TRAGEDIA IN PROSA: "ROMEO E GIULIETTA"

2021

PROLOGO ALLA TRAGEDIA DELL’OPERA DI WILLIAM SHAKESPEARE: INTRODUZIONE ALL’OPERA: “ROMEO E GIULIETTA”: (Un amore segnato da un destino ostile e beffardo) (di Roberto Zaoner) Per quanto sia possibile, cercherò di non perdermi in digressioni e perifrasi che non aiutano a descrivere in sintesi la tragedia dell’opera del drammaturgo e poeta inglese William Shakespeare, autore dell’opera “Romeo e Giulietta”, di cui ho scritto una prosa (e che ho posto per ultima a questo mio scritto) immaginando dialoghi tra i due protagonisti della scena teatrale: i giovani innamorati e novelli sposi Romeo e Giulietta, ma anche cercando di comporre frasi che somigliano più a dei versi poetici che ad elaborazioni mentali espresse a voce dai due protagonisti. Un lavoro, peraltro, che non è di facile realizzazione, allorché si voglia sintetizzare l’opera nel modo più conveniente possibile, stante la complessa trama della tragedia shakespeariana. Certamente, il grande drammaturgo ha voluto creare con quest’opera la vicenda di un amore impossibile e al tempo stesso grandioso e irripetibile, quasi universale per tutti i tempi, tra Romeo e Giulietta. Un amore giovanile sincero, intramontabile, votato anche all’autodistruzione del proprio Ego, per far posto ad una chiara e manifesta attrazione fisica nella loro età giovanile e ad un amore invincibile, appassionato fino all’impossibile, negato e quindi oggetto di lotte continue e avversità anche contro un crudele e tiranno destino, ineffabile e beffardo. Ho usato il termine tiranno proprio perché la sola colpa dei due giovani, che diventeranno di nascosto anche sposi, era quella di fare parte di due nobili famiglie, in continua lotta tra loro, da tempo immemore. E queste due famiglie imponevano il diktat ai due giovani innamorati di non potersi neppure frequentare. Anzi, l’avvicinamento dei due non era neppure consentito. Un’imposizione dispotica e, quindi, intollerabile per i due giovani, che segretamente si erano già sposati, ad insaputa dei rispettivi genitori. La prosa è collocata dopo la sinossi della vita del drammaturgo inglese, dopo l’opera (in cinque atti) e dopo l’appendice alla tragedia. Ha per titolo: “IL SAPORE DELLA VITA NEL PRESENTE, SENZA PASSATO, NE’ FUTURO” La scena si svolge, in un unico atto, il giorno seguente al loro segreto matrimonio, celebrato dal francescano frate Lorenzo. SINOSSI DELLA VITA DI WILLIAM SHAKESPEARE: L’autore William Shakespeare nasce a Stratford-upon-Avon, in una zona più o meno centrale dell’Inghilterra, il 23 aprile 1564, ed è considerato il più importante e più conosciuto scrittore inglese, nonché ritenuto il più eminente drammaturgo della cultura occidentale e il più rappresentativo del popolo inglese. Le sue opere teatrali sono state tradotte nelle maggiori lingue del mondo e maggiormente inscenate rispetto alle opere di altri drammaturghi. Una delle sue più grandi capacità è rappresentata dall’avvicinamento del gusto del popolo con la complessa caratterizzazione dei suoi personaggi: cosa da non poco, per il fatto che il popolo non ha generalmente una vasta propensione ad analizzare e a comprendere quelle che sono le sfumature di personaggi di così difficile lettura nella loro caratterizzazione psicologica. Inoltre, cosa che va a giovamento dell’abilità di Shakespeare è stata quella di essere maggiormente citato nella letteratura inglese e di essere riuscito, magari senza neppure volerlo, a fare inserire alcune sue espressioni linguistiche nell’inglese parlato. Aveva egli anche una raffinata poetica e una notevole profondità filosofica. Come tutti i grandi, nonostante sia stato già famoso in vita, ebbe una immensa notorietà dopo la morte e i suoi lavori furono celebrati da numerosi e importanti personaggi nei secoli seguenti. La scarsità dei documenti che lo riguardano fece sorgere numerosi dubbi circa il suo aspetto fisico, la sua sessualità, il suo credo religioso e perfino circa l’attribuzione delle sue opere. Nello stesso anno della sua nascita, in estate, la peste colpì la sua città natale, ma risparmiò lui e la sua famiglia. Wiliam fu il terzo di otto figli. A soli diciotto anni, il drammaturgo sposò a Stratford una giovane di otto anni più grande di lui, una certa Anne Hathaway. Non risulta che lui abbia mai frequentato un’università. Siamo nel