L'ombrellino rosso


Guido Ferrari (Doc)

l’espressione dell’io nella solitudine della natura e nella frammentazione



Bianchi e candidi paesaggi, popolati da figure solitarie, ma anche luoghi onirici, surreali, dalle forme geometrizzanti campite da un’esplosione scintillante di colori; questo e altro troviamo nelle originali opere dell’artista emiliano Guido Ferrari.

Il pittore, nell’eseguire i suoi lavori, privilegia due tecniche che portano al raggiungimento di esiti totalmente differenti; da un lato abbiamo l’uso dell’acquerello, che conferisce all’immagine pittorica toni tenui, rarefatti, di intensa poesia e lirismo; in altre opere invece, dove viene utilizzato l’acrilico, le immagini acquistano una maggior volumetria: appare più evidente la loro forma e consistenza e i toni si caricano di intensità cromatica.

In molti acquerelli il bianco color meridiano dona alle scene un’atmosfera invernale, di impalpabile intimità e raccoglimento; spesso vibranti tocchi di rosso vivacizzano la visione conferendole dinamicità.

In queste immagini di candida purezza troviamo rappresentati vicoli caratteristici inquadrati da prospettive inedite, strade, piazze d

i mercato, gremite da solitari viandanti, raccolti nei loro pensieri, mentre al loro fianco compaiono musicisti di strada, venditori ambulanti e poi ancora zappatori e contadini intenti nel duro lavoro dei campi; è proprio il ritratto di una società, delle persone comuni e di quelle meno abbienti, che conducono una vita di stenti e sacrifici.

Guido Ferrari vuole forse rappresentare la solitudine dell’uomo, immerso nei suoi pensieri trasfigurati nella sfocatura dei luoghi circostanti e del bianco incolore.

Probabilmente il pittore nell’atmosfera statica di queste immagini desidera comunicarci anche questo: l’uomo non deve guardare, ma osservare, per non essere una presenza-assenza in questa società, ma rendersi vivo e partecipe dei momenti quotidiani, che spesso osserva distrattamente.

Negli acquerelli potremmo notare l’influenza del postimpressionismo di Cezanne, soprattutto nella resa geometrica degli edifici, unito al caratteristico uso che Giorgio Morandi fece della luce, protagonista principale di molte sue opere, attorniata da pochi colori essenziali.

Ma da queste idilliache visioni di momenti sospesi si discostano altre come l’ Angelus: sullo sfondo di una città futurista, dominata da imponenti grattacieli e da un cielo blu cupo, due misteriose figure, un uomo e una donna, si incontrano colti da un’ombra che li avvolge.

L’opera è denominata dall’artista esperienza surrazionale: come se due opposti, razionale e surreale appunto, possano incontrarsi e conciliarsi armoniosamente, come succede alle due figure che ben si calano in quest’atmosfera carica di presagi.

Nella serie Teatrocittà possiamo notare influenze metafisiche di De Chirico: le scene sono dominate da possenti architetture e le poche presenze umane sembrano vagare come dei fantasmi senza pace; teatro/città, come simbolo di un’umanità ingabbiata, costretta a recitare come dei burattini sul palcoscenico della vita, senza poter mostrare la propria reale identità.

Negli acrilici invece, l’elemento umano non appare più immobile ed eterizzato, ma si mostra molto più dinamico: le ballerine di flamenco, pur nella loro sfaccettatura, sembrano quasi volteggiare librandosi nello spazio, mentre il gruppo Jazz si mostra totalmente trasportato dalla melodia che sta componendo.

In queste opere possiamo scorgere un’influenza non tanto della scomposizione picassiana dei volumi, quanto dell’orfismo di artisti come Robert Delaunay o Fernand Léger; ossia il riferimento a quel ramo del cubismo che, pur nella frammentazione, privilegia un aspetto dinamico, conferendo un effetto di compenetrazione e simultaneità agli elementi rappresentati.

Inoltre in opere come Il sogno di Lucy o Window è ravvisabile un’atmosfera surreale , con influenze di Mirò e Magritte; in entrambe le opere al centro della composizione sta la tematica del fantasticare, intesa come un lasciar scorrere la propria mente come un fiume in piena, abbandonandosi al proprio subconscio e ai pensieri più remoti, dando vita ad elementi emblematici di difficile identificazione.

In conclusione i messaggi che emergono dall’osservazione delle opere di Guido Ferrari sono riconducibili ad un’analisi profonda dell’uomo e della sua individualità: dall’osservazione esterna del genere umano calato nella vita di tutti i giorni fino a giungere all’analisi e alla trasfigurazione dei suoi più intimi pensieri.

di Mira Carboni
Critico d'Arte
2013

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