Manlio Gaddi: Bruno Pierozzi disegnatore "Epifania del reale" mostra personale

Bruno Pierozzi disegnatore Testo di Manlio Gaddi «Permettimi di fare un’affermazione generale su come un designer o un artista lavora al suo miglior livello. Il miglior lavoro emerge dall’osservazione di fenomeni che esistono indipendentemente gli uni dagli altri. Ciò che il disegnatore intuisce è il legame, o i legami. Egli vede un modo per unificare eventi separati e creare una forma unificante, un’esperienza nella quale questa nuova unità fornisce una nuova visione». Questo il pensiero di Milton Glaser, forse il più famoso rappresentante della scuola della grafica americana, espresso nel corso di un’intervista. E questa è anche, a mio parere, la visione e l’utilizzo che Bruno Pierozzi fa del disegno in generale, e della grafica in particolare. L’originalità del suo segno deve ricercarsi in quell’ironia dolorosa e aggressiva che, tra espressionismo e surrealismo, rivela le immagini contrastanti della Roma cattolica (Il porporato) e della Roma popolaresca (La casa di Vincenzo; Dopo il mercato; Er centurione della Garbatella), attraverso accensioni chiaroscurali con rare tracce cromatiche e secondo formule espressive di personale invenzione. Pierozzi ricrea un “espressionismo barocco romano” (che si rifà al cenacolo di via Cavour, in casa di Mario Mafai e Antonietta Raphaël dove si riunivano fra gli altri Gino Bonichi meglio noto come Scipione e Marino Mazzacurati, più noto come Scuola Romana), con scorci di una Roma dimenticata sebbene vissuta in tempi recenti (La stazione Nomentana – la striscia gialla; La Sedia del Diavolo con la neve) popolata da personaggi degli anni ’50-’60 come Il pizzardone che dirige il traffico sul suo piedistallo, oggi sostituito da miriadi di semafori: chi ricorda ormai la tradizione di ricoprire il pizzardone che stazionava davanti all’Altare della Patria di regali (decine di panettoni e bottiglie di spumante, ma non solo) da parte degli automobilisti romani? Ma quella di Pierozzi è anche una Roma attuale, una Roma vissuta da un popolo minore, fatto da diseredati (La casa di Vincenzo, Dopo il mercato; Il precario; Il matto spilungone; Lavanderia popolare), visti con occhio allenato e fortemente espressivo. Pierozzi, con un segno essenziale ed alcuni accenti caldi, propone un’immagine della Città eterna di struggente intimismo e di sottile denuncia, rappresentando ad un tempo la decadenza civile e morale in atto nella società contemporanea in generale, e nella Roma capitale in maniera più specifica. Le rappresentazioni delle diverse realtà romane, grottesche e patetiche al tempo stesso, le deformazioni espressioniste, l’accuratezza del disegno pur nella sua essenzialità, la sovrapposizione dei piani e degli effetti visivi rinforzati a volte da una minuziosa analisi del dettaglio sono, in effetti, l’aspetto più qualificante del suo stile. Frutti di uno spirito d’osservazione acuto e quasi crudele, i suoi disegni sono uno dei ritratti più fedeli della Roma di ieri e di oggi. Il disegno quindi come efficace arma di denuncia. Pierozzi evolve in una critica indiretta verso “le cattive istituzioni statali e i detentori del potere che le difendono”. In Pierozzi tuttavia l’accusa è rivolta prima di tutto verso il mostro cieco dell’umanità carico di colpevole indifferenza, prima ancora che verso una classe politica nettamente individuata. È quindi proprio un’angoscia esistenziale quella espressa dai popolani che vivono nei suoi fogli. A ciò si aggiunge anche la satira politica, implicitamente presente nei disegni di Pierozzi, che trova nell’immediatezza del disegno il mezzo più adatto per rappresentare gli aspetti deteriori della società attuale, e per denunciare le conseguenze dell’avidità di potere del ceto dirigente e dell’uso spregiudicato della politica. Il lavoro di Pierozzi sembra orientarsi su due binari che, al di là delle apparenze, si rivelano complementari: da un lato la produzione artistica, i disegni che hanno valore di denuncia, pamphlet tesi alla satira e alla critica sociale, d’altra parte le opere dedicate alla contemplazione che si potrebbe definire puramente estetica (Melagrana secca, Grande albero con neve, Lampione nascosto), ma che si pongono comunque sempre oltre la pura ricerca formale. Bruno Pierozzi quindi disegna o incide prevalentemente scene e soggetti tratti dalla vita quotidiana, colta quasi sempre nei suoi aspetti meno edificanti (anche Il cavallo della botticella è uno sfruttato), in possibile polemica con la morale attuale che tende invece a nascondere, mascherare l’emarginato, il diverso.


2012

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