Full-immersion

MISTA, TELA

Informazioni tecniche
  • Codice Gigarte.com:GA57583
  • Misure:80 cm x 60 cm
  • Tecnica:MISTA
  • Stile:astratto
  • Supporto:TELA
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Descrizione

Jackson Pollock amava dire che “ogni buon artista dipinge solo ciò che è” quando la crisi del ‘principio di realtà’ aveva già contaminato l’universo dell’arte smontando e ribaltando definitivamente i modelli di rappresentazione conforme e biettiva dall’impressionismo o dall’espressionismo in poi. E’ per questa ragione che Ernst H. Gombrich nel suo capolavoro ‘La storia dell’arte’ parla di “uno stato d’animo mutato anziché di un nuovo stile”, sostenendo “che è fuorviante vedere gli stili in successione come soldati in parata. Ed è a causa di questa teoria del mutamento che i critici non hanno più il coraggio di criticare e sono divenuti invece semplici cronisti.” Lo stesso Gombrich stupisce quando sorprendentemente, all’inizio della stessa opera, scrive: “Non esiste in realtà una cosa chiamata arte. Esistono solo gli artisti: uomini che un tempo con terra colorata tracciavano alla meglio le forme del bisonte sulla parete di una caverna e … nel corso dei secoli fecero parecchie altre cose.”
La rivoluzione dei canoni nei modi e nelle tendenze di comunicare in arte, con l’abbandono del figurativismo classico, segna l’inizio di un’esplorazione psicologica sempre più intima, sofferta, celebrale ed introspettiva dei paradigmi che guidano la mano dell’artista, qualunque mezzo esso utilizzi come tramite ultimo per la trasmissione del suo pensiero. L’interiorità Junghiana dell’autore si proietta sulla tela e si delinea in senso topologico, cogliendo il valore e il mistero delle superfici dove le concrezioni materiche percorrono imprevedibili sentieri in cui la cultura dello spazio interagisce con quella del tempo, producendo eventi e proprietà emergenti dalla storia narrativa di quello specifico percorso pittorico. Il disagio esistenziale dell'artista si fa direttamente materia. Colori, linee e superfici, in assenza di un ordine prestabilito di conoscenza e di valori, ovunque generano spazio in cui inconsciamente l’intenzionalità e la consapevolezza dell’artista abdicano.
Si può rimanere estranei alla prospettiva, ma mai si può eludere né il colore, né il segno ed il gesto.
Lo statuto dell’arte Informale incoraggia e sostiene questo tentativo di risolvere e di trovare in sé i canoni di spazio e materia, forma e struttura, segno e colore e gesto. E proprio quest’ultimo viene fortemente enfatizzato come unico momento veramente creativo che può delinearsi come simbolo, attraverso il taglio della tela o come protesta che si materializza in macchie più o meno informi. Così lo spazio non è più il luogo geometrico ideale dove collocare un oggetto o dove un solido o una figura decidono di autoallocarsi o di autorappresentarsi all’interno di un sistema di coordinate cartesiane x, y e z che ne connotano i confini esatti ed assoluti, per sempre. Lo spazio è reversibile e conservativo
Il tempo poi è tempo degli eventi o memoria di essi. Nell’arte Informale due colori si incontrano, si riconoscono, scambiano energia, collidono e, dopo la collisione, seguono traiettorie diverse, assumono forme, sfumature e toni diversi e, in ultima analisi, un diverso contenuto estetico. La loro relazione contiene l’informazione dell’evento, portando in sé la memoria della collisione. Per Ilya Prigogine “il tempo non oppone più l’uomo alla natura ma, al contrario, segna l’appartenere dell’uomo ad un universo inventivo e creativo.” Il tempo per l’artista è nella materia, è nella realtà molecolare dei colori, è parte integrante di un processo biologico e, dunque, è un fluire in relazione costante con la memoria del passato e la proiezione verso l’avvenire. Per Bergson ”il tempo è invenzione o null’altro, la creatività è il motore della vita e dell’evoluzione biologica.” La sua “pura durata” è la nostra esperienza intuitiva di un processo più intimo in cui ogni momento è implicato in tutti gli altri momenti e ammonisce di non commettere un errore di concretezza confondendo l’astratto per la realtà. Possiamo sentire di non essere nel tempo ma sentire il nostro spazio, sentire come il tempo sia un modo di definire la dimensionalità dello spazio. La definizione, però, più poetica e misteriosa del tempo, oltre a quella famosa di «so il tempo finché non lo devo dire», è quella agostiniana di «extensio animae, proprio perchè l’idea di estensione è fortemente spaziale ed è maggiormente avvertita da un artista come una rivelazione straordinaria nel momento stesso in cui colloca il tempo dentro i confini finiti di uno spazio telato.