periodo regnante della regina Elisabetta I d’Inghilterra e d’Irlanda, ove il paese conobbe un periodo di fioritura culturale e artistica, che da lei prese il nome. E inizialmente, com’era tradizione nell’età elisabettiana, Shakespeare collaborò con altri drammaturghi alla stesura delle sue prime opere. Disse di lui un drammaturgo di fine Seicento che: “William si limitava a perfezionare, col suo magistrale tocco, solo uno o due dei suoi principali personaggi nelle sue opere” La tematica del teatro dell’autore è incentrata sull’amore tormentato e sulla passione sensuale (passione disperata in “Otello” e passione sensuale in “Romeo e Giulietta”). Altri temi ricorrenti appartengono all’uomo in quanto tale, che ha l’ambizione per il potere, ma anche la fragilità nel pensare alla morte. Il carattere illusorio e la fugacità della vita, con l’oscura presenza e continua della morte e del dubbio, sembrano dominare il cammino terreno dell’uomo. Si pensi al celeberrimo monologo di Amleto: “Essere o non essere; questo è il problema”. Il tema della lotta per il potere è frequente. Non è meno frequente di quello della morte e della transitorietà e caducità della vita, che caratterizzano un’esistenza fragile nell’uomo, anche se ambisce al potere. L’ambizione e la lotta per il potere, la morte e la transitorietà della vita sono dunque i temi centrali del pensiero di Shakespeare. Giova rimarcare che nell’epoca elisabettiana predominava la monarchia assoluta. Essa era riuscita nell’intento di assicurare l’ordine e la prosperità. Ma questi due obiettivi raggiunti avevano dato impulso a brame di potere, nonché a rivalità, invidie e gelosie. Altri temi fondamentali sono i sentimenti e gli stati d’animo umani e i problemi morali e psicologici. Poi, non meno evidenti si presentano le contraddizioni, l’inquietudine, la follia (quest’ultima presente, per esempio, in Amleto: l’anomalia della sua contorta mente). Dalla tradizione popolare e medievale, Shakespeare coglie la dimensione fantastica e irrazionale. Esempi ne abbiamo negli spettri in Amleto e Macbeth, le streghe di Macbeth, i folletti in “La tempesta”, fate ed elfi nel “Sogno di una notte di mezza estate”. Tali figure soprannaturali rappresentano le angosce e le colpe sempre presenti nell’animo umano. Il fato nella tragedia classica era una forza soprannaturale, superiore anche agli dei, capace di determinare la sorte degli uomini. Nel teatro del drammaturgo inglese, le figure femminili assumono un ruolo fondamentale; sono dotate di autonomia e di forte individualità, ma le loro personalità sono diverse (la tenera Giulietta nel “Romeo e Giulietta”, l’innocente Desdemona nell’Otello”). Altre, invece, sono coinvolte nella lotta per il potere. Il drammaturgo inglese pare appartenere pure al Rinascimento, in quanto nelle sue opere interpreta l’uomo che afferma sé stesso, la propria creatività e razionalità, quindi tendente all’antropocentrismo nel considerare l’essere umano e tutto ciò che gli è proprio come centrale nell’Universo. Ma egli è anche esponente della nuova sensibilità del barocco, laddove evidenzia la mutevolezza della sorte e il mistero insondabile della vita accompagnato da un senso di smarrimento esistenziale. I drammi di Shakespeare non eliminano ansie e insicurezze. Tutto rimane sospeso. Ma il drammaturgo si interroga pure sulla vita, che oltre che essere breve, fragile e continuamente minacciata dalla presenza della morte, potrebbe pensare che essa sia un sogno, un’illusione; ne sono testimonianza due celebri affermazioni, una nel “Macbeth” e un’altra ne “La tempesta”. Macbeth sostiene che “la vita è solo un’ombra che cammina, un povero commediante che si pavoneggia e si dimena per un’ora sulla scena e poi cade nell’oblio”. Shakespeare probabilmente non conosceva il greco, ma aveva studiato il latino e letto i classici, prediligendo Seneca. Non c’è pertanto da stupirsi che molti spunti delle sue opere provengano dagli autori dell’età classica. Shakespeare muore nella città dov’era nato e probabilmente, ma non sicuramente, nello stesso giorno e mese di nascita: il 23 aprile 1616, a cinquantadue anni. La moglie morì sette anni dopo quella del marito. Si sa molto poco sul suo conto al di là di alcuni documenti ufficiali, ma la sua personalità e la sua relazione col marito furono oggetto di speculazioni di scrittori e