la teoria di Eraclito la riteniamo universale e sempre attuale, non solo per l’evoluzione e i mutamenti che subisce la terra, ma anche per quelli che l’uomo subisce nel corso dei secoli e quelle delle società a cui è appartenuto e appartiene. Da qui, si deduce che anche le popolazioni, coi loro usi, consuetudini, schemi, si modificano nel corso dei tempi, durante il percorso della storia umana, e non sono mai perpetui.
Alla stregua di questa lunga trattazione storiografica, dunque, non dovremmo provare disgusto o gridare allo scandalo nel vedere due persone dello stesso sesso tenersi per mano, uomini o donne che siano. Ecco a cosa serve una lettura minuziosa e particolareggiata dei temi che ci incuriosiscono. Ecco a cosa serve conoscere la storia. Ecco a cosa serve la cultura che, oltre ad arricchirci intellettualmente e spiritualmente, ci rende più interessati a conoscere il mondo, col suo passato, presente e futuro. E ne ricaviamo benessere per la mente e per lo spirito. Un arricchimento totale e gratificante, che dovremmo sempre tenerne in debita considerazione. Vedremmo nuovi orizzonti prima imperscrutabili. Le nostre menti diverrebbero più inclini all’esercizio della riflessione e più ricevibili ad approfondire temi e questioni di una certa importanza.


Settembre 2020
Roberto Zaoner


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  • Codice:GA170045
  • Tipo:Poesia
  • Creata nel:settembre 2020
  • Archiviata il:martedì 29 settembre 2020