I SACCHI DI IUTA

Lucia Sanavio, nell’immaginare il nuovo ciclo dei suoi lavori, realizzati sulla iuta grezza dei sacchi del caffè, sembra proprio essere mossa dalla necessità di spingersi, ancor più che in passato, verso la conquista di una dimensione poetica in grado di rivelare un universo, con le sue energie, le sue tensioni, le lacerazioni che lo attraversano e le storie che contiene, nell’ansia di saper dar voce a quell’indicibile il quale sempre si cela oltre le apparenze e che solo l’intuizione può afferrare. Affina perciò ulteriormente il proprio vocabolario stilistico, nel tentativo di costruire un lessico che non imbrigli la sua libertà espressiva all’interno di precisi canoni espressivi. In esso quanto conta non è il soggiacere ad una precisa appartenenza, ma l’essere attraversato da un’energia che lo preservi dal manierismo. La tensione in questi lavori, come già in altri precedenti dell’artista, vive nell’incontro con la materia che fa da supporto, con il colore e con i pigmenti che vengono come risucchiati dalla tela grezza e che devono continuamente essere aggiunti, quasi fossero ogni volta chiamati alla vita, con la gestualità che poi opera sui fondi di pittura stratificata. La Sanavio deve nuovamente impossessarsi di una tecnica, sperimentare, senza sosta e ostinatamente, per riuscire a ritrovare la possibilità di replicare certi stilemi e certi schemi di cui, negli anni, si era ormai impadronita. È un lavoro paziente, meticoloso, che si ripete in una continua ritualità, quasi fosse una liturgia quotidiana. La scelta di dipingere sulla nudità misera della iuta diventa il simbolo di una ricerca che riporti all’ancestralità e alla sacralità delle cose. Non dimentichiamo che San Francesco, quando scelse di spogliarsi di ogni bene materiale per dedicarsi ad una vita povera in comunione con la natura, nella più autentica dimensione evangelica, si vestì con un saio di canapa. Accompagna l’artista, perciò, un’ansia di recupero dei valori legati al rapporto primordiale e semplice che ancora - in alcuni luoghi del pianeta - l’uomo ha con la terra, l’ambiente, con il lavoro umile, faticoso, che spacca la schiena ma offre, come ricompensa, il minimo per sopravvivere alla fame. Ognuno di questi sacchi, che la Sanavio recupera, apre, spazzola, lasciandosi pervadere dal profumo di caffè non ancora tostato che essi contengono, serba una storia, di persone che lo hanno tessuto, costruito; così come riporta alla vita di chi raccoglie questi chicchi preziosi, in zone del mondo così differenti nelle abitudini e nella cultura dalle nostre occidentali. E’ come se, attraverso la possibilità di ripercorrere a ritroso la narrazione che ogni sacco custodisce, riuscisse a ritrovare la voce di certe tradizioni dimenticate, assimilandole e scorgendo in esse la possibilità di quel rapporto profondo che ci lega al creato tutto, alle nostre radici. Dipingere sui sacchi consente di saggiare una nuova esperienza creativa, nel confronto con un materiale povero, difficile, talvolta lacero. L’espressività che ne scaturisce consegna un valore inedito e nuovo al colore, il quale nasce da sapienti impasti che paiono scaturire dalle zone più profonde della coscienza, da una necessità totale di partecipazione. Ecco che i rossi, i neri, i blu, i bianchi vengono stesi prima in ampie campiture atte a delineare i piani dell’opera, seguendo sovente la lezione del tachisme, poi aggrediti con l’automatismo del gesto, delle incisioni, delle pennellate libere che paiono sciabolate, sempre però bilanciati in una calibrata determinazione ritmica. Assurgono ad una dimensione simbolica, quasi allegorica, poiché non vengono vissuti soltanto come un medium, ma divengono presenza totale e totalizzante, racconto di universi differenti, i quali vogliono richiamare le tenebre e la luce, quel dualismo insito nella vita con cui ognuno di noi è continuamente chiamato a raffrontarsi. Ogni scelta cromatica acquista significato e riesce a “funzionare” - tanto sul piano artistico quanto su quello, appunto, simbolico - solo nell’associazione e contrapposizione delle diverse tinte. La Sanavio probabilmente racconta, in quei neri - quasi sprazzi lividi - ed in quei rossi, che paiono sangue che cola, le lacerazioni e la tragicità ineludibile insite nell’esistere, le medesime che talvolta si presentano come strappi sui sacchi, . Ma a squarciare emergono i bianchi, con quella luce che rompe l’oscurità e apre all’azzurro del cielo; poi vi sono gli ori, i quali - al di là del loro significato alchemico - per eccellenza richiamano la sacralità. Noi tutti percorriamo il nostro destino alla ricerca di continui – e mai definitivi – equilibri. Il compito diuturno dell’essere umano, e ancor più dell’artista, è quello di ricercare spiragli. Lucia li scorge ed attesta tramite queste macchie di luce, così come nel ricorrere di certi suoi segni tipici, quali i graticci spaziali, ovvero quei segni che tracciano sull’impasto cromatico cerchi o rettangoli con le grate, i quali rappresentano delle finestre sul mondo, ma anche sull’ “oltre”. Una dimensione che è richiamo ad una verità profonda, universale, che si trasfigura in una sublime forma di bellezza. Altresì i volti femminili che appaiono in quasi tutti questi ultimi lavori, sempre affrescati con il bianco, simili a maschere veneziane, vogliono personificare l’inviolabilità e positività dell’elemento femminile, emblema della “Madre Terra”, della vita che si rinnova incessantemente nei suoi cicli, come miracolo che non cessa di reiterarsi. Rievocano anche la bellezza della luna che illumina le notti e si affaccia sul mondo quale elemento rassicurante e materno. Come infatti affermava Picasso, “l’arte scuote dall’anima la polvere accumulata nella vita di tutti i giorni”. Nei sacchi della Sanavio la bellezza scaturisce dalla materia grezza sovrapposta sulla trama del tessuto, con colori che hanno tonalità che paiono pesanti e una densità e una consistenza concreta e palpabile, stesi a strati con spatole o con le mani. Siamo di fronte ad opere pervase da una forte tensione drammatica. L'artista è alle prese con l'ardua impresa di dire, di raffigurare il lato mutevole, invisibile e meno evidente dell’ esistenza. E’ come se producesse un racconto mai concluso, mai pienamente esplicativo, sempre cangiante, come mutevole è la realtà. La finalità è cogliere la vita nel suo flusso, nelle proprie magie ma anche nei suoi lati oscuri, invisibili, sconcertanti, giungendo al fondo di una verità interiore, vissuta con un’adesione totale, quasi in un’istintiva identificazione di sé con le segrete pieghe dell’universo. In queste opere la Sanavio ambisce a concepire una pittura che desidera presentare - ed essere - il tutto, come l’Alef della cultura ebraica, la prima lettera di Dio, un punto senza dimensione in cui c’è la voce del respiro prima di ogni parola, l’anima del mondo. CRISTINA PALMIERI

di Cristina Palmieri
Critico d'Arte

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