BREVE ROMANZO: "NOSTRA MALATA MADRE TERRA"

2022

BREVE ROMANZO: “NOSTRA MALATA MADRE TERRA” (sulle sorti precarie in cui versa il nostro pianeta) PREFAZIONE: Il mio breve romanzo “NOSTRA MALATA MADRE TERRA" è frutto solamente in parte della mia fantasia. Io realmente mi sono recato a Parigi, nel novembre del 1985. E realmente ho anche visitato il Pantheon, nel quartiere latino, e il giardino del Lussemburgo. Ho visitato questa magica città europea in lungo e in largo, romantica per eccellenza, la Ville Lumière, che per le feste natalizie diviene forse la più luminosa e più fantastica città del mondo. Il soprannome di Ville Lumière deriva probabilmente, ma non con assoluta certezza, dal fatto che a Parigi entrò in funzione la prima illuminazione pubblica a gas. Secondo altri storici, questo appellativo potrebbe affondare le sue radici in epoca illuministica. Sono rimasto sempre affascinato da questa metropoli. Sono tornato a visitarla ad aprile del 2014, con la mia consorte. Ma la visita, in quel lontano 1985, mi è rimasta impressa. Questo è un romanzo di breve durata, ma ritengo sia interessante leggerlo, perché vuole significare la precaria situazione in cui versa il nostro pianeta, che non apprezziamo del tutto, perché non lo rispettiamo abbastanza e non abbiamo la dovuta cura che il nostro globo terrestre merita. Tutti, anche noi nel nostro piccolo, dovremmo fare la nostra parte. Nessuno può pensare di essere esente da colpe, con le dovute eccezioni. La natura adesso si sta ribellando e fa sentire i suoi pericolosissimi effetti: inquinamento atmosferico e dei mari, tempeste alluvionali, smottamenti, ghiacciai che si sciolgono, siccità, aumenti delle temperature in ogni parte del mondo, desertificazione sempre più vasta ed altro. E noi tutti che cosa facciamo...?! Nulla. E i responsabili, quelli che tengono in mano il potere economico, politico e industriale? Nulla. A noi basta vivere alla giornata. Pensiamo che questi siano problemi molto più grandi di noi. Pensiamo che siamo impotenti davanti a questi eventi eccezionali, o non ci pensiamo affatto. Ma quanto ci sbagliamo a pensarla così… Un giorno ci sveglieremo la mattina e ci accorgeremo che la terra sarà diventata inospitale. Ho paura per le future generazioni, alle quali stiamo lasciando un triste e insopportabile futuro. Ancora non è tutto perduto, ma dobbiamo darci da fare, il più presto possibile. (Ogni uomo da solo può fare poco, ma insieme ad altri può rovesciare gli eventi a suo piacimento e invertire le sorti della storia umana e terrena) Roberto Zaoner “L’uomo è un ospite della terra. Non è il suo padrone” Roberto Zaoner (02/11/2018) "NOSTRA MALATA MADRE TERRA" In una fredda notte di principio d’anno Guido, stanco per la giornata convulsa, si distendeva nel suo letto e continuava la lettura del romanzo di un autore del trascorso secolo, dal sapore di un romanticismo ormai andato. Le palpebre dei suoi occhi si facevano via via più pesanti, ma poi si schiudevano. La voglia che aveva di finire la lettura di quel libro che riteneva interessante era tanta. Ma la mente non rispondeva più agli stimoli dell’attenzione che avrebbe dovuto avere per capire ciò che leggeva. La concentrazione andava scemando e, senza rendersene conto, quel libro andava scivolando pian piano dal letto e cadeva a terra. La mattina seguente, avendo ricevuto nel suo ufficio l’incarico dal suo capo redattore, di scrivere un articolo di chiara impronta artistica, su un monumento di Parigi e su alcune delle opere di famosi letterati francesi dell’ottocento, al termine della giornata di lavoro fece ritorno nel suo appartamento per prepararsi ad affrontare l’indomani il viaggio. Cominciò a mettere il vestiario nella valigia, l’occorrente per un breve soggiorno nella città di destinazione. Andò a dormire e il giorno seguente, col biglietto del volo in tasca, ricevuto gratuitamente dalla redazione del suo giornale, prese il volo per Parigi. Il suo lavoro lo portava a viaggiare spesso e Guido, per sua fortuna, non aveva paura di farlo in mezzo e sopra le nuvole. Vedere l’ala dell’aereo e osservare la volta celeste dal suo punto d’osservazione lo invitava a