storici. Anne fu sepolta accanto al marito nella chiesa della Santissima Trinità, a Stratford-upon-Avon. L’OPERA “ROMEO E GIULIETTA”: William Shakespeare scrisse questa tragedia tra il 1594 e il 1596, all’età di circa trent’anni. Essa è una delle opere tra le più rappresentate della letteratura mondiale e anche una delle storie più famose e popolari del mondo. L’amore dei due protagonisti è diventato l’archetipo dell’amore perfetto e irrinunciabile; quindi ha assunto un valore simbolico. TRAMA: ATTO PRIMO: A Verona, due famiglie nobili e potenti si osteggiano da generazioni: i Montecchi, a cui appartiene il giovane Romeo e i Capuleti, la famiglia di Giulietta, e che “dalle due famiglie nemiche discende una coppia di amanti, nati sotto una cattiva stella, il cui tragico suicidio porrà fine al conflitto”. L’opera inizia con una rissa in strada tra i servi delle rispettive famiglie. Interviene il principe di Verona Escalo, che calma gli animi e annuncia che se si ripeterà il fatto increscioso, lui avrebbe reso responsabili i rispettivi capi famiglia, con la condanna e conseguente esecuzione a morte. Il conte Paride, un giovane nobile, chiede alla famiglia dei Capuleti di dargli in moglie la figlia Giulietta, appena quattordicenne. Il padre non accetta la pretesa del conte ma, per via delle insistenze del giovane nobile, lo invita ad attendere tempi più maturi in attesa che la figlia divenga più grande e accetta, tuttavia, che alla figlia venga fatta la corte da parte del giovane nobile. Egli può, inoltre, attirare l’attenzione della figlia durante il ballo in maschera che avrà luogo il giorno seguente. La madre di Giulietta è ancora più disposta ad accettare che il giovane pretendente faccia la corte alla figlia e ne parla con la figlia. Il rampollo sedicenne dei Montecchi, Romeo, è innamorato di Rosalina, una Capuleti (personaggio che non compare mai), che per un voto di purezza e castità non vuole accettare un coinvolgimento sentimentale col giovane. Mercuzio (amico di Romeo e congiunto del principe di Verona) e Benvolio, cugino di Romeo, cercano invano di distogliere Romeo dalla sua malinconia; quindi decidono di andare mascherati a casa dei Capuleti per divertirsi durante il ballo in maschera. Romeo, che spera di vedere Rosalina al ballo, incontra invece Giulietta. I due ragazzi si scambiano poche parole, ma sufficienti a farli innamorare l’uno dell’altra e a spingerli a baciarsi. Ma prima che il ballo finisca Romeo apprende che la ragazza è figlia dei Capuleti. ATTO SECONDO: Romeo si congeda dai suoi amici e, rischiando la vita, s’intrattiene nel giardino dei Capuleti alla fine della festa. Durante la famosa scena del balcone, i due ragazzi si dichiarano il loro amore e decidono di sposarsi in segreto. Il giorno seguente, il francescano frate Lorenzo, con l’aiuto della balia, unisce in matrimonio i due innamorati, sperando che la loro unione possa portare pace tra le due famiglie. ATTO TERZO: Le cose precipitano quando Tebaldo, cugino di Giulietta e di temperamento iroso, incontra Romeo e cerca di provocarlo a un duello. Romeo rifiuta di combattere contro di lui, ma Mercuzio raccoglie la sfida. Nel tentativo di separarli, Romeo permette inavvertitamente a Tebaldo di ferire Mercuzio, che muore augurando “la peste a tutt’e due le vostre famiglie” e nell’ira Romeo uccide Tebaldo vendicando l’amico. Giunge il principe che chiede chi abbia provocato la mortale rissa e Benvolio racconta di come Romeo abbia tentato invano di placare le offese e le angherie di Tebaldo. Donna Capuleti mette però in dubbio tale racconto poiché fatto da un Montecchi. E allora il principe condanna Romeo solo all’esilio, dato che Mercuzio era suo congiunto e Romeo ha agito per vendicarlo. Romeo deve quindi lasciare la città prima dell’alba del giorno seguente e non più tardi del cambio della guardia, altrimenti sarà condannato a morte. Giulietta apprende intanto dalla sua balia della morte del cugino Tebaldo e del bando per Romeo, e chiede disperata alla balia di trovare Romeo, di portargli il suo anello e di chiedergli di incontrarla per l’ultimo addio. La balia si reca quindi da frate Lorenzo, dove Romeo ha trovato rifugio e insieme concordano di fare incontrare i due sposi. Nel frattempo, il giovane conte Paride incontra i Capuleti per chiedere delle nozze con Giulietta e questi decidono di