TRATTATO: "IL DOLCE STIL NOVO: QUANDO LA DONNA VENIVA DECLAMATA COME L'ANGELO, IL MESSAGGERO CELESTE, INTERMEDIARIO TRA DIO E L'UOMO: LA DONNA -ANGELO

2020

TRATTATO:


QUANDO LA DONNA VENIVA DECLAMATA COME L’ANGELO, IL MESSAGGERO CELESTE, INTERMEDIARIO TRA DIO E L’UOMO: LA DONNA-ANGELO – IL DOLCE STIL NOVO.



Benché il Dolce Stil Novo(o anche chiamato Stilnovismo, o Stilnovo o Stil Novo) sia nato e si sia sviluppato a Firenze, colui che ne fu l’ideatore e l’iniziatore fu il bolognese Guido Guinizelli. Ebbe breve vita. Morì a nemmeno quaranta anni d’età. Oltre a poeta, era stato anche un giurisperito e ricoprì la carica di giudice per diverso tempo. Questo poeta ebbe il merito di dare nuovo impulso alla letteratura italiana nel medioevo, abbandonando ciò che le scuole siciliana e toscana avevano lasciato, per indirizzarsi a un nuovo modo di concepire la poesia. Il movimento poetico nacque nella seconda metà del XIII secolo e il manifesto ufficiale di Guinizelli, che diede l’avvio al Dolce Stil Novo, fu una poesia, o meglio definita canzone:


“Al cor gentil rempaira sempre amore, (Al cuore nobile corrisponde sempre l’amore),
come l’ausello in selva a la verdura; (come l’uccello nel bosco torna fra il verde);
né fé amor anti che gentil core, (la natura non creò l’amore prima del cuore nobile),
né gentil core anti ch’amor, natura: (né il cuore nobile prima dell’amore):
ch’adesso con’ fu ‘l sole, (non appena fu creato il sole), ……”


Questo movimento poetico si proponeva di far emergere l’animo dell’uomo verso aspetti nobili, di sublimare il cuore e la sensibilità dell’uomo, cioè di fare elevare l’uomo spiritualmente. Guido Guinizelli, fu molto ammirato dai suoi contemporanei e occupa un posto di rilievo nella letteratura italiana. Lo stesso Dante Alighieri esprime parole di ammirazione miste a commozione quando lo cita, e lo chiama “padre suo” e quindi maestro nel XXVI canto del Purgatorio, che ricopriva allora la carica di giudice presso il comune. Per soppiantare la classe dirigente, composta dalla nobiltà, elaborò una nuova concezione dell’essere nobile. Negò quello che Andrea Cappellano andava affermando, e cioè che era sufficiente essere gentili e avere nobiltà d’animo per dare la nobiltà agli uomini e capovolse questa tesi confermando che per ritenersi gentili e nobili d’animo agli uomini non bastava essere di sangue nobile, perché la gentilezza e la nobiltà d’animo non si ereditavano. Si forma così una nuova e diversa concezione di nobiltà. L’uomo per ritenersi nobile deve essere intelligente e colto, oltre che di animo buono e gentile. Un’altra rivoluzione di pensiero degli stilnovisti è che la donna non deve essere più vista, giudicata o considerata a seconda delle sue fattezze e della sua bellezza, ma deve essere paragonata a una creatura angelica, quanto più ad essa somigliante per avvicinare l’uomo a Dio e quindi predisporsi come intermediaria tra la benevolenza di Dio verso l’uomo e la convinzione che l’uomo deve avere per avvicinarsi a lui, assumendo la disponibilità ad avere un cuore e un animo nobili. Rendere la donna degna di lodi spetta a Dio e alla Madonna. Questo è il tema di Guinizelli: quello della donna-angelo che ha la funzione e la missione di salvare l’uomo per mezzo dell’amore divino che solo la donna angelica può concedere all’uomo, facendo da tramite tra l’amore divino e quello terreno, cui l’uomo era ancora attaccato. Questo tema divenne la massima espressione di quella che Dante ne fece della Divina Commedia, il suo capolavoro. Per diffondere il pensiero del nuovo movimento letterario che era il Dolce Stil Novo, venivano usate nelle strofe delle poesie molte metafore tra elementi naturali e l’amore umano. Ed è un esempio quello che si dice del sole e della luce che siano nati insieme e che l’amore non può che esistere in un cuore nobile, perché il vile rappresenta il fango e come tale non può mai raggiungere il dono dell’amore, e se anche fosse raggiunto rimarrebbe vile.


