Superfici Fragili

La memoria, le radici, l’attesa, la forma indefinitivamente mobile: questi i colori della tavolozza di Salvatore D’imperio. Ogni sua opera contiene un appello: darsi il coraggio necessario per accogliere ciò che la terra ci restituisce, in forma confusa, se ci poniamo all’ascolto. Ogni sua opera contiene un invito: lasciarsi sedurre dal gioco dell’immaginazione cosmopoietica, dando forma originale alle figure che affiorano dalla terra come scritte sulla sabbia che le onde del mare hanno confuso, senza però riuscire a cancellare del tutto. Ogni sua opera contiene una rivelazione: solo chi si pone all’ascolto sperimenta l’alchimia della creazione artistica, per la quale l’opera nasce nell’incontro chiasmatico e quasi carnale con lo spettatore-demiurgo, al quale si consegna frammentata, portatrice di una semantica ontologica che attende una voce che la racconti daccapo in una storia assolutamente originale. Ed è proprio in questo incontro che la forma mobile delle linee tracciate sulla tela viene fissata dal colore, definito nel tono e nel contorno, al punto da presentarsi non come schizzi, ma come veri e propri frammenti che evocano il tutto di cui sono parte, senza con ciò manifestare alcun oggetto, rompendo così l’incantesimo della poiesis immaginativa. Cosa racconta la terra? Ed è veramente la terra a raccontare attraverso le parole dell’occasionale demiurgo, o piuttosto quest’ultimo a trovare finalmente sulla tela le parole di un senso intimo a lungo custodito che diversamente non sarebbe stato in grado di esprimere? Certo è che la ragnatela di colla ci richiama alla ‘solida’ e vincolante responsabilità che il senso della nostra scelta poietica ci consegna, nei confronti di ciò che siamo stati e di ciò che potremmo essere, prima ancora che nei confronti degli altri...ed alla fine un punto di colore che ci era sfuggito manda nuovamente in frantumi la nostra composizione di senso, invitandoci a ricominciare ancora una volta daccapo.

Giuseppe Osci

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l'Essere

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