fissare la data qualche giorno più tardi, così da sollevare il morale della figlia, credendo si stia disperando in lacrime per la morte del cugino Tebaldo. Gli sposi riescono a passare insieme l’unica notte d’amore e all’alba, svegliati dal canto dell’allodola, messaggero del mattino (che vorrebbero fosse il canto notturno dell’usignolo), si separano e Romeo fugge a Mantova. La mattina dopo Giulietta apprende dai suoi genitori della data di nozze con Paride e al suo rifiuto viene verbalmente aggredita dal padre, che minaccia di diseredarla e cacciarla dalla sua casa. Giulietta chiede invano conforto alla sua balia e poi, fingendo un ravvedimento, manda questa a chiedere ai suoi il permesso di andare a confessarsi con frate Lorenzo per espiare il torto fatto col suo rifiuto. ATTO QUARTO: Frate Lorenzo annuncia a Paride la data imminente del suo matrimonio con Giulietta. Poco dopo giunge la ragazza, la quale si trova di fronte il conte e per congedarlo è costretta a farsi baciare, e poi una volta uscito, si rivolge disperata al frate. Quest’ultimo, esperto religioso in erbe medicamentose, escogita una soluzione al dramma e consegna alla ragazza una pozione-sonnifero che l’avrebbe portata a uno stato di morte apparente solo per quarantadue ore per non sposare Paride e fuggire. Nel frattempo, il frate manda il suo fidato assistente, frate Giovanni, a informare Romeo affinché egli possa raggiungerla al suo risveglio e fuggire da Verona. Tornata a casa Giulietta finge la propria approvazione alle nozze e una volta giunta la notte beve la pozione e si addormenta in un sonno profondo. Al mattino la balia si accorge sconvolta della morte di Giulietta. La giovane viene sepolta nella tomba di famiglia dove riposa anche il cugino Tebaldo. ATTO QUINTO: Romeo viene a sapere dal suo servo Baldassare, che ha assistito al funerale di Giulietta, della morte della sua sposa. Romeo disperato si procura quindi un veleno con l’intento di tornare a Verona, dare l’estremo saluto alla sua sposa per poi togliersi la vita. Nel frattempo, frate Lorenzo apprende da frate Giovanni il mancato recapito della missiva a Romeo, poiché Mantova è sotto quarantena per la peste e gli è stato impedito di recapitare la lettera. Romeo raggiunge precipitosamente Verona e in segreto si inoltra nella cripta dei Capuleti ordinando al suo servo di andarsene e lasciarlo solo, determinato a unirsi a Giulietta nella morte. Qui però Romeo s’imbatte in Paride, anch’egli venuto a piangere Giulietta. Paride riconosce Romeo e vorrebbe arrestarlo. Ne nasce un duello nel quale Paride rimane ucciso. Il paggio di Paride, che era rimasto fuori di guardia, corre a chiamare le guardie, mentre Romeo, dopo aver guardato teneramente Giulietta un’ultima volta e sul punto di raggiungerla nella morte si avvelena, pronunciando la famosa frase: “E così con un bacio io muoio”. Nel frattempo giunge frate Lorenzo che si imbatte in Baldassare e apprende che il suo padrone Romeo è già da mezz’ora nella cripta. Il frate intuisce che qualcosa di nefasto sta accadendo e raggiunge affannosamente la cripta, dove scorge i corpi ormai esanimi di Paride e di Romeo. Giulietta intanto si sveglia e il frate cerca in un primo momento di nasconderle la verità, ma poi pronuncia la frase: “Un potere più grande, cui non possiamo opporci, ha frustrato i nostri piani”. Sentendo quindi delle voci che sopraggiungono supplica Giulietta di seguirlo, ma poi fugge impaurito per il sopraggiungere delle guardie, e Giulietta non lo segue. Questa, alla vista di Romeo già morto, si uccide trafiggendosi col pugnale del suo amato sposo e si unisce a lui nella morte. Nella scena finale le due famiglie e il principe Escalo accorrono alla tomba di Giulietta, dove frate Lorenzo gli rivela infine l’amore e il matrimonio segreto dei due giovani innamorati. Le due famiglie sono riconciliate dal sangue dei loro figli e pongono fine alle loro sanguinose dispute, mentre il principe li maledice per il loro odio che ha causato la morte delle loro gioie, vittime innocenti. Infine, il principe si allontana pronunciando l’ultima frase della tragedia: “Una triste pace porta con sé questa mattina. Il sole, addolorato, non mostrerà il suo volto. Andiamo a parlare ancora di questi tristi eventi. Alcuni avranno il perdono, altri un castigo. Ché mai vi fu una storia così piena di dolore