Al contrario, un cuore nobile non avrebbe alcuna difficoltà a raggiungere l’amore della donna e di Dio. E’ un disegno divino quello di cancellare le colpe dell’uomo. E la donna in questo deve fare da tramite, affinché i peccati dell’uomo siano perdonati dall’Altissimo. Quindi, ci troviamo di fronte alla donna-angelo.
Questa era l’ideologia dell’arte del poetare e delle regole dello Stilnovismo. Possiamo, dunque, affermare che gli stilnovisti avevano a oggetto della loro concezione poetica la donna, intesa come messaggero celeste, intermediario tra Dio e l’uomo. Il mito dei poeti di questa corrente letteraria era la donna, intesa come figura divina, di avvicinamento tra Dio e l’uomo e come mezzo per la redenzione dei suoi peccati e di una sua evoluzione verso l’amore della donna intesa non più come creatura leggiadra, come donna intesa dal punto di vista esteriore, di ammirazione e quasi venerazione della sua bellezza, ma interiorizzata nella sua funzione e missione di spiritualizzare e di liberare dal vincolo delle cose materiali l’animo umano. Amore e cuore gentile finiscono così con l’identificarsi totalmente.
Questa teoria rimarrà la base della poesia di Dante e dei poeti che appartenevano alla letteratura dello Stilnovo, di generazione successiva, e che erano considerati pertanto i discepoli di Guinizelli e dello stesso Dante Alighieri.


L’uomo, che evolvendosi con la sua intelligenza e cultura diviene, o lo è già una creatura nobile, perché di animo buono, divenendo nobile non di sangue, non per eredità familiare, ma per le sue capacità, per le sue virtù che lo innalzano a un essere superiore, non più grezzo: uomo dirozzato e fatto emergere con la sua dirittura, col senso del giusto, dell’onesto e del retto. La donna assurge a messaggera divina. Viene innalzata dai componimenti poetici degli stilnovisti a donna celeste che ha dunque la funzione di rendere l’uomo capace di discernere e quindi di distinguere il bene dal male e di avere coscienza del giusto e dell’onesto. Altra caratteristica che la donna-angelo è chiamata ad avere, al fine di elevare l’uomo meritevole dell’amore divino, è quella di far acquisire all’uomo la lucidità nel giudicare chi avrebbe meritato ascendere all’Amore di Dio, escludendo gli uomini vermi, infangati dalla loro stessa viltà, che nulla avrebbero meritato per le loro abominevoli, ingiuste, quando non brutali condotte, indegne dell’Amore Divino. Il senso della moralità e della rettitudine, innanzi tutto, per mostrarsi agli occhi del Supremo figura integerrima e tendente alla perfezione a difesa del giusto, paladini della correttezza, modo speciale dell’essere.
Mai vi fu corrente letteraria che estremizzasse la donna nella sua indole spiritualmente così elevata, né i movimenti letterari antichi, né quelli contemporanei in questa fase storica della seconda metà del Tredicesimo secolo, ove nacque e si sviluppò questa corrente letteraria. La donna era declamata dai poeti come guida spirituale dell’uomo e figura perfetta per accompagnarlo alla retta via di avvicinamento agli alti valori spirituali. Ne ricaviamo, dunque, che il movimento letterario in questione aveva un’unica ideologia, un mito: la donna, intesa come un essere angelico. E se approfondiamo la questione e il concetto che deve passare di quelli che i poeti del Dolce Stil Novo rappresentavano, dobbiamo rilevare che ogni movimento letterario, artistico, religioso e sociale avevano dunque i loro miti, le loro ideologie, più o meno chimeriche che fossero. In questa trattazione non interessa scoprire se i concetti e le poetiche della letteratura stilnovista erano false o illusorie idee, o ancor fantasticherie. Al di là, comunque, di una volontaria astensione nel giudicare questo movimento letterario medievale, i più attenti studiosi e osservatori non potrebbero però esentarsi dall’affermare che la donna è esageratamente rispondente a una figura divinizzata ed estremizzata nella sua missione divina. Oltretutto, la poesia era troppo interallacciata a elementi filosofici e appariva, quindi, sfingea, impenetrabile.



