RECENSIONE: "MELINDA MICELI E LA POESIA"

2022

"MELINDA MICELI E LA POESIA” Da un articolo della docente, giornalista, saggista, scrittrice e poetessa, dottoressa Melinda Miceli, augustanese di nascita e siracusana d’adozione, riguardo agli aspetti della letteratura italiana e più in particolare per tutto ciò che riguarda le composizioni poetiche, si può comprendere la grande conoscenza della scrittrice in ordine alle regole della metrica da osservare in un componimento poetico. Melinda esordisce descrivendo la potenza che hanno avuto le parole, dalle quali è nata la cosmogonia. Le parole creatrici del cosmo e del mondo inteso come luogo ospitante degli animali e degli uomini. Le lettere che attingono a dottrine gnoseologiche, che riguardano la conoscenza in genere e che formano e completano il tutto esistente. Ed è il verbo da cui tutto proviene: la parola dell’Altissimo come ci ha rivelato la Bibbia. Il verbo: e fu la creazione. “Penso che il Signore possa solo sorridere soddisfatto se coloro che Lui ha creato si amano. Questa è la più grande ambizione del Signore. “Amore”: il vocabolo più bello” Roberto Zaoner (15/11/2021) La poesia della bella Melinda appare enigmatica, non perché abilmente e volutamente costruita e ricca di artifici. Non sono versi ricercati e lambiccati i suoi. Il suo è un linguaggio elegante e nobile, che le è proprio. Non è sufficiente una pur attenta lettura delle sue pregevoli liriche per assimilare il senso della sua poesia. Le sue creazioni risultano a primo impatto di difficile comprensione anche ai più eminenti studiosi e letterati, perché oscure nel loro labirintico, complicato e tortuoso significato. È un esercizio mentale che pur ad un attento ed esperto letterato sfugge il significato dei versi della poetessa, ma non del senso che la stessa autrice ci propone con i suoi componimenti lirici, che esprimono soggettivamente i suoi più reconditi ed oscuri sentimenti che derivano dalla sua complessa personalità. Il termine greco “poiesis” (poesia, creazione) si accompagna con la lira. Il divino Apollo, Dio del Sole, era la guida delle Muse. Il simbolo principale, oltre al sole, era la lira. Era il Dio di tutte le arti: della musica, della poesia, della profezia e persino delle arti mediche e della scienza che illumina l’intelletto. Traina il carro. Le Muse rappresentavano l’ideale supremo dell’Arte, intesa come verità assoluta, cioè del “Tutto”, l’eterna magnificenza del divino. Lo storico delle religioni e filologo classico tedesco Walter Friedrich Otto asseriva che le Muse ricoprivano un altissimo posto nella gerarchia divina. Solo a loro, oltre al padre degli dei Zeus e al padre delle stesse Muse. era riservato l’appellativo di “olimpiche”, col quale si onoravano solo Zeus e le Muse. Vivevano nel monte Elicona, che si trova in una regione montuosa dell’antica Grecia, in Beozia. Erano dunque chiamate Eliconie. E che dire di Orfeo, figlio di Apollo, da cui trovò giovamento di una lira regalatagli dal padre e che le stesse Muse insegnarono al giovane come usare la cetra…che per rendere il suono più dolce e più armonioso, Orfeo vi aggiunse altre due corde. Le più presenti Muse erano “Erato” che emergeva per la poesia d’amore ed “Euterpe” in quella della lirica e della musica. E l’aedo Orfeo divenne talmente abile nel suonare la cetra che faceva accorrere verso di lui le divinità minori, le Driadi, ninfe dei boschi, e faceva uscire dalle loro tane gli animali per corrergli dietro. Faceva fermare i torrenti e i boschi si muovevano accompagnando gli uccelli, che se ne stavano sui rami ad ascoltare le splendide e dolci melodie. Questa era la narrazione che ne faceva Seneca. I canti di Orfeo erano dedicati alla sua amata Euridice. Il loro amore, come sappiamo, ebbe un epilogo tragico, che non si descrive per evitare un’inutile divagazione. Questa lunga digressione è strutturata per