come questa di Giulietta e del suo Romeo”. APPENDICE ALLA TRAGEDIA: La tragedia è d’ispirazione medievale, sebbene alcuni studiosi abbiano osservato come il motivo sia già presente nella letteratura greca antica. E testimonianza sono alcune tragedie greche con una trama simile a quella di Shakespeare, in specie nella vicenda da “Le metamorfosi di Ovidio”, ove l’amore dei due giovani protagonisti Piramo e Tisbe era fortemente contrastato dalle rispettive famiglie, tanto che i due innamorati erano costretti a parlarsi attraverso una crepa nel muro che separava le loro case e questa difficile situazione li indusse a programmare una fuga d’amore. Nel luogo dell’appuntamento, che era vicino a un gelso, Tisbe, arrivata per prima, incontra una leonessa dalla quale si mette in salvo perdendo un velo che viene stracciato e macchiato dalla belva stessa. Piramo trova il velo macchiato dell’amata e credendola morta si trafigge con una spada. Sopraggiunge così Tisbe che lo vede in fin di vita, e mentre tenta di rianimarlo gli sussurra il proprio nome. Lui apre gli occhi e riesce a guardarla. Per il grande dolore anche Tisbe si uccide accanto all’amato sotto il gelso. PER LA CRONACA: I nomi delle due famiglie in lotta erano già noti nel Trecento, inserite da Dante nella sua Commedia (precisamente nel canto VI del Purgatorio, versi 105-106-107) “Vieni a veder Montecchi e Cappelletti”. Solo i Montecchi sono di Verona, mentre i Capuleti, che in realtà si chiamavano Cappelletti, provengono invece da Cremona, anche se si trovano pure a Verona fino agli anni della permanenza di Dante, nell’odierna casa di Giulietta, dove la loro presenza è testimoniata dallo stemma del cappello sull’arco di entrata al cortile dell’edificio duecentesco. Non ci sono notizie di lotte tra Montecchi e Cappelletti, mentre questi ultimi hanno portato avanti per molto tempo una lotta sanguinosa contro i guelfi (in particolare con la famiglia guelfa dei Sambonifacio, nobile famiglia di Verona). Il contesto storico in Dante non fa riferimento alle vicende dell’amore contrariato tra gli amanti di queste famiglie, che non vi appaiono nella sua Divina Commedia. PROSA: “IL SAPORE DELLA VITA NEL PRESENTE, SENZA PASSATO, NE’ FUTURO” (In un unico atto) (di Roberto Zaoner) La scena si svolge il giorno seguente al loro segreto matrimonio, celebrato dal francescano frate Lorenzo. Romeo: Ho staccato un gambo di giglio odoroso dalla fertile, nostra amata terra, e te lo porgo con dolcezza. I suoi fiori bianchi e le aghifoglie ci sorridono lieti da questo stelo e mi parlano della tua purezza. Il tuo venusto e fulgente viso mi parla. I tuoi occhi mi parlano. Fiabe fatate escono dalle tue dolci labbra e la tua bocca di cuore si mischia alla polvere dei miei silenzi per tormentati pensieri. Mi distraggo dunque, ma mi risveglio e son qui ad ascoltarle come armonie lontane di un tempo, ricetto di grandi impronte lasciate nel fango di erosi splendori. Perché mi guardi fisso negli occhi e ti nascondi dietro a un sorriso? Giulietta: O mio Romeo. Ci siamo sol ieri uniti in matrimonio e Dio possa vegliare su di noi e proteggerci. Sorrido perché sono felice di esserci uniti per la vita. Romeo: Qual vale di più? Il matrimonio che unisce o l’amore che proviamo? L’uno val l’altro. L’uno è parte integrante dell’altro. Seguo il tuo sguardo che va di là da quella rupe stratificata. Vedo aurore nascenti e tramonti rubicondi e con tratti di color vermiglio. Mia dolce Giulietta, vuoi che ti legga un passo di un breve racconto di un autore dell’antichità classica? Questo libro è una silloge di brevi romanzi di autori dell’antica epoca di classici greci e latini. Giulietta: Sì, o mio Romeo. Lasciami deliziare dalle tue letture di poeti e scrittori che ho sempre amato! Sfoglia alcune pagine di questo tuo libro e deliziami con la lettura dei loro versi! Romeo: Un racconto ha colpito la mia attenzione. Pare somigliare alla nostra esperienza di vita amorosa vissuta in mezzo alle vicissitudini certamente non liete di avversioni e ostilità. Il nostro amore osteggiato da sentimenti di odio perpetuati da tempo immemore tra le nostre famiglie. Non vogliono la pace. Dio abbia misericordia di loro e perdoni i loro peccati d’odio e di malevolenza. Questo che sto per leggerti non è una poesia. E’ un racconto. Ora te ne leggo alcuni passi più salienti. E’ un