Intervista a Monika Bulaj

Monika Bulaj mi risponde dalla sua casa di Trieste in uno dei suoi rari momenti di sosta . Presto ripartirà per l'Africa per lavorare al suo nuovo progetto letterario e fotografico. E' trascorso appena un giorno dal terribile attentato di Parigi da cui è sconvolta, tanto da essere costretta a rimandare l'intervista. La sua voce è tranquilla però e serena e mi mette immediatamente a mio agio.

F- Cos'è che ti spinge a viaggiare Monika. Cosa cerchi nei tuoi viaggi; e cosa hai trovato finora?-

M- Il mio è un lavoro che potrebbe sembrare non logico, se non si fa uno sforzo per poterlo comprendere. E' un continuo pellegrinaggio,che dura da anni alla ricerca del sacro. Potrei dire che è un calendario Liturgico che mi ha portato ad approfondire gli aspetti della fede in ogni latitudine. E' una logica mia personale, certo. Sono esperienze forti in situazioni delicate e fragili, diluite nel tempo. Un avvicinarsi lentamente e mentalmente agli aspetti della fede. Ma in me questa ricerca ha una grande logica. Lavoro sulla unicità dell'uomo. L'unicità della esperienza religiosa dell'uomo. Malgrado la dispersione, o meglio: tramite la dispersione, la diversità, la molteplicità, cerco quello che unisce le persone nel mondo sempre più diviso. La lingua del corpo, degli sguardi, del cuore, del cammino, prima di Babele.

F-mi ricorda ciò che dice Salgado delle popolazioni primitive; cioè che sarebbero ancora la traccia della Genesi e il ricordo della prima intenzione di Dio-

M- Il ricordo della prima intenzione di Dio. Bellissima frase. A posto di "popolazioni primitive" direi "popolazioni indigene". Si, apprezzo molto il lavoro di Salgado. Il suo approccio alla fede è simile al mio. Questa fede ci parla dei luoghi da cui siamo partiti. Ci fa arrivare fino al politeismo che c'era in europa nelle epoche antiche, ci porta alla nostra infanzia, all'infanzia d'Europa. Ci ricorda la assoluta purezza della fede. Il mio lavoro attuale in Africa, dove tornerò al più presto è rivolto proprio a questo. A cercare e trovare l'assoluta innocenza della fede. L'uomo che diventa lo specchio dell'invisibile.

F- In una intervista ho letto che tu sei definita la scrittrice dei confini. Confini dell'uomo e anche dei confini fisici, geografici.-

M- dal confine di qualsiasi cosa si gode di una posizione privilegiata per osservare meglio il tutto. Non parlo di frontiere. Parlo di confini. Confini dell'uomo, confini della mente, e confini interiori. Tutta l'ispirazione del mio lavoro si può dire sia una ispirazione quasi fanciullesca. Fin da quando in Polonia lessi Jerzy Nowosielski, fortemente critico verso l'ipocrisia borghese cattolica in Polonia incapace di percepire la bellezza della chiesa d'oriente, la Ortodossia. Vivevo a Varsavia che a quel tempo mi poteva sembrare il migliore dei posti possibili, il modello perfetto da seguire. Poi invece crescendo mi sono accorta che le cose più interessanti accadevano ai bordi della nazione polacca lontano dal conformismo borghese e dalle bugie del regime comunista. E viaggiando tantissimo mi sono accorta che trovo molta più religiosità sui confini della religione che non al centro di essa. Parlando della Chiesa Cattolica, sono convinta che anche in Africa ci sia molta più purezza religiosa che non a Roma. E' in periferia che riesci a vivere delle esperienze mistiche senza pari. Accade anche con il Sufismo ad esempio, in Afghanistan. Non ricordo chi diceva che la religione in Polonia è come un pretzel, sai cosa è? Una ciambella del pane, con il buco. Una bella forma vuota dentro. La fede va cercata altrove quindi. Sui confini delle fedi. Chatwin disse una volta che paragonata alla immensa misticità di Aya Sophia San Pietro pareva “ il salotto dei suoi rappresentanti”.

F- a proposito di Chatwin; tu hai vinto anche il premio Chatwin. In cosa ti senti ispirata da lui, se è una ispirazione per te. E Anche Richard Francis Burton ad esempio, che tu citi anche nel tuo libro.-

M- sono compagni di viaggio. Adoro Chatwin. Amo il suo modo di scrivere con ironia e leggerezza. Chatwin è molto fotografico nella scrittura. Pochi tratti e una magnifica descrizione con estrema eleganza di persone e luoghi. Ma amo anche la sua ricerca della forma. Come pure amo Nicolas Bouvier, e il suo grande rigore nella costruzione verbale. Burton è un personaggio stranissimo ed affascinante. Viveva a Trieste come me, anzi viveva a pochissimi passi da casa mia e abbiamo passeggiato negli stessi luoghi. Un grande viaggiatore. Ha cominciato andando tra i Rom come ho cominciato io.anche lui ha viaggiato lungo i confini, parlava trenta lingue, ha visitato tanti luoghi. Trieste era alla sua epoca una città bellissima ed interessantissima. Ci passavano tutti i grandi viaggiatori diretti in oriente. C'era una vita culturale molto ricca. Oggi no. E' piuttosto in decadenza. Oggi è solo periferia non più confine.