Il guittoniano Bonagiunta Orbicciani lamentava questo aspetto nella letteratura dello Stilnovismo, affermando che gli aspetti e i riferimenti filosofici uniti al poeticare avrebbero fatto storcere il naso agli ambienti letterari fiorentini e al pubblico toscano.
Nei loro componimenti poetici, i rappresentanti dello Stilnovo avevano deliberatamente ignorato che la donna era pur sempre una creatura umana, terrena, anche nel significato più recondito dei loro sonetti. D’altronde, i rappresentanti di questo periodo culturale avevano lo scopo di inventarsi un loro soggetto che li rappresentasse come forma poetica. Doveva, quindi, nascere un mito: la donna-angelo. Era sotteso che tutto doveva circondare intorno a lei e a Dio, nel volere l’uomo più consapevole del suo inesorabile dannato destino, qualora non si fosse avveduto dei suoi peccati.
Bologna non ebbe il privilegio di dare i natali allo Stil Novo. Sebbene ideato e inventato da un poeta bolognese, Guido Guinizelli, il movimento si sviluppò a Firenze, capitale allora della letteratura italiana, insieme a quella siciliana, di cui entrambe erano tra loro rivali. Il movimento si proponeva di utilizzare espressioni “ricercate” e “nobili” preferendo un poeticare aulico, in contrasto con quei poeti che usavano il volgare. Lo Stilnovismo influenzerà parte della poesia italiana fino a Francesco Petrarca.
La poesia non ha più al centro la sofferenza dell’amante, ma la celebrazione delle doti spirituali dell’amata. Nascono le rime nuove. IL fondatore del movimento era in contrapposizione col poeta e religioso Guittone D’Arezzo da Lucca, dell’Ordine dei Frati della Beata Gloriosa Vergine Maria. Guinizelli aveva inviato un sonetto a D’Arezzo ove gli manifestava le sue lodi, chiamandolo padre:

“O caro padre meo, de vostra laude”

Ma Guinizelli non pare sinceramente attratto dalla poetica del religioso. Piuttosto, è da pensare che questa frase nasconda in realtà un’ironica e velata critica nei suoi confronti, avendo costoro due poetiche diverse e contrapposte. Infatti, a differenza dell’eccessivo formalismo guittoniano, il movimento poetico dello Stil Novo è più libero e sciolto nel creare sonetti e s’ispira ad una poetica più elevata dal punto di vista qualitativo e intellettuale. L’origine del nome: “Dolce Stil Novo” si deve al grande e universale Sommo Poeta Dante Alighieri nella sua Divina Commedia (Canto XXIV del Purgatorio). In essa, infatti, il rimatore guittoniano Bonagiunta Orbicciani da Lucca ricava dalla canzone dantesca:

“donne, ch’avete intelletto d’amore”

l’espressione “Dolce Stil Novo”, per il modo di poeticare luminoso e semplice, lontano dall’eccessivo formalismo stilistico guittoniano. Usa metafore, simboli e parole dal doppio significato. Composizioni poetiche, dunque, più ricercate e articolate e non versi dal sapore semplicistico e superficiale. Il movimento andava affermandosi come centro culturale ed artistico nella successiva epoca del Rinascimento, ove si espressero i migliori e più celebrati artisti dell’epoca. In effetti, lo Stilnovismo fu l’iniziatore del periodo d’oro del Rinascimento che sarebbe nato all’incirca nella seconda metà del secolo dopo (XIV secolo). Lo Stilnovo segue e contrasta quella che era stata la corrente letteraria “dell’amor cortese”, con una visione dell’amore del tutto innovativa. Contro di essa, infatti, introduce nei testi elementi filosofici, ma soprattutto morali e religiosi.
Giova fare un excursus di quel periodo storico caratterizzato da quello che potrebbe essere definito come uno stile di vita, oltre che uno stile poetico: “L’Amor Cortese”, che è un termine coniato dal filologo e medievalista francese Gaston Paris, nel 1883, per indicare la concezione filosofica, letteraria e sentimentale dell’amore all’epoca dei trovatori, che erano dei compositori ed esecutori di poesie liriche occitane (provenzali) che utilizzavano la lingua d’oc, parlata in differenti regioni di quasi tutto il territorio francese, limitatamente a sud della Loira. I trovatori si esibivano nelle corti provenzali.