autore dell’antica letteratura greca. Mia cara Giulietta. Ascolta! : Il dio Hermes si avvicinò a due giovani innamorati, Oreste e Cecilia, con passo ieratico, e con gesti solenni sguainò la sua spada di fuoco e minaccioso la fece vibrare nell’aria. Era irritato per averlo i due giovani osato solo guardarlo. “Gli dei sono a volte crudeli. Ma non temere, mia cara! “disse il giovane Oreste alla sua donna. “Vedi quelle greggi pascolare senza il suo pastore che fa da guida?” aggiunse l’uomo. Dal monte Cillene era sceso in terra il dio Hermes, che uscito dalla sua grotta sacra, cercava il suo gregge sperduto nella brulla campagna e non trovandolo gridò la sua potenza anche ai suoi eletti. “Questo monte, arido e roccioso e così gigantesco mi fa paura e pure Hermes” disse la giovane Cecilia. “Noi siamo i suoi eletti? Se lo siamo, non possiamo temerlo”, aggiunse il suo amato Oreste. Hermes, trovato il suo gregge, si calmò e dopo uno sguardo più pacato rivolto ai due giovani se ne salì al monte e la sua spada non più di fuoco apparve ai due. Era accostata al suo fianco, mentre il dio saliva lungo le falde del monte. Apparve poi da lontano una donna strana nell’aspetto e inconsueti erano i suoi gesti. Non si capiva da dove giungesse. Pian piano si avvicinò ai due amanti con fare circospetto, quasi volesse nascondere la sua presenza chissà a chi… Non parlava, ma si limitava a gesticolare e le sue vesti erano lunghe, con bizzarri e sgargianti colori, che con la luce del sole parevano quasi accecare i due giovani. “O tu Sibilla, dispensatrice di responsi e vaticini, voglia tu preconizzare il mio futuro e quello della mia giovane amata, insieme, nell’amore e nella sorte, nel dolore, e nelle gioie! esordì il giovane Oreste. “A breve saremo uniti in matrimonio”, rivelò poi il giovane alla Sibilla. “La nostra unione nascerà sotto una buona stella?” chiese inoltre Cecilia alla donna. La Sibilla guardò con contegno il giovane e dopo aver scrutato lo sguardo di Cecilia si voltò e se ne tornò nella sua dimora, con passo lento, ma improvvisamente si voltò verso i due innamorati e proferì solo una breve frase: “I dei vi stanno a guardare e pensano, ma le stelle non brillano. Questo io vedo davanti ai miei occhi”. FINE DEL RACCONTO Romeo: Dimmi or tu, mia adorata Giulietta. Non sembra che il racconto somigli a questa nostra esperienza di vita che stiamo vivendo col nostro infinito amore e tribolato da impietosi demoni che si addensano in mille rivoli di un oscuro destino a noi riservato? Giulietta: Non leggere più questo racconto, mio Romeo! Non presenta buoni auspici. Mi fa paura. E’ superstizione la mia e mancanza di rispetto verso il reale? Forse, ma chiudi quel libro, adorato Romeo! Abbracciami e baciami. Non voglio pensare. Romeo: Questo racconto è pura fantasia di quel tal autore d’epoca remota. Non devi temere! La tua superstizione è la logica e spiacevole conseguenza del nostro animo infranto e profanato dai nostri parenti che si odiano a vicenda e si oppongono al nostro amore. Tu pensi che il nostro amore possa essere tenacemente ostacolato e che vinca su di noi il loro odio incrollabile e incontrollato? Non temere, dunque! Non vedere davanti ai tuoi occhi oscuri presagi! Che stai facendo ora? Piangi? Ma no… Asciuga quelle tue lacrime che stanno solcando il tuo triste viso! Anzi, no. Le bacio e le faccio anche mie, perché tu sei parte di me e io di te. Siamo ormai inscindibili, anche se siamo pur sempre due anime distinte, ma sempre unite nell’amore che tutto può. E vincerà anche quello nostro. Giulietta: Sì. Vincerà quello nostro. Ti ho voluto e rimarrai con me. Ma ho paura. Questa notte ho avuto un tormento in sogno. Tu uccidevi mio cugino Tebaldo, e il principe di Verona Escalo ordinava il tuo esilio lontano da qui. Dovevi andare via da Verona entro il sorgere dell’aurora e prima del cambio della guardia, pena la tua condanna a morte. Triste presagio? Romeo: Giammai. Rimango con te e ti proteggo anche dai tuoi fantasmi. E’ stato solo un sogno. Non tormentarti e non cadere nello sconforto. Futuro incerto e insidioso e passato velenoso non significano che si avverino sogni ricchi di angosce. Avevamo per un attimo fuggente perso il senso del tempo. Ma il presente non tace. Ci confonde il passato e non pensiamo più al futuro. Ma è quello che dobbiamo volere. Il mio udito assaporerà