F- cos'è per te la fotografia a questo punto? È una finestra sul testo che scrivi? È un secondo testo? È una superficie simbolica o tutte queste cose insieme?-

M-Io scrivo per non dimenticare le persone che incontro e poi le fotografo perchè mi piacciono. Mi piacciono veramente. Il racconto e le fotografie si intrecciano. La foto è un momento irripetibile. Lo scritto lo puoi limare, aggiustare tornandoci sopra mille volte. A volte però rinuncio a scattare foto per poter ascoltare le persone. Ma la fotografia è un momento importante. La fotografia è totalizzante. Impiego molto tempo a scattare. Ma lascio scorrere il tempo con lentezza. A me il tempo non manca mai per fare una cosa in cui sono presa. Sono capace di rendere immediata una storia con la fotografia. Ma non sono immediatamente collegati il testo scritto e la foto. No.
I collegamenti vengono poi leggendo ciò che ho scritto e vedendo le foto che ho scattato. Ma sia il testo che la fotografia devono essere autonomi. Devono camminare con le loro gambe, reggersi da soli. La cosa veramente difficile è dare una veste grafica al testo e alla fotografia. Lo faccio da sola ed è molto difficile. Perchè non c'è una cosa prioritaria. Sia il testo che la fotografia hanno la stessa importanza. Devono legarsi e devono legarsi anche nella forma grafica. Non è facile. Ragiono come se stessi girando un film. Le foto sono fotogrammi del film con le didascalie e tutto il resto ma il testo è la sceneggiatura, il ritmo, la musica, il tempo. Non ho mai avuto l'intenzione di fare illustrazione con le mie foto. Le mie foto fanno parte integrante del racconto. A volte mi servono per rievocare nel testo la magia del momento vissuto, dei rapporti che ho creato, di far sognare qualcosa. E' una operazione appagante, affascinante.

F- è estremamente affascinante. Mi affascina anche la tua estrema facilità nel creare ricche relazioni con le persone, coi luoghi, con le situazioni che vivi.-

M- Ho una vera attrazione verso le persone che incontro. Sono alla ricerca delle tracce della spiritualità e della sua bellezza. Il mio è un atteggiamento di mimésis. Identificazione con le persone che incontro e la reciprocità dei rapporti servono proprio a questa mimésis. Non è retorica religiosa la mia. Faccio questo lavoro perchè fondamentalmente mi fa stare bene. E' un pellegrinaggio verso l'uomo. Instauro dei rapporti molto profondi. Posso dire senza ipocrisia che con i musulmani divento musulmana anche io nel profondo.

F- e cosa poi ti spinge a scrivere e pubblicare le tue foto. Citando Walter Benjamin il tuo scopo è far si che portare alla massa la documentazione di un avvenimento equivale a attestarne l'autenticità?

M- Queste cose, la scrittura, la fotografia, non avrebbe senso fatte solo per me. A me piace scrivere e scattare le foto, ma nel momento in cui pubblico un testo e le mie foto essi non sono più mie, ma di chi legge e guarda. Io sono un tramite; sono solo un tramite. La bambina indù che lavora spaccando le pietre; probabilmente dopo pochi anni sarà piena di atrosi e invecchiata precocemente, ma la sua storia esiste e continuerà ad esistere. Magari potessi contribuire a cambiare la sua vita. Ma con il racconto e la fotografia la sua vita non è oscura, esiste. Travalica la morte.

F- Mi viene in mente Susan Sontag che ha parlato dell'assuefazione del mondo occidentale alle foto di guerra e povertà.

M- Certo. C'è un pericolo enorme in questo. La povertà è fotogenica. La guerra è fotogenica. E le foto sono una merce. Il fotogiornalismo si nutre di drammi. Ma è possibile usare queste cose in modo diverso, in un modo onesto. Ci vuole compassione, sincerità e dedizione. Ecco perchè mi arrabbio quando vogliono usare le mie foto per scopi diversi da quelli per cui io le ho scattate.
Una volta volevano usare mie foto di donne afgane per arredare un negozio di vestiti. Mi sono opposta. Mi sarei messa a urlare (ho pianto, ma è come se avessi urlato). Se è così io vorrei fare foto brutte, inservibili a quest'uso. Denunciare la sofferenza non è voyeurismo. Io so che lo foto sono richieste da media. E so pure che le foto sono difficili da vendere. Ma il mio sogno sarebbe quello di esporre le mie foto a Kabul, o a Gerusalemme, al Cairo, a Teheran, a Timbuktu, magari. Farei salti di gioia.

©francescocampanile2014