Caravaggio



Michelangelo Merisi, o Merigi o Amerighi, detto il Caravaggio (Milano, 29 settembre 1571- Porto Ercole, 18 luglio 1610), lavorò a Roma, Napoli, Malta e in Sicilia fra il 1593 e il 1610, è considerato il primo grande esponente della scuola barocca e uno dei più celebrati pittori del mondo.

Come mai un grandissimo pittore del 1600 tra le biografie riservate ai grandi fotografi?

Perché si stenta a credere che le sue idee siano state concepite quattro secoli fa. Tutto, nei suoi dipinti, dalla luce al taglio della composizione, fa pensare a un'arte che riconosciamo, a un calco di sensibilità ed esperienze che non sono quelle del Seicento ma quelle di ogni secolo in cui sia stato presente e centrale l'uomo; la si può chiamare pittura della realtà, e a questo deve la sua incessante attualità. Davanti a un quadro di Caravaggio è come se fossimo aggrediti dalla realtà, è come se la realtà ci venisse incontro e lui la riproducesse copiandola integralmente. Stabilendo per ciò stesso un formidabile anticipo, perché si può dire, in senso oggettivo, che Caravaggio sia l'inventore della fotografia.

La fotografia è nata nel 1839-40 ma Caravaggio la anticipa già nel 1601

Osserva e riproduce la realtà esattamente com'è, esattamente come la vediamo in una buona fotografia.
Di più: non è fotografia preparata a tavolino come un ritratto posato, è fotografia alla ricerca di una realtà che ci coglie come di sorpresa, dell'«attimo decisivo» cui fa riferimento un grande fotografo come Henri Cartier-Bresson: fotografia come attesa e cattura del momento in cui la realtà si sta manifestando davanti ai nostri occhi.

C'è esattamente questo in Caravaggio. Dalla posizione di un dito, dall'espressione di un volto, abbiamo l'impressione di spiare una realtà che si sta manifestando davanti a noi. Pensiamo al «Miliziano morente» di Robert Capa, una fotografia fondamentale dell'epoca moderna, malgrado il sospetto che sia ricostruita. È in ogni caso impressionante perché, pur potendo rappresentare il miliziano stramazzato a terra morto o nell'azione del combattimento, lo coglie nel momento della caduta, producendo un effetto che nessun pittore, nessuna posa predeterminata avrebbe potuto creare. Ecco, quel tipo di scelta temporale, quel tipo di visione della realtà è come vedremo in molti dei suoi dipinti quello che interessa a Caravaggio: cogliere il momento decisivo.

I fotografi si riconoscono nel suo uso realistico della luce naturale e si ispirano ai suoi famosi chiaroscuri. Ma le affinità tra l’universo caravaggesco e quello fotografico non finiscono qui. Sappiamo da tempo che Michelangelo Merisi utilizzava la camera obscura per proiettare i soggetti sulle tele, anche con l’uso di strumenti ottici come lenti e specchi.
Secondo alcuni studi aveva fatto realizzare un buco nel soffitto del suo studio da dove poteva filtrare la luce che, con l'aiuto di una lente biconvessa e uno specchio concavo rifletteva direttamente sulla tela l'immagine del soggetto da dipingere. Il problema era che mutando la luminosità e i modelli, il maestro era costretto a cambiare anche le proiezioni.
Caravaggio dunque sperimenta con la luce e lo fa in uno studio, quello degli anni romani (1595-1605), che già di per sè somiglia ad una camera ottica: al centro della stanza, sul soffitto, e non per stravaganza, egli pratica un foro dal quale penetra la luce. Operazione che nel 1605 gli vale la citazione in giudizio da parte della padrona di casa.

L'uso delle lenti da parte di Caravaggio spiegherebbe anche la presenza in moltissimi suoi dipinti, di personaggi mancini.Questo dovuto sovente alla inversione data dalle lenti alla figura reale.

Ora, grazie a Roberta Lapucci, docente di restauro e diagnostica artistica all’Università degli Studi di Firenze e al SACI (Studio Art Centers International), si è scoperto che il pittore usava emulsioni fotosensibili che, stese sulle tele ed esposte alla luce, producevano vere e proprie impressioni fotografiche. «L’analisi della fluorescenza a raggi X ha rivelato la presenza di sali di mercurio e argento in diversi quadri del Caravaggio», afferma la studiosa, che ha analizzato opere come La resurrezione di Lazzaro in cui è stata rilevata la presenza di sali d’argento. Le analisi stratigrafiche hanno rivelato che spesso si tratta di un sottile strato di nitrato di mercurio o argento miscelato a colla di coniglio: un preparato fotosensibile applicato sotto lo strato
pittorico.
«In camera oscura la tela così trattata veniva esposta alla luce e si anneriva, formando una specie di negativo dell’immagine proiettata», spiega Lapucci, che ha riprodotto con successo il procedimento in laboratorio.
Ma poiché l’immagine dopo un po’ scompariva e Caravaggio non aveva modo di fissarla chimicamente, ricopriva le parti scure con la biacca veneziana, un pigmento bianco che contiene solfato di bario, una sostanza luminescente. «Nel buio della camera obscura, Caravaggio seguiva la traccia luminescente per schizzare una prima bozza monocroma, fissando così in positivo l’immagine ottenuta col preparato fotosensibile», continua Lapucci. Una tecnica che precede di almeno 200 anni l’invenzione della fotografia, e che forse spiega in parte lo straordinario realismo fotografico di un grande maestro della pittura.

E' opinione della studiosa Roberta Lapucci che la prima opera del Maestro in cui è evidente l'uso di lenti e specchi sia il Bacco conservato agli Uffizi. Per quale motivo? Prima di tutto per il fatto che il Bacco è mancino: tiene il bicchiere con la mano sinistra. Non vi sono precedenti in tal senso. E' chiaro che l'immagine è frutto di una copia da una proiezione ottenuta con la messa in pratica dei metodi all'epoca assai diffusi nell'ambiente. Se ribaltiamo l'immagine a destra infatti la figura rappresentata appare assai più naturale e a suo agio.

La "Decollazione del Battista"l'artista costruisce un'opera in movimento. Se osservato nella collocazione originaria nella cattedrale di San Giovanni (La Valletta) con il passare delle ore la luce colpisce a turno i personaggi e ognuno di essi, nell'arco della giornata, diventa il protagonista principale.

A cura di Emanuele Davi (bibl. National Geographic)