così il presente col dolce suono del vento incontro all’aulente bianco fiore del giglio immacolato, e da lontano braccianti dei campi che lavorano a opra, madidi di sudore per il magro guadagno della giornata. E saranno esperte mani a impastar il frutto dei grani su fredde madie e a riporlo nei cassetti. Questo è il presente. E un giorno vivremo in una casa tutta nostra e anche noi lavoreremo il grano e lo riporremo nelle madie che attendono di custodire il frutto del lavoro del grano dalle spighe gialle e dorate. Giulietta: Godiamocelo il presente, o mio Romeo! Entrasti furtivo nella mia vita, e sguardi e cenni furtivi ci scambiavamo per non destar sospetto. Romeo: E pensare che venni a quel ballo in maschera per incontrare Rosalina perché ero invaghito di lei. Ma era soltanto una meteora passeggera. Non sapevo che avesse fatto voto di castità e purezza. E il suo trasporto alle cose divine spinse un angelo e mi portò a te, vero mio amore. Giulietta: Le mie orecchie assaporano il dolce suono del vento e il mio olfatto s’inebria dell’effluvio di questa campagna vicina alla nostra Verona che ha visto nascere il nostro amore ed è testimone della nostra unione che sarà perenne nel tempo futuro. Ma ti prego, o mio Romeo, godiamoci il presente e tutto quello che può darci! Questa campagna ci conforta col rigoglio dell’amore che ci porge la natura e dona sollievo alle anime audaci. Romeo: E audaci andremo incontro all’ignoto nel futuro di una vita che sarà piena di colori. Ne sono certo. E in quella immaginaria tavolozza col pennello ne traccerò un dipinto ricco di colori, mentre il sole calerà all’orizzonte di gaie speranze e mai flebili ardori che tutto si può se si vuole. Non è solo illusione di un futuro che mai svelerà i suoi segreti alle anime dei mortali. Il nostro destino è già scritto e sarà compiuto quando gli odi si placheranno e sarà pace in terra. E sempre più fulgente il tuo viso splenderà d’amore per avermi con te, mia Giulietta. Rapisci il mio cuore e rimango estasiato vivendo la tua delicatezza nel porgerti a me, scintilla d’anima pura. Giulietta: Vivo nella speranza. E la voce di queste spighe di grano ondeggianti mi riportano al presente e senza saperlo è quello che io voglio. Quello che sto vivendo con te è infinita gioia. Il passato lo cancello e non voglio pensare al nostro incerto futuro in mezzo alle insidie e ai rancori. Non voglio pensare alle dispute tra i nostri cari e voglio fermare l’attimo. Raccogliamo il senso della realtà, amor mio! Quel viscido e velenoso Paride insiste con la mia famiglia per avermi in sposa. Romeo: Se solo osasse avvicinarsi a te, possa la mia spada trafiggere il suo cuore. Giulietta: Non irritarti, mio Romeo! Lui non mi avrà mai; piuttosto la morte. Romeo: Vedi mia adorata…?! Tengo stretto nelle mie labbra lo stelo di questo aulente bianco fiore e il suo effluvio si perde nell’aria di questa campagna: il giglio, simbolo della purezza, come pura sei tu, la tua anima, il tuo splendore. E muovendo le mie labbra ondeggia come le spighe di grano che fluttuano al ritmo del vento vicino alla frastagliata rupe, non lontana dalle porte della città. Come vorrei che fosse bagnata dal mare e accarezzata da leggere correnti che ruberebbero i cuori anche agli animi irriducibili, che mai si piegano, neppure davanti ai grandi e felici amori. Com’è fortunata la vicina Venezia, accarezzata dalle leggere onde del mare. Come sono fortunati i veneziani che ci abitano…vedere quel Paradiso di mare che non ha mai fine e orizzonti irraggiungibili. E sotto il ceruleo cielo il mare è azzurro anch’esso. Si amano e li vediamo all’orizzonte che si confondono in un abbraccio perpetuo. Che bei colori ci porge la natura… Giulietta: Se vorremo, toccheremo coi nostri ardori l’estasi di splendenti visioni che solo la realtà può darci: il sole, vallate e fiumi, rigogliose montagne e colline, l’acqua che perenne scende a valle dalle cime dei monti e dai clivi e s’incunea nei ruscelli e arricchisce le falde acquifere. Il soave rumore della natura che sembra sorriderci ed entra nell’animo come instancabile melodia che sarà sempre viva nei nostri cuori. La luna lattescente che ci guarda sempre estasiata e illumina la terra in una notte splendente e si rispecchia felice nell’immaginario mare che è lontano da questi luoghi e che vedo solo nel mio onirico, ci