È figlia di Maria Jaussaud, nata in Francia, e del marito Charles Maier, di origine austriaca.
Vivian si trasferisce e vive in Francia fino all’età di 12 anni. Nel 1938 torna a New York, città in cui inizierà la sua vita di governante e bambinaia. Il primo impiego è presso una famiglia a Southampton, nello stato di New York. Poi nel 1956, si trasferisce a Chicago per lavorare con la famiglia Gensburg. Verso la fine della sua vita si ritrova in gravi ristrettezze economiche e un giorno viene ricoverata per un banale incidente. Quel ricovero, che doveva essere passeggero, si rivela fatale. Muore il 21 aprile 2009.
Sotto i panni grigi di un donnone alto e non particolarmente aggraziato, che ha passato la vita a fare la tata in benestanti famiglie americane, si nasconde uno dei talenti più sorprendenti della street-photography del Novecento.
le foto di Vivian Maier «parlano da sole» e registrano, con i loro tagli obliqui e un uso sapiente della macchina fotografica, la cronaca su strada di diverse città americane, tra cui Chicago, Los Angeles, News York. Ci sono bambini, innamorati che passeggiano, mendicanti, operai. C’è la vita della metropoli, le luci dei quartieri alti, le ombre dei vicoli più miseri.
Molte fotografie, specie quelle su Chicago, sono state scattate mentre Vivian accudiva i figli che le erano stati affidati, altre sono state fatte nei suoi rari momenti liberi.
Poco dopo l’asta, l’anziana tata cadde per strada a New York e riportò una grave ferita alla testa che ne compromise per sempre la lucidità: Maloof non riuscì mai a farle sapere che aveva le sue foto e che era disposto a organizzarle un archivio, delle mostre, a mostrare al mondo i suoi incredibili lavori
Tata Vivian ha passato letteralmente la vita prima con la Rolleilex poggiata sul ventre e poi con la Leica davanti agli occhi: va considerata come la prima street-photographer e anche una sorta di iger, perché adorava ritrarre all'improvviso (quasi tutti i protagonisti delle sue foto sono soggetti inconsapevoli delle sue storie in pellicola)
Potrebbe essere una storia triste questa della tata Vivian che passò la sua esistenza in sordina, a fare letteralmente da balìa a bambini destinati a carriere gloriose, mentre era lei stessa a possedere un talento non comune, ma non lo è.
Chi l’ha conosciuta la ricorda come una donna indipendente, volitiva, forte. Oltre ai suoi straordinari lavori, restano impressi su carta fotografica il suo volto enigmatico, i capelli corti, la figura imponente: la vediamo nel riflesso di una vetrina o di uno specchio, questa tata che ha cambiato, con dedizione silenziosa, la storia della fotografia.
Fotografa non solo quello che vede, ma come lo vede. Ed è questo che fa grande un fotografo: fotografare il proprio sguardo, anche se poi l’oggetto è una donna con la veletta, un uomo che dorme sulla spiaggia, una serie di ombre sulla strada, gente comune sui marciapiedi, edifici delle città. Vivian coglie sempre dei particolari, dei dettagli (le gambe delle persone, un gesto, le teste viste da dietro), e trasforma la parte in un tutto.
Quale «tutto»? L’umanità delle persone, e persino quella dei luoghi. L’umanità non è una qualità che si fotografa facilmente, perché nonostante tutto si sottrae quasi sempre, e se appare, è artefatta, in posa, innaturale . L’umanità di Vivian Maier le assomiglia, è in definitiva la sua umanità, qualcosa d’imprendibile e di labile a un tempo, per quanto non c’è nessuna delle foto che ha scattato che non contenga qualcosa di memorabile.
Il segreto della sua arte è in quel silenzio, oltre naturalmente che nel suo sguardo, l’unica cosa che ci resta davvero.
A cura di Emanuele Davi