pensare a come svolgere il lavoro che gli era stato affidato. Se ne compiaceva. Amava il suo lavoro e questi continui spostamenti da un luogo all’altro lo rendevano vitale. I suoi impegni lavorativi di ricercatore e critico d’arte, che gli permettevano anche di viaggiare e di non stare quotidianamente seduto su una poltrona a svolgere il proprio lavoro in redazione, erano un toccasana per lui. Girava il mondo ed era felice nello svolgere il suo lavoro. Relazionava le sue impressioni, le sue ricerche e i suoi studi d’arte con articoli e saggi di grande interesse per i lettori, in specie per gli intenditori e per gli appassionati d’arte. Il lavoro era la sua passione. Conoscere l’arte nei suoi vari aspetti era indispensabile per la sua stessa esistenza. Giornalista affermato, ricercatore e studioso d’arte, nonché apprezzato opinionista delle più svariate rubriche specialistiche di accreditate emittenti televisive, era coccolato da un gran numero di testate giornalistiche che se lo contendevano, affinché scrivesse articoli e saggi per conto loro. Oltre ad aumentare il loro prestigio, i giornali avrebbero venduto più copie e tratto più profitti. Le emittenti televisive che lo invitavano nelle loro trasmissioni avevano sempre alti indici di ascolto, e i ricavi dalle pubblicità aumentavano. Aveva, dunque, avuto l’incarico dal suo Capo Redattore e dal suo Direttore, di studiare l’architettura del tempio del Pantheon parigino, un vero e proprio famedio in stile classico, e poterla così descrivere nei minimi particolari e relazionarla nei suoi articoli. Lì dentro a quelle sale, avrebbe respirato l’atmosfera di un tempo andato; l’avrebbero aiutato a scrivere articoli e saggi degni del suo prestigio di consumato critico d’arte, sebbene la sua giovane età avrebbe fatto pensare ad una meno vasta cultura artistico-letteraria. Quelle sale ospitano le spoglie dei più illustri personaggi, che hanno fatto in parte la storia di Francia. Il suo studio consisteva anche nel ridare un’impronta personale alle loro opere, con un giudizio attento, minuzioso e disincantato delle stesse, consegnandolo alla lettura degli appassionati e intenditori d’arte, ma anche della gente comune. La costruzione del Pantheon era pensata per essere destinata a chiesa cattolica, per mano dell’architetto Soufflot e per volere di Luigi XV, per glorificare degnamente la monarchia, e dedicata a Sainte-Geneviève (Santa Genoveffa, patrona della città parigina). Il mausoleo è situato nel quartiere latino della metropoli, in cima ad un colle che porta lo stesso nome della Santa. Nel 1791, la Rivoluzione francese laicizza il monumento, che diventa Pantheon nazionale. Con l’andare degli anni, il monumento diviene edificio religioso o patriottico, a seconda dei regimi che si succedevano gli uni agli altri. Dal 1885, ha accolto le spoglie dei più grandi personaggi della Francia: Emile Zola, Jean-Jacques Rousseau, Victor Hugo, Voltaire, Pierre e Marie Curie, solo per citarne alcuni. Ed è sotto il monumento, ove si estende una vasta cripta, che si trovano le numerose lapidi degli uomini illustri a cui la Francia ha dato i natali. In una delle sale della cripta giacciono, in un angolo, l’una accanto all’altra, le spoglie di due grandi spiriti: quella di Victor Hugo, padre del romanticismo, e di Emile Zola, scrittore, saggista e critico letterario. Il giovane studioso, arrivato all’aeroporto di Parigi in tempo utile, si recò in un albergo, già prenotatogli dal suo direttore del giornale. L’indomani, dopo una colazione tipicamente francese, consumata nella sala ristorante dell’albergo, andò alla più vicina stazione del metro e da lì prese la metropolitana, direzione: Pantheon. Pochi minuti di viaggio e scese alla stazione di destinazione. Guido, quindi, imboccò una strada ripida. Vide da lontano il monumento e fu investito già dal suo fascino. Il mausoleo sorgeva sul colle di Sainte-Geneviève, proprio come l’aveva visto in una foto nel suo ufficio. Man mano che il giovane studioso e ricercatore si avvicinava all’incantevole edificio, si accorgeva di avere davanti una grande costruzione dall’architettura di stampo neoclassico. Arrivato a destinazione