far comprendere ai lettori quanta importanza ha avuto nei secoli l’arte della poesia, sin dall’antichità classica greca e romana, di cui la bella Melinda, con la sua enorme cultura, ne è sicuramente a conoscenza. Le poesie della docente e giornalista Miceli non sono il prodotto di recondite elucubrazioni. La poetessa, invero, non potrebbe mai scrivere strofe troppo elementari e di significati scontati e superficiali, che peccherebbero di banalità nella loro concezione del fraseggio letterario-poetico e oscurerebbero la raffinata composizione che per la loro eleganza e il gioco aggrovigliato e raffinato dei versi l’avrebbero vinta su versi sempliciotti e pedestremente sciatti e senza originalità. I componimenti accademici, dal sapore convenzionale e inconcludente, sono lontani dallo spessore dell’arte del poetare e delle sue regole, a cui la Miceli si attiene scrupolosamente. È la concezione della poetica vera e propria di un’artista originalissima. Il suo spirito criptico è parte integrante del suo profondo, inestricabile e complesso animo. La sua personalità è ineffabile e quindi si può comprendere il perché i versi dell’autrice sono così oscuri ed arcani, ma sempre con un filo logico e profondo e, dunque, mai banali nella complessità delle sue opere. Ad un’attenta lettura, ci rivelano la complessità del suo carattere di artista e di donna comune, che comune non è. È donna speciale la dottoressa Melinda Miceli, e forse per questo difficilmente comprensibile nel creare le sue poesie dal sapore misterioso, vago e impalpabile, oltre che misterico. E le sue composizioni sono sempre sapientemente eleganti e raffinate, da cui si emerge una vasta cultura quasi ai limiti della conoscenza umanistica, letteraria e dell’arte figurativa. La saggista, scrittrice e poetessa Melinda Miceli ha scritto interessantissimi articoli che riguardano la grammatica della nostra ricca lingua italiana, soffermandosi in particolare sugli aspetti sintattici e riferibili alla metrica classica dell’età antica, greca e latina, dei componimenti poetici, secondo schemi prefissati da regole ritmiche e basati sul principio dell’alternanza. Ha avuto vita lunga la metrica classica ed è caduta in disuso dall’Ottocento in poi, ove i poeti si sono espressi con versi liberi, non più rimici e non più osservanti di rigide regole della metrica. Una docente a tutto tondo la dottoressa Miceli: attenta osservatrice della cultura letteraria. Valida docente della lingua italiana, essa espone, con dovizia di particolari e coi suoi articoli di alto livello, la corretta costruzione di frasi e ci svela il significato forse poco conosciuto di parole come: allitterazione, assonanza, consonanza, onomatopea, distici elegiaci e non, strofe formate da una coppia di versi, distici ecoici dai versi terminanti con sillabe uguali, termini sinonimici e gli antonimi, emistichi, strofe con numeri di versi variabili e ritmici (terzine, quartine, sestine, ecc. ed endecasillabi), rime baciate, alternate, poesie epiche e poesie che non seguono una metrica classica, quali sono i componimenti con versi liberi. (NDR: La strofa è nota anche col nome di stanza, termine più propriamente utilizzato nei brani musicali). Tutto questo si apprende da un’attenta lettura di componimenti lirici, o semplicemente leggendo un trattato letterario della studiosa Melinda Miceli. Questa letterata come potrebbe non scrivere una poesia perfetta nella sua composizione, che aderisce del tutto ai canoni prestabiliti dai nostri poeti che hanno fatto la storia della letteratura italiana? Questo vuole essere un giudizio encomiastico nella giusta misura che la scrittrice si merita. “Si scrive per non morire” diceva Ungaretti. Roberto Zaoner (31/12/2021)
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  • Codice:GA191975
  • Tipo:Poesia
  • Creata nel:marzo 2022
  • Archiviata il:martedì 22 marzo 2022