Laura De Zuani : "Epifania del reale" mostra personale a Padova

“Epifania del reale” Testo di Laura De Zuani Il cielo da viola si tinge d'azzurro e s'apre sulla serena e familiare visione di Roma. La luce tersa rincuorante conduce lungo il corso del Tevere. È una luce che avvolge e offusca i contorni del presente, e la città diventa mitico istante di raggelata comprensione. È spaesamento di periferia, luogo abitato e insieme deserto dove il mattino incombe e la vita si trascina pesante. Sono scorci inesplorati, solo il pittore e il suo soggetto. La solitudine del trovarsi a tu per tu con se stessi. Ha l'occhio di chi viaggia Bruno Pierozzi, di chi osserva la realtà con amorevole distacco e misura quei luoghi dove la vita sembra ferma. C'è del ghiaccio Balthusiano in lui e c'è studio del maestro. Non c'è umanità, solo una natura benevola che ora cinge ora nasconde il segno dell'uomo. L'atmosfera è da realismo magico. Inesplorate e nuove realtà romane dove De Chirico ritrova dimensione umana, e dove si ritrova la passione concreta per la fotografia. Pura pittura. L'arte di Bruno Pierozzi è solo pittura, scevra da mistificazioni. È puro colore. Il soggetto è scelto con cura, come un pittore d'altri tempi Pierozzi fotografa scorci di Roma e li rifonde sulla tela. È pittura e nient'altro, è manualità e sapienza. Il paesaggio si riversa sulla tela attraverso l'anima del pittore, così in Piani di pezza un cielo plumbeo e carico di sentimento ci svela l'occhio di chi l'ha osservato con anima aperta, lo stesso autore che ritrae il cielo cosparso di nuvole specchiarsi nel Tevere, amato fiume. Ogni cosa è calma, il sole filtra attraverso le nuvole e vivifica la quiete. L'artista trasmette senz'altro filtro che la sua mano. Non c'è critica. È la pittura sola che parla all'occhio. Il messaggio parla un linguaggio semplice, intelligibile immediata corrispondenza all'occhio. Con la forza del suo realismo ci propone soggetti della natura, poiché è l'arte che proviene da essa. Arte di terra sole e acqua, arte come urgenza di ritrovare se stessi, nella natura. Anche quando ad essere ritratto è un soggetto frutto dell'uomo, è parte del paesaggio. Sembra di leggere la nostra storia osservando Tramonto in periferia, sembra di vederla l'umanità stanca. Assente ma presente sulla tela. Sembra di sentire la fatica dei giorni nel sole che cala lento sui palazzi rossi, tutti uguali, in periferia. E nelle Geometrie di San Lorenzo, forme che partono e tornano nella natura. Il tutto, sembra, in silenzio. Il grigio di una umanità sommersa, la stessa ritratta senza pietà nei disegni che Bruno Pierozzi non presenta in mostra, spietata testimonianza. Sono quegli uomini che popolano le case asciutte di periferia, che guardano con occhio attonito la piena di un fiume grigio, le onde che divorano le coste. È la natura che riprende possesso del suo spazio, è l'arte che le tributa il giusto ruolo. È quasi un nuovo ritorno all'ordine il realismo del pittore, una consapevole ripresa della realtà. Ogni tanto riemerge la tradizione, tanto nell'occhio che ritrae la sacralità di Roma antica, quanto nel disegno che ambisce ai segreti dei vecchi maestri. Potremmo dire che il pittore è un classicista, o meglio che ha del classico grande rispetto. Ma c'è pensiero critico in Bruno Pierozzi? C'è, nascosto, a livello embrionale e permea il momento ideativo. Il disegno è fase cruciale, parte dallo studio del maestro per poi lasciare affiorare l'umanità, infelice e spaesata nel grigiore della metropoli. Forse soffocata e meschina, mentre la vita si ripete e la città si popola di figurine da film. Roma ritrova le sue macchiette, il poliziotto e l'ecclesiastico, l'idealista e il poveraccio, la fruttivendola e il senza tetto. Sembra di sentirle le urla della Capitale, che rivendica la sua libertà da gente senza nome e dal viso stravolto. L'arte la riscopre, e la carica di colore, ma non si perde l'inquieta sensazione di solitudine. Se non fosse per la luce, che si coagula in barlumi ridenti sulle chiome degli alberi o grigia sottolinea la neve, che ricopre pietosa la sedia del diavolo, ritratta poco prima splendente di luce estiva. È un ritorno al semplice, al messaggio. Forse il tempo si è fermato, forse qualche frammento di vita si è sottratto alla frenesia dei giorni, ed è rimasto lì sulla tela, dove una pace quasi orientale mescola cielo a terra. Così in Ponte Nomentano l'assoluta tranquillità del cielo terso si specchia nel corso d'acqua, mentre il colore della natura prende forma a contatto con l'architettura dell'uomo, in un triangolo cromatico preciso e definito. Per geometrie e luce procede anche Sole-cortile-mistero, dove strisce di luce si intersecano giocando con l'architettura, svelandoci un secondo spazio oltre il muro, dove il sole splende con più forza e l'occhio vorrebbe insinuarsi. La geometria rassicura, ma anche stranisce nelle case di San Lorenzo, dove il tempo s'è gelato e De Chirico si troverebbe a suo agio. L’edificio è quasi epifania in Torre Trento, che s'erge nella sua semplicità al cielo e, mentre