e dopo avere pagato il ticket d’ingresso, Guido entrò nell’edificio. Il giovane critico d’arte entrò dunque nella cripta. Si guardava intorno con aria un po’ smarrita, dall’apparenza quasi sospettosa. Ma era solo curiosità la sua, per vedere di cogliere qualche elemento architettonico che avesse colpito la sua osservazione, per poi riportalo nel suo fedele e sempre presente taccuino. Sguardi incuriositi mostrava, se non altro perché cultore e amante d’arte, non dimenticando che era lì per lavoro e che avrebbe poi dovuto documentare ciò che avrebbe trovato d’interessante per poter relazionare il tutto con la stesura di un articolo o saggio: descrivere minuziosamente le tendenze artistiche e culturali che a quell’epoca si svilupparono in Europa, in ambito artistico, letterario e perfino architettonico della Francia neoclassica e più in generale in Europa, in contrapposizione al tardo barocco e al rococò. Quelli che colpirono il giovane ricercatore e giornalista furono i sepolcri, posti l’uno accanto all’altro, di due grandi uomini: Hugo e Zola, che si ispirarono prevalentemente all’arte antica, neoclassica, prediligendo, in particolar modo, quella dell’antica civiltà greco-romana. Per ogni sepolcro, vi erano delle targhette che citavano in breve le opere e lo stile dell’epoca di appartenenza di questi grandi uomini. Dopo un bel po’, gli parve di sentire, ad un tratto, un leggero brusio provenire da una sala attigua, ove vi erano altri sepolcri. I leggeri rumori e mormorii erano provocati da altri turisti. Quei rumori indistinti e sommessi di chiacchiericci confusi dei visitatori, che erano all’interno del mausoleo, distraevano non poco il giovane critico d’arte dalla lettura di quelle targhette. Ma quello che più lo coinvolgeva era l’atmosfera quasi surreale che lì dentro alla cripta si respirava: un’aria d’altri tempi, fantastica, attraente, magica, ma nello stesso tempo un po’ inquietante. Gli sembrava di vivere immerso in una realtà senza tempo; dimensione eterica, in un contesto surreale e immateriale al tempo stesso, dove tutto era immobile e anche il tempo pareva essersi fermato. Sensazione strana, ma avvolgente nel tempo stesso. Sembrava essere tornato indietro in tempi remoti. Uscì così dal sepolcro monumentale e si diresse, non lontano da lì, verso il giardino del Lussemburgo, forse il più bel parco di Parigi. Si sedette su una panchina, di fronte alla Fontana dei Medici, in un incantevole angolo romantico del XVII secolo. Ma tanta gente era lì ad ammirare quello splendore di fontana, con sculture della mitologia greca. Vi erano pure dei bambini che, lieti di trovarsi in quel luogo, si allontanavano dai loro genitori e correvano lungo il vialetto lastricato che costeggiava la fontana. L’aria era linda nel giardino e non una nube oscurava di ombre gli astanti. Doveva concentrarsi Guido per riuscire a scrivere quello che aveva in mente. Anche lì, non poteva rimanere. Non uscì dal parco, ma si diresse verso un piccolo laghetto artificiale, di fronte al palazzo del Lussemburgo, che fu residenza della regina Maria de’ Medici, e dal 1958 sede del Senato della Repubblica francese, e ritrovò la quiete e la serenità per scrivere quello che aveva attirato la sua attenzione quand’era ancora nel sepolcro monumentale, e potette finalmente esternare le sue sensazioni e riportarle sul suo amato taccuino, per prendere appunti su tutto quello che aveva colpito la sua sensibilità di giovane osservatore professionista e appassionato d’arte. Seduto ad una panchina di quell’affascinante giardino, lo vide adornato di piante erbacee che parevano giaggioli coi loro fiori odorosi di svariati colori come l’arcobaleno. Si premurò ad estrarre, dunque, dalla sua borsa un quaderno ed una penna stilo. Ancora il sole era alto nel cielo. Cigni reali tracciavano corsi d’acqua nel laghetto, e uccelli di varie specie si adagiavano sulle sue sponde. L’area attorno al laghetto, ove si soffermavano i visitatori per ammirarlo, era coperta da poca ghiaia, che alzava comunque della polvere quando spirava un leggera brezza di terra, alternamente da direzioni opposte; la brezza delle giornate primaverili. Cigni e uccelli