La concezione filosofica e quella sentimentale si basavano sull’idea che solo chi ama possiede un cuore nobile. Questa corrente letteraria vivrà nel tempo attraverso il Dolce Stil Novo dantesco. “L’amor cortese” del trobador è un sentimento capace di nobilitare e affinare l’uomo. Nasce come un’esperienza ambivalente, fondata sulla compresenza di desiderio erotico e tensione spirituale, concomitanza di piacere e sofferenza, di esaltazione ed angoscia. Per questa ragione, “l’amor cortese” non può consolidarsi col matrimonio, perché è sotteso adulterio per definizione. Esso è desiderio fisico. S’instaura fra la dama e l’amante che si sottomette e obbedisce completamente alla donna. E’ un amore-vassallaggio, in cui l’amante presenta il suo omaggio alla donna e resta in una condizione di umile adorazione di fronte ad essa. La donna è vista dall’amante come un essere sublime, e in alcuni casi anche divino. Per l’amante il marito non è un pericolo. Semmai è il marito che deve temere di essere infangato da altri uomini. Inoltre, tra la dama e l’amante s’instaura un rapporto d’amore esclusivo. Così come il poeta deve rivolgersi a una sola dama, essa deve accettare al suo servizio non più di un amante. Nel caso in cui una delle due parti trasgredisse, il rapporto potrebbe cessare. L’amante non deve chiedere nulla in cambio dei suoi servigi. In alcuni casi vi è anche gioia, o meglio una forma di ebbrezza e di esaltazione, che però potrebbe generare anche sofferenza e tormento. Il carattere adultero dell’amore esige il segreto, che tuteli l’onore della donna: per questo il suo nome non viene pronunciato mai dai poeti. I rapporti adulterini erano inconcepibili e condannabili nel successivo periodo di fioritura dello Stilnovo. Il matrimonio, in epoca dell’amor cortese, era spesso un contratto stipulato per ragioni dinastiche o economiche. Poiché, notoriamente la Chiesa condanna severamente l’adulterio, subentra il conflitto tra amore e religione, scaturito dalla concorrenza del culto della donna divinizzata con il culto di Dio.


Ritornando nel tema del trattato, Bonagiunta Orbicciani in un noto sonetto scritto per il fondatore dello Stil Novo

“Voi che avete mutata la mainera”

lamenta che il Guinizelli, unendo alla poesia la filosofia, avesse reso il poeticare oscuro, e che tale forma poetica non avrebbe potuto suscitare né interessi né adesioni nel mondo letterario toscano. Guinizelli risponderà a Bonagiunta nel sonetto:

“Omo che è saggio non corre leggero”

in cui definisce l’inconsistenza dei giudizi senza approfondite conoscenze, e aggiunge che come esistono talenti di diversa natura per volontà divina, è comprensibile che vi siano modi diversi di poetare (Alberto Asor Rosa, critico letterario, storico della letteratura, saggista, accademico e politico italiano). Tra i poeti più rappresentativi e più conosciuti di questa corrente letteraria vi sono Guinizelli (il fondatore), Dante Alighieri, Guido Cavalcanti, Dino Frescobaldi, Gianni Alfani, Lapo Gianni, detto il fiorentino. Tutti questi personaggi costituivano un’aristocrazia non di sangue ma di animo. Erano tutti molto eruditi e appartenevano all’alta borghesia universitaria. Il pubblico cui si rivolgono appartiene a una cerchia di eletti, capaci di comprendere le loro produzioni. Forte era la loro convinzione che per produrre componimenti poetici si doveva avere conoscenza di nozioni scientifiche e teologiche. Da qui la minore considerazione nei confronti dei guittoniani, non sempre dotati di tali conoscenze.
La poesia stilnovista è rappresentata dalla più alta borghesia della società. Ne facevano parte notai, giudici, maestri di retorica, di grammatica e di diritto. I valori della precedente cultura avevano ceduto il passo alle nuove generazioni che si sentivano nobili d’animo, conquistata con l’esperienza, la cultura, la dottrina e la meditazione e con la coscienza di un’aristocratica gentilezza di animo e di mente. Guido Guinizelli nel suo componimento: “Al cor gentil rempaira sempre amore”, nei versi finali, immagina di trovarsi davanti a Dio, che lo interroga sul motivo per cui indirizzò le lodi a una giovane donna che a Lui e alla Madonna soltanto convengono. Egli si giustifica testimoniando l’angelicità delle sembianze dell’amata. Il tema è l’Amore assoluto, identificabile pressoché con l’immagine della purezza di Dio, attraverso la donna-angelo. E’ un amore platonico e inattivo e non veri atti di conquista o di corteggiamento. E’ elogio e contemplazione descrittiva e visiva che consente al poeta di mantenere intatta e pura la sua ispirazione, in quanto diretta ad un oggetto volontariamente cristallizzato e giammai raggiungibile.


Roberto Zaoner
(settembre 2020; stesura ultimata
il mattino del 04/10/2020)


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  • Codice:GA170356
  • Tipo:Poesia
  • Creata nel:ottobre 2020
  • Archiviata il:lunedì 05 ottobre 2020