Gigì (luisa Borin)
artista
Biografia d’artista – Luisa Borin (in arte Gigì) Sono Luisa Borin, nata nel 1952 a Merlara, un piccolo paese della bassa padana. Vengo da origini umili, vere, profonde. Mio padre Zeno era operaio, mia madre Dora casalinga; per aiutare la famiglia lavorava come donna di servizio presso famiglie benestanti emigrate in America. Vivevamo in affitto, io, i miei genitori e mia sorella Lea Maria, in due stanze con il pavimento di terra battuta. Dormivamo su un pagliericcio, con reti improvvisate fatte di pali, e il bagno era una latrina all’esterno dell’abitazione. Il cibo non mancava. Ricordo il fiume Fratta, allora pescoso, e mio padre che tornava spesso con pesce fresco. Oggi so perché il pesce non mi piace: ne ho mangiato troppo. I miei giocattoli erano bambole cucite da mia madre con gli avanzi di stoffa; i vestiti nascevano dal riciclo degli indumenti logori di papà. Era povertà, ma anche dignità, ingegno e amore. Ero una bambina gioiosa, ma già alle scuole elementari percepivo le differenze sociali. Erano anni durissimi, quelli del dopoguerra: paghe da fame, lavori pesanti, genitori che lottavano con il corpo e con l’anima per toglierci dalla fame e costruire un futuro più stabile, gettando le fondamenta di un Paese nuovo e più coeso. Frequentai le scuole medie in paese, un privilegio per l’epoca. I libri erano gratuiti e studiavo sotto lo sguardo attento di mia madre, mentre imparavo a cucire i miei primi vestiti. Sono sempre stata creativa. In quegli anni molti ragazzi lavoravano nei campi di tabacco; io mi sento fortunata: il mio tempo era diviso tra lo studio, l’aiuto in casa e una fantasia già allora fervida. Alle scuole superiori arrivai al quarto anno. Mio padre, muratore in una grande impresa, ebbe un grave incidente: un martello caduto da un’impalcatura lo colpì alla testa. Restò un anno in ospedale e poi in carrozzina. All’epoca la maggiore età era a 21 anni e l’iscrizione scolastica richiedeva la firma di un genitore: non avvenne, e io non potei terminare il quinto anno. A 19 anni mi sposai, nel 1972. Allora sposarsi significava andare a vivere con i suoceri. Ce la misi tutta, ma il rapporto con mia suocera fu difficile; mio suocero, invece, fu per me come un padre. Nel 1973 nacque il mio primo figlio, Martino, con immensa gioia. Il parto, eseguito con forcipe, mi causò gravi lesioni che richiesero un intervento di ricostruzione. Nel 1976 nacque il mio secondo figlio, Moreno. La vita scorreva tra famiglia e lavoro nei campi, mentre dentro di me viveva, silenzioso, un progetto antico: creare, dipingere. Ma non potevo togliere tempo e risorse alla famiglia. Quando l’umano non arriva, però, esiste una mano più grande che guida senza chiedere permesso. Nel 1988 arrivò il primo grande colpo alla salute: un’ernia discale mi stava paralizzando. Fui operata al San Gerardo di Milano. L’intervento fu complesso, ma dopo mesi ripresi la mia vita con prudenza, tornando al lavoro agricolo. Mi appassionai all’allevamento di vacche da latte: non ai gioielli, ma alle mucche. A Natale mio marito mi regalò una mucca, la chiamai Gigia. Produceva 35 litri di latte al giorno. Arrivammo, poco alla volta, a una stalla di 30 capi selezionati. Poi arrivarono le quote latte. La produzione venne limitata, il latte in eccesso pagato quasi nulla, la cooperativa fallì. Fummo costretti a vendere tutto. Mio marito andò a lavorare in una grande stalla, io portai avanti una piccola azienda agricola. Nel 1998 una nuova ernia discale richiese un altro intervento. Fu devastante: sei mesi immobile in ospedale, due incisioni alla dura madre, piede equino, fistole interne, dolore continuo. I medici furono unanimi: “Luisa non camminerà più”. Vivevo tra farmaci, epidurali, notti senza sonno. È lì che nasce l’artista. Una grande amica mi regalò piccole tele e colori. Senza tecnica, senza studio, come un bambino che impara a parlare, iniziai a dipingere. Tra dolore e speranza nacque l’artista volante. I colori furono la mia rinascita. Questo è stato il dono che Dio mi ha fatto. Non era finita. Un controllo ginecologico portò a una diagnosi durissima: carcinoma rettale. Rischio di deviazione, che rifiutai. Per mesi mi sottoposi a colonscopie continue, mentre con mia madre andavo a dipingere a Sottomarina, sulle dune. Dipingevo e parlavo al mio corpo come a un intruso: “Sai da dove sei entrato, ora esci”. Fui operata a Padova con una tecnica allora innovativa, la resezione transanale. In sala operatoria, il primario mi chiese cosa pensassi della mia vita così difficile. Risposi: “Dottore, sto recitando un’altra parte del mio percorso terreno”. L’intervento riuscì, ma il recupero fu lungo e complesso. Con la carrozzina, la spatola e i colori continuai. Un giorno dissi a mia madre: “Voglio camminare”. Con un busto di ferro, una molla di Codeville e le stampelle, mossi i primi passi. Ventri metri divennero una conquista epica. Raggiunsi un ceppo di pioppini davanti a casa. Abbracciai l’albero e ringraziai Dio. Ricominciai a camminare. Nel frattempo iniziai a condividere i miei lavori sul web. Arrivarono le prime mostre, i primi inviti. Rappresentai l’Italia al Castello di Bratislava, in Slovacchia. Viaggiai con certificati medici, stampelle e farmaci. Firmai i miei primi autografi. Io, che mi sento e resto una piccola donna, che dipinge emozioni e non mercato. Ancora una volta la vita mi mise alla prova: carcinoma vescicale. Rifiutai il consenso alla rimozione totale della vescica. L’intervento riuscì. L’analisi disse: “Era il seme di un fiore, non ancora attecchito”. Ancora qui. Ancora viva. Ancora creativa. Oggi sono