CONTEMPLATA REFERO

"CONTEMPLATA REFERO"

29.11.-15.12.2008, Galleria Civica “Sciortino” Complesso Monumentale Guglielmo II, (Monreale).



C’è una dimensione contemplativa nell’arte figurativa di Eva Friese che ne dice il senso profondo. Sarebbe tuttavia insensato confondere questa dimensione con la ricorrenza fra le sue opere di temi che appartengono alla sfera e cultura religiosa. Ci sono volte infatti in cui un soggetto volutamente sacro non invita ma distoglie dalla contemplazione. Contemplare non è soffermarsi su una idea o concetto di Dio, su una sensazione unica, nemmeno su una sua rappresentazione artificiale, naturale o simbolica, ma, come ha suggerito Tommaso d’Aquino, “il semplice intuito della verità”, lo stare dentro le cose, fino a vederle e percepirle dall’interno, secondo le modalità diverse e sorprendenti del loro darsi. Per lui contemplare segue ad amare, non è un atto dell’intelletto, non è il vertice di una conoscenza scientifica, ma un atto della volontà, che segue alla conoscenza intuitiva, e si esplica nel bisogno di far conoscere e di far amare agli altri la verità contemplata.

L’itinerario artistico sigillato nelle opere di questa pittrice rimanda a un cammino interiore da lei compiuto dentro la verità delle cose e si propone come invito, soave e libero, a fare altrettanto. La scelta di trasfigurare l’interiore bellezza delle cose semplici e piccole, come sotto una lente d’ingrandimento, per ingigantirle, racconta il connubio tra volontà e amore, nella scoperta che l’occhio può fare quando coglie colori e lineamenti non come l’espressione di un cliché determinato e statico della bellezza, ma come il suo darsi infinito. Il germogliare e l’appassire di fiori nell’attimo stesso della contemplazione, il maturarsi di un frutto, il suo celarsi tra le foglie, e lo svelarsi dell’erba e dei fiori di prato nelle loro infinite forme, sembrano dirci, sulla tela alla pari di un libro, che non c’è bellezza che possa essere fermata nell’attimo artistico, secondo una tradizione estetica di umore neo-classico, se non è colta nel narrarsi sequenziale del vero che l’occhio e la mente sono come sfidati a raccogliere. La Friese racconta ciò che ha visto, sentito e conosciuto nella pochezza umile delle creature nascoste, e le ridona attraverso la luminosa forza della sua arte nell’atto di svelare la misura incommensurabile che esse portano dentro. Non è dunque l’estro dell’artista a far bello il creato, sebbene ne sia l’amore a svelarne la grandezza con un atto cognitivo della volontà, appunto la contemplazione.

‘Contemplare’ è un verbo molto antico con cui si descriveva l’azione dell’augure, che, per osservare il volo degli uccelli, doveva alzare lo sguardo e il pensiero verso il templum, cioè verso il cielo, uno spazio libero e vasto, e, circoscriverlo con (cum) il suo lituo, l’adunco bastone senza nodi, penetrando così con l’occhio un lembo di orizzonte inafferrabile nella sua interezza e, ciò nonostante, fissando dentro di esso il movimento disarticolato del volo degli uccelli da cui trarre presagi. La traslazione del senso, nell’uso contemporaneo del termine, ha finito con l’indicare l’atto di fissare con la mente qualcosa tra le tante, forse con la presunzione di contenerla, come si farebbe col soggetto di una impressione fotografica sulla pellicola.

Oggi l’accezione del termine cioè fa a meno di implicare l’importanza di quel movimento inafferrabile che l’occhio, per poter discernere, tratteggia dentro i limiti di uno spazio dentro lo spazio, con la consapevolezza che l’effimero (l’estemporaneità del movimento) non è mai proporzionale alla certezza del significato (il presagio augurale) cercato. La Friese mostra di concepire gli oggetti contemplati nel loro movimento interiore, e lo fa con l’avvertenza di una ricerca artistica che deve essere inesauribile, poiché la misura della scoperta è sempre eccedente rispetto a quello che l’occhio coglie nella concretezza delle proporzioni reali. La suggestione che l’arte ricava da questo modo di contemplare la realtà non invita a fissare un momento dell’eternità nel tempo ma a cogliere il dinamismo del tempo dentro l’eternità. Per questo fermarsi, nel senso di abbandonarsi, a guardare il templum, il cielo, riverso negli spazi finora meno frequentati della terra, quelli dell’umiltà, anziché rivelarsi un esercizio ozioso del gusto, può diventare un invito a tornare gioiosamente a guardare e amare la terra mentre cresce e si colora di cielo.





Prof. Rino La Delfa

Facoltà Teologica di Sicilia

di Prof. Rino La Delfa
Docente di Ecclesiologia e Mariologia Facoltà Teologica di Sicilia, Palermo Docente di Filosofia della Religione Maryland University
2008

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