rallegravano tutto l’ambiente all’interno del parco. Un muretto attorno al laghetto faceva da cornice e sopra di esso planavano uccellini dai colori variopinti. Di tanto in tanto, gli si dava delle briciole di pane raffermo ed altri volatili dai colori meno sgargianti accorrevano e, battendo le ali, poggiavano il becco in tutta fretta sul muretto, divorando tutto ciò che trovavano. Guido cominciò finalmente a scrivere, ma prima di cominciare a stendere un articolo che riguardava l’arte, per il quale era stato incaricato, pensò che aveva ancora tempo per scrivere anche dell’altro. Si decise, dunque, a scrivere un racconto succinto ma di grande attualità, inventandosi un protagonista a cui avrebbe dato il nome di Emilio, che faceva il suo stesso lavoro di giornalista e ricercatore d’arte. L’ambientazione era ideata in quella cripta del Pantheon, ove Guido visse quell’esperienza all’interno del mausoleo. Avrebbe fantasticato su una fittizia, artificiosa discussione tra Emilio e i due celebri letterati: Hugo e Zola, racchiusi nei due sarcofagi dentro al Pantheon. Guido prese spunto da quei turisti che coi loro bisbigli e mormorii lo avevano involontariamente ispirato a stendere un racconto dal sapore surreale, ma di grande interesse. Quei sussurrii e brusii sarebbero usciti dai sarcofagi dei due grandi scrittori. Non sarebbe stata pura follia, perché con la sua fervida immaginazione il giovane Guido ne avrebbe potuto trarre un libro e darlo alle stampe. Sarebbe stata pura fantasia, sinceramente partecipe, ma verteva su un problema reale e globale del mondo intero: un problema del nostro pianeta e degli uomini che l’abitano. Il racconto si sarebbe intitolato: “Grandi uomini d’altri tempi”. E così scriveva: Il racconto abbozzato da Guido ebbe, dunque, fine. Dopo un’attenta lettura di questo suo breve romanzo e dopo averlo riadattato e corretto, Guido si guardò in giro. Il parco del Lussemburgo era bello come sempre. L’erba aulente e i fiori in rigoglio del parco lo inebriavano. Cigni reali continuavano a tracciare brevi corsi d’acqua e piccoli volatili rimanevano in attesa che qualche umano desse loro delle briciole di pane. La lontana Tour Eiffel si vedeva indistintamente per via del bagliore del rubicondo sole che andava abbassandosi nel terso cielo in direzione di essa. Il colore del cielo era divenuto scarlatto all’orizzonte. E lì in fondo, quasi dietro il Palazzo del Lussemburgo s’intravvedeva in tutto il suo splendore la chiesa madre, cattedrale gotica di Notre-Dame, con le sue due inconfondibili torri e, dietro, la guglia risalente al XIX secolo, in stile neogotico, costruita su progetto dell’architetto parigino Eugène Viollet-Le-Duc (NDR: la guglia è andata distrutta dall’incendio del 15 aprile 2019. Vi era, inoltre, un’altra guglia, risalente al XIII secolo e degradata nel XVII secolo da agenti atmosferici e, soprattutto, dal vento. A metà del XVIII secolo, si era pericolosamente inclinata e fu stabilita dagli esperti dell’epoca il suo abbattimento, che avvenne alla fine dello stesso secolo, durante la Rivoluzione francese). Accanto alla Senna, la cattedrale sorride al mondo nella speranza di un futuro migliore e liberatore dai mali che affliggono la nostra trascurata terra. Alla stesura della relazione, da presentare ai suoi dirigenti del giornale, il nostro giovane studioso d’arte e ricercatore Guido aveva ritenuto più urgente e pressante pubblicare il suo libro per scuotere le coscienze con un racconto che seppur immaginario, artificioso, quasi folle, irreale e frutto interamente della sua fantasia, si rifaceva ad un tema prorompente, di una realtà attuale e presente in tutta la sua drammaticità, che investe il mondo e gli uomini che ci vivono: la salvezza del nostro gioiello che si chiama: “Nostra malata madre terra”. “L’uomo è un ospite della terra. Non è il suo padrone” (Notte del 30/01/1986, rielaborato e riadattato nei primi giorni di novembre 2018, il 29 ed il 30 settembre 2021 e, infine, il 16/05/2022) Roberto Zaoner
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  • Codice:GA193614
  • Tipo:Poesia
  • Creata nel:maggio 2022
  • Archiviata il:mercoledì 18 maggio 2022