qui, coccolata da mio marito, dai miei due figli e dai miei quattro nipoti, e dalle mie opere, che non sono altro che il racconto della mia esistenza a colori. Dipingo per volare oltre il dolore, oltre il limite, oltre la paura. Dipingo perché vivere, per me, significa trasformare tutto in materia e luce. Artist Biography – Luisa Borin (aka Gigì) My name is Luisa Borin. I was born in 1952 in Merlara, a small village in the Po Valley, northern Italy. I come from humble and authentic origins. My father, Zeno, was a factory worker; my mother, Dora, was a housewife who also worked as a domestic helper for wealthy families who had emigrated to America. We lived in a rented house with earthen floors, sharing two small rooms with my parents and my sister, Lea Maria. We slept on straw mattresses supported by improvised wooden frames, and the bathroom was a latrine outside the house. Food was simple but never lacking. I remember the Fratta River, once rich with fish, and my father bringing home fresh catches. My toys were handmade dolls sewn by my mother from fabric scraps; our clothes were created by recycling my father’s worn garments. It was a life of poverty, but also of dignity, creativity, and resilience. I was a joyful child, though from an early age I sensed social differences. These were the difficult post-war years in Italy, when families struggled physically and emotionally to escape hunger and build a more stable future, laying the foundations of a united country. I attended elementary and middle school in my village, which at the time was a privilege. Books were provided free of charge, and I studied under my mother’s attentive gaze while learning to sew my first clothes. Creativity was already part of my nature. While many children worked in tobacco fields, I was fortunate to spend my time studying, helping at home, and nurturing a vivid imagination. I reached the fourth year of high school when my father suffered a serious work accident. A falling hammer struck his head, leaving him hospitalized for a year and later confined to a wheelchair. At that time, school enrollment required parental consent until the age of 21, and I was unable to complete my final year. In 1972, at the age of 19, I married. Soon after, in 1973, my first son, Martino, was born, followed by my second son, Moreno, in 1976. Childbirth brought serious medical complications that required reconstructive surgery. My life unfolded between family responsibilities and agricultural work, while deep inside me lived a quiet but constant desire to create and paint. In 1988, a severe spinal hernia threatened paralysis. I underwent major surgery in Milan and, after months of recovery, returned cautiously to physical labor. I developed a passion for dairy farming and expanded our small farm to thirty milk cows. Later, European milk quotas and economic hardship forced us to sell everything, reshaping our lives once again. In 1998, further spinal surgery left me bedridden for months, with chronic pain and permanent physical impairments. Doctors unanimously declared that I would never walk again. During this time, between medication and sleepless nights, my artistic journey truly began. A dear friend gave me small canvases and paints. Without formal training, I started painting instinctively. This was my rebirth. This is when the “flying artist” was born. More severe trials followed: a diagnosis of rectal cancer, then later bladder cancer. I faced surgeries, experimental procedures, and long recoveries, often painting through pain and uncertainty. Painting became my way to resist, to transform suffering into color, matter, and light. Against all odds, I gradually regained the ability to walk. I began sharing my artworks online, leading to exhibitions and international invitations. I represented Italy at the Castle of Bratislava in Slovakia, traveling with medical certificates, mobility aids, and medication. I signed my first autographs not as a celebrity, but as a woman who believes deeply in expressing emotions and lived experience through art. Today, I live surrounded by my husband, my two sons, and my four grandchildren. My artworks are the visual narrative of my life — a life shaped by hardship, resilience, faith, and transformation. I paint to rise above pain, limits, and fear. I paint to fly. For me, living means turning everything into color and light.L\'Architettura del Volo \"La mia arte abita il confine tra il rigore del ferro e la libertà del segno. Come artista, la mia esistenza è una sfida quotidiana alle leggi della statica: cammino grazie a un’architettura esterna — un busto di ferro e una molla di Codivilla (Codevilla) — che sostiene una colonna segnata dalla pluriamputazione L5-S1. Questo \'esoscheletro\' non è un limite, ma il mio cavalletto interiore. Il contrasto tra la rigidità del metallo che mi permette la stazione eretta e la fluidità del mio gesto pittorico è il cuore della mia ricerca. Se il mio corpo è vincolato a una struttura meccanica, la mia visione è quella di un\' \'artista volante\' che ha trasformato la restrizione fisica in una tensione creativa inarrestabile. La maturità del mio percorso mi ha insegnato che l’equilibrio non è l’assenza di peso, ma la capacità di governarlo. Oggi, mentre il mio lavoro si prepara a confrontarsi con palcoscenici internazionali come il MoMA di New York, porto con me questa identità unica: un’arte che nasce dalla resistenza della materia e che aspira alla leggerezza assoluta. Non cerco la perfezione della forma, ma la verità del movimento che nasce dove il ferro incontra l\'anima.\"