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Manera Enrico, Tecnica mista/collage, cartoncino, 2009

Informazioni tecniche
  • Codice Gigarte.com:CDA2696
  • Artista:Manera Enrico
  • Misure:30 cm x 20 cm
  • Tecnica:Tecnica mista/collage
  • Stile:figurativo
  • Supporto:cartoncino
Informazioni sulla vendita
  • Collezione:COLLEZIONE PRIVATA - Renzo Carboni - Sadali - CA -
  • Disponibile: no
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Descrizione

Un temperamento onnivoro, una vena che sembra una sequenza da "blob". In una forma di citazione continua, Enrico Manera parte da lontano: lungo la strada rivisita, mischia, contamina. Una sorta di prestidigitazione applicata al braccio e alla mente.
Tutto può essergli congeniale, nulla diventa per lui definitivo, la sua prima uscita nelle arti visive e del 1975 dove presenta delle sculture astratte alla galleria Elefante di Roma, da allora fino al '76 lavora ad una serie di multipli che riscuotono immediatamente l'interesse dei collezionisti.
E' comunque in occasione della mostra che si tiene nel 1977 in compagnia di Accardi, Angeli, Burri, Dorazio, Festa, Mambor, Maselli, Schifano ed Uncini che la critica comincia ad interessarsi al suo lavoro.
Con il colore nel DNA viene definito anche un "saccheggiatore" e il riferimento gli aderisce perfettamente, come una calcomania, la sua è l'esaltazione della calcomania, perché Enrico Manera è un artista carta assorbente, ciò che lo ha preceduto come ciò che lo circonda entra direttamente in circuito nel suo modo personalissimo di esprimersi l'occhio vede, metabolizza, restituisce. Mentre diventa lo scultore ufficiale di "Studio A" e dell'"Angolo Metallarte" templi e luoghi deputati dell'architettura ufficiale d'avanguardia si forma alla cosiddetta "scuola di piazza del popolo", Mario Schifano, Franco Angeli. Tano Festa. Nonostante la differenza d'età (15 anni) e nonostante Manera sia un "bello" ma non "dannato" non riesce a perdere la sua "paciosità" di fondo. Con Schifano c'è persino uno scambio di ritratti, come cavalieri che si facciano l'inchino, Manera vede in Mario una specie di divinità pagana_ rutilante di luci e di suoni, la cui scatola cranica si apre a ...miracol mostrare. Schifano fa di Manera uno stupendo. "testimonial" dei Ray Ban le due opere vengono presentate nel 1979 allo studio dal Canova a Roma. C'è nel lavoro di Manera una premonizione avanguardistica fulminante, mentre gli altri lavorano al concetto la sua scultura diventa "schermo" puntinato da elementi elettronici, luci semoventi, qualche tempo dopo alla fotografia unirà elementi luminosi, neon, leds e appariranno i primi grami o graffiti.
Nel 1979 ottiene il premio Salvatore Basile per 1'omaggio a Pino Pascali e nel 1980 viene invitato alla mostra storica "20 anni di Segnali" insieme a Schifano, Festa. Angeli, Fioroni, Bay, Rotella che si tiene nell'ambito del Festival di Spoleto (a cura di F. di Castro e M. Calvesi). L'anno successivo è negli Stati Uniti dove esporrà a più riprese, apre uno studio a San Francisco e come da fotocopia si ripropone il proverbio del "Nemo profeta in Patria" tanto che il successo arriva prepotentemente. Ritorna sem-pre più raramente in Italia dove comunque ogni qualvolta espone, il riscontro di critica e pubblico è concorde nel riconoscerne il valore.
Poi l'amicizia con Tano Festa, fino alla morte desolata del pittore abbandonato da tutti. E Manera lo va a dire in giro a tinte forti: prendendosela praticamente con tutti. Queste sue esternazioni gli costeranno isolamento e diffidenza che si stempererà dopo molti anni.
E' vero anche Manera ha cavalcato e utilizzato il filone del "Pop Italiano" anche se questa definizione è stata da lui sempre rifiutata, ma l'ha fatto quando tutti sembravano essersi dimenticati di quella stagione felice.
Essendo lui il più giovane si sentiva come chi raccoglie il testimonial della staffetta ed è chiamato a correre a sua volta, per la vittoria del gruppo. Al traguardo gli resta l'eredità della materia, del colore, del "non finito".
Ma in fondo la sua vocazione è quella del "cane sciolto", che non riesce a prendere sul serio nemmeno se stesso. Per lui è stato detto che "il polemismo" ironico contenuto nella poetica nuovo realista contro il mondo industrializzato qui viene via via attenuandosi in una punta di ironismo che si potrebbe definire "ariostesco" nel senso che il temperamento espressivo di Manera tira più al comico, e sotto quella coltre sorridente deposita la sua "ascia di guerra".
Manera in effetti sembra continuamente in guerra, un "indiano metropolitano", che preferisce guardare il mondo che gira, fumando il calumet della pace.
Anche se talvolta, come nel caso dell'Impegno contro pena di morte, con il ciclo della "Sedia elettrica" del 1993, la freccia raggiunge il bersaglio e rimbalza nelle capitali mezza Europa colpendo perfino il parlamento europeo Bruxelles e coinvolgendo personaggi come Bernardo Bertolucci, Lina Werthmuller, Dario Argento etc. etc.
Manera dicevamo viene da lontano, viene invitato nel 19 a partecipare alla XII quadriennale Nazionale "ultime generazioni" ed a innumerevoli mostre personali e collettive musei pubblici e privati. Realizza nel 1997 per l'Anica d memorabili eventi, l'omaggio a Sergio Leone all'ex Musi Civico di Spoleto (esponendo 6 grandi tele sulle "Maya retaggio del soggiorno americano) e nel 1998 "Cuore d'Artista" tributo a Massimo Troisi all'ex Mattatoio Roma i suoi poster vanno a ruba tanto da essere rieditati. Alla foce di tutti, i suoi miti e gli immaginari che fagocita, rumina e rielabora da eccelso graffitaro nascono i cicli del bandiere, delle macchine, degli inserti rischiosi tra Batman e Adamo, Robyn e gli angeli di Piero della Francesca, 1'uomo mascherato e il Giudizio Universale, tutti mescolati in un turbinio di colori devastanti e al contempo esaltanti.
Quasi in un processo alchemico che dalla terra nera approda al prodotto finale dell'oro, della pietra filosofale eternamente cercata.
Tutto questo è Manera un apprendista stregone in carriera che non si rende conto di quanto sia stregone già di per sé. Uno stregone che vorrebbe fare paura ma che non ci riesce, perché non sa essere cattivo fino in fondo, perché il colore per quanto lo violenti, rimane un canto in nome dell’arte e del valore subliminale del segno.
Qualsiasi segno, anche quello apparentemente più spregevole, se per qualcuno in principio fu il verbo, per Manera in principio fu il segno colorato, talvolta in bianco e nero naturalmente ironico e sempre sorprendente.

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  • Codice:CDA2696
  • Tipo:Pittura
  • Creata nel:2009
  • Archiviata il:marted 19 febbraio 2013