la luce raggelata arrossisce, è sola architettura. Il Mausoleo d'Augusto attonito ci fissa, immobile geometria rossa coperta da vegetazione. Vestigia del passato e monito al presente. C'è invece dolore in Bengasi, il cielo da terso si è fatto violaceo e l'insegna rossa accentua la sconcertante sensazione di trovarsi nel momento sbagliato, in un luogo un tempo solare, dove la tranquillità di una giornata di mare ha ceduto il passo alla malinconia. Mare al crepuscolo, mare di notte, mare in tempesta. Mare elemento primordiale che scatena la forza della natura, al di là di un muro. (La tempesta dietro il muro). Scatti da fotografo ritagliano, delimitano, riscoprono particolari dimenticati, rimarcano cromatismi audaci, svelano una natura a piani di colore. Prospettive di Roma antica riemergono, dissepolte dal pittore attento. La sedia del diavolo ritorna in disegni e dipinti, ritratta nelle diverse stagioni dell'anno. Un tempo tomba, poi luogo di emarginazione e rifugio di senzatetto, l'edificio ha cambiato aspetto nei secoli, sino ad essere inglobato dal moderno. La sua facies originaria si è modificata, mentre si affievoliva il ricordo del suo nome.. Più volte ritratta da artisti di passaggio, la leggenda narra che la sedia fosse stata portata dal diavolo e posta lì, alle spalle di San Pietro. Pierozzi la ritrae qual è, un rudere recintato in mezzo al traffico, degno d'essere soggetto. Uno scampolo di classicità che ritorna, sebbene un po' sporco e compromesso con il presente. Quello di Bruno Pierozzi è un realismo fresco, che si nutre di colore denso. Distese pennellate fanno assaporare la terra, il cotto dei mattoni, la freschezza dell'acqua. A volte il pennello corre più veloce e con sapienza tortura la neve che si accumula ai lati della strada e avvolge di un grigio liquido l'atmosfera silenziosa di un mattino d'inverno (Sedia del Diavolo con neve). O sfuoca il secondo piano del Tevere (Sul Tevere). A volte la campitura uniforme ci trascina in vibranti riflessioni. È quel che succede in Scilla, dove il blu pulsante della notte trasporta in un'atmosfera senza tempo e confonde i sensi. La stessa sensazione ci coglie in Dopo il raccolto, un'opera che blocca in una dimensione infinita, dove l'animo si ferma a meditare scoprendosi piccolo: mentre l'afa ci sorprende restiamo immobili, in contemplazione della natura. È natura rinsecchita nel Melograno, o natura maestosa nel grande albero coperto di neve. La forza degli elementi colpisce l'artista, è viola il cielo che incombe sulla pianura a piani di pezza, è di piombo il mare che promette di invadere la spiaggia, è inquieto il Tevere che minaccia la piena. Lo sguardo è benevolo sugli Alberi gialli, dove l'autunnale brezzolina segna la fine dell'estate. E le stagioni passano sulla sedia del diavolo. L'uomo è bandito, se c'è è figura da poco, è colto di spalle, è distratto, quasi il pittore volesse sorprenderlo nella sua piccolezza. Forse perché in fondo il segno dell'uomo è minimo, e non c'è poi molto spazio per lui nel realismo meditato e senza tempo dei dipinti di Bruno Pierozzi. È proprio qui che emerge la sottile inquietudine, si intravede per un attimo che qualcosa turba lo sguardo placido del pittore: è la coscienza dell'arte. La consapevolezza che la realtà non si percepisce con occhio da bambino, che il diaframma dell'animo umano la filtra ed elabora, come l’obiettivo di un fotografo. A tratti infatti i dipinti di Bruno Pierozzi sembrano scatti fotografici, di particolari dimenticati. Così nasce Sconnessioni, dipinto saturo di colori come di significato, ritratto di un balcone dissestato chiuso sul buio di una casa forse abbandonata, mentre intorno ad esso le pennellate dense delineano il muro cotto dal sole. Si percepisce l’amore per il mezzo fotografico, forse anche per le vecchie fotografie, per i ritagli di giornale, per uno strumento che permetta di catturare il reale per darne poi un’interpretazione concreta, comprensibile. Molto denuncia l’urgenza di una nuova poetica, di un richiamo alla manualità, con un occhio di riguardo al contenuto tuttavia. Senza necessità d’essere concettosa, l’arte apporta significato, cercando di ristabilire l’equilibrio tra realtà e rappresentazione, tra dato oggettivo e percezione. Così in Meriggio un’anziana coppia di spalle cammina a capo chino, quasi perdendosi nel grigio del terreno, mentre due chiome fanno da quinte alla siepe che spietata preclude lo sguardo. Una scena consueta, catturata con attenzione e profusa di significato. Non solo amara riflessione sul tempo che scorre, ma anche disincantata presa sul presente e sul naturale corso delle cose. Come da tradizione classica, l’arte celebra la natura ed il naturale mutare delle stagioni. Forse a Bruno Pierozzi, che d’arte e natura ha studiato le leggi, non serve mediazione critica. La sua pittura parla già di sé, il segno s'esprime con pienezza. La sofisticazione delle parole decade, mentre non resta che osservare da lontano gli Alberi gialli mossi dal vento.


2012

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