accompagna coi suoi riflessi lungo il nostro cammino di vita nascente. Se solo i nostri cari si soffermassero e si facessero coinvolgere da tutte queste meraviglie, finirebbero le odiose dispute e le continue lotte senza senso. Romeo: A mezzogiorno era il ceruleo cielo e ci invitava a volare pur senza ali, e atteri spaziavamo con le nostre vive fantasie guardando il mondo da lontano; mondo eroso da continue guerre senza fine di uomini che non cedono al proprio orgoglio. Mi chiamerai e ti vedrò rischiarata nei miei vivi desideri d’averti sempre. Giulietta: La dolcezza è nell’aria del presente. Viviamolo! Il profumo agreste conforta l’anima mia. La giornata non sarà lunga. Breve è il tempo e il sole non è più alto nel cielo. Solo i ricordi non hanno più tempo e rimangono scolpiti nella memoria irrinunciabile, senza inganni e incertezze, anche se per noi son solo tristi ricordi. Se solo i nostri cari vivessero senza più ricordi che li riportano all’odio insensato e senza fine… O Dio, possa tu accarezzare i loro cuori e nella benevolenza i nostri padri non provino più rancore. Romeo: Il futuro invece è incerto. Godo il presente e tu con me. E’ quello che debbo vivere in assoluta armonia, e la mia vita viaggerà insieme ad ogni attimo e lo godrò in quel che vorrò fermare come miracolo ritrovato, che cancella il passato ricco di avversioni e veleni e sarà infine armonia mai vissuta ma da noi agognata; noi che ci amiamo. E’ brama che dà anelito ardente di libertà d’amarci. Anelito verso il bene. Se ne avessero coscienza… Giulietta: Per le nostre anime, che vogliono vivere gioiose ogni momento di vita, sarebbe il bene a infondere la speranza alla nostra stessa esistenza, mio amato Romeo, e non rassegnazione che nulla può cambiare. Romeo: Tu vivi in piena sintonia il presente e lo vivi con gioia. Io non mi farò intimorire da incertezze e come te voglio godere il presente pur nell’attimo che verrà e sarà incerto. L’attimo è già trascorso e appartiene al passato. Addio ai ricordi e non pensiamo al futuro! Ricordi grondanti di veleni, abomini e disprezzi. I miei fervori e le tue inquietudini percorrono le orme in sentieri tortuosi, e pur nella notte oscura ci ritroveremo ad ammirare la luce del giorno che verrà, e aspireremo ad essere degli eletti nel viaggio della vita. E’ la gioia conquistata nei cuori in uno spiraglio di luce. Giulietta: Possano essi accogliere questa nostra aspirazione di agognata pace senza fine e speriamo che la nostra ancor nascosta unione possa dare impulso alla loro benevolenza verso l’altro… Il nostro amore possa essere d’unione alle loro anime che ancora vivono in fondo all’abominevole sentimento mai sopito negli anni. Possa il Signore aprire le loro menti alla concordia e abbattere le loro barriere che paiono indistruttibili… Romeo: Ci siamo uniti e giurati amore eterno, ma le nostre famiglie non sanno e sono in guerra per lunghe notti e tempi oscuri e noi siamo tormentati. Cosa ci aspetta il ritorno a casa? Sarà un brutto ricordo di odioso contrasto sfociato nell’avversione che speriamo sia spazzata via dal nostro amore? Dobbiamo ritornare nelle nostre famiglie e far finta di odiarci anche noi? La nostra strada è tristemente tortuosa e non ci permette di tracciarne le orme insieme. Ma noi vinceremo. Il nostro amore vincerà; perché l’amore vince sempre. E’ sopra ogni cosa. Accarezzami, mia Giulietta! Accarezzami! Fammi sentire il tuo calore! Io ti abbraccio forte e non vorrei mai staccarmi da te. E ora andiamo via da qui! Il sole va calando dietro le cime stondate di quei poggi e il cielo assume il colore vermiglio prima dell’imbrunire, in questa giornata sgombra da nubi. E un altro giorno ci aspetta nell’incertezza. Tienimi per mano e andiamo incontro al nostro futuro che vincerà su tutto e su tutti. Ti amo. I due novelli sposi ritornano in città senza certezze. Un grido di speranza si eleva nell’aria che olezza dl campo di grano danzante e circondato da una campagna boschiva. E il sole di color scarlatto va timidamente nascondendosi dietro alle cime stondate di poggi, poco più bassi delle colline. Roberto Zaoner (novembre 2021. Testo della prosa riveduto il 05/12/2021) Diritti riservati
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  • Codice:GA188750
  • Tipo:Poesia
  • Creata nel:dicembre 2021
  • Archiviata il:domenica 05 dicembre 2021