Occorre più in generale nel mondo dell’arte, in definitiva, uscire da un certo modo di pensare legato alla nostra evoluzione sulla superficie stabile della Terra ed entrare in un modo di pensare più astratto che ci sarebbe stato imposto se il nostro destino fosse quello di creature vaganti nello spazio tra oggetti che si muovono in esso in tutte le direzioni. Dobbiamo imparare ad orientarci in mancanza di un sistema di riferimento solido e rassicurante come la Terra.
Le nuove tendenze in arte sono dunque mutuate dalle sconvolgenti previsioni scientifiche maturate nel corso del XX secolo nel campo della fisica relativistica e quantistica e si enucleano, sin dall’origine, attorno al rivoluzionario ed innovativo concetto dello spaziotempo non euclideo e, più in generale, orbitano attorno ai pilastri concettuali del Relativo,dell’Indeterminato e dell’Irreversibile che hanno sconvolto e irrimediabilmente rivoluzionato la nostra visione epistemologica del mondo, in tutti i campi del sapere.
Spazio e tempo non più uniformi ed assoluti, materia/antimateria ed energia indissolubilmente avvinti da un destino comune, caos ed entropia inesorabilmente crescenti, ormai rendono meno vuota ed isolata l’esistenza non solo delle singole particelle disseminate nel cosmo, ma soprattutto di noi uomini consapevoli di essere “…dei nani seduti sulle spalle di giganti per poter vedere di più e più lontano di loro, non perché siamo più in alto o perché abbiamo una vista migliore, ma perché siamo stati trasportati in alto e ci avvaliamo della loro gigantesca grandezza”. (Giovanni di Salisbury, Metalogicus).
Così come all’inizio della storia del nostro universo lo spazio non esisteva ma si è creato e si crea man mano che la materia si espande ed il tempo non era altro e non è altro che movimento, così, in analogia al big bang, l’artista moderno/contemporaneo genera e trasfigura lo spazio man mano che il suo pensiero si dilata e il suo divenire e la sua cineticità ne delineano le forme e le evoluzioni pittoriche.
L’arte contemporanea è “creazione dell’improvvisazione, il caos più perfettamente organizzato dell’universo” (Ernesto Che Guevara) in uno spazio delle idee-forma di una immaginaria e nebbiosa Platonia, dove l’artista vive la sua esperienza cercando quelle in-formazioni che ci aiutino a prevedere il futuro, per proiettarci in esso. Il mondo dell’arte è un sistema irriducibile perché le proprietà delle sue componenti non possono essere rivelate attraverso la riduzione dell’osservazione del comportamento delle sue componenti. E’ necessario osservare l’opera nella sua interezza attraverso connessioni dirette ed indirette. catturarne il messaggio estetico in quanto ogni cosa al suo interno dipende dalle altre. Pascal ribadiva che “L’intero è più della somma delle sue parti”, mentre Gödel dimostrava come non fosse possibile dare una descrizione dettagliata, completa e comprensibile del mondo se questo è osservato al suo interno. Non esiste dunque l’arte se non esiste l’artista e,almeno, un osservatore esterno.
Ed è concludendo questo il tipo di preparazione mentale che si richiede e di cui aver bisogno per capire le idee sviluppate da Anna Maria La Torre nei due lavori Full immersion e Binomio, presenti in questa mostra collettiva e che possiamo scorgere nella sua più recente produzione artistica.
Anna Maria La Torre in queste ultime opere da il là ad una decisa separazione dai moduli con presenze di ispirazione figurativa caratterizzanti il suo precedente iter pittorico. Lo strappo è percepito come una liberazione da una visione del mondo dettata da altre necessità, a volte di sussistenza, che non consentivano di scavare in profondità nel proprio pensiero per fare emergere immagini e sensazioni nascoste da tempo, ma pronti ad esplodere al momento opportuno. Ci conforta qui citare il testo di Afro sul ‘colpo di coda’ verso l’Informale pubblicato su Pittori italiani d’oggi di Lionello Venturi:
“Da tempo provavo un certo disagio di fronte al mio lavoro: ero estraneo al quadro che realizzavo come se non rispondesse ad uno svolgimento, ad una necessità interiore che diveniva più urgente e precisa… certi elementi figurativi, anche filtrati al massimo o ridotti ad abbreviazioni ideografiche, di cui prima avevo sempre creduto di aver bisogno, ora mi apparivano detriti malinconici, familiari come cifre, ma non veri. Sentivo il mio lavoro lontano da me perché non mi bastava rappresentare una realtà di fantasia, di sogno o di memoria esistente oltre il quadro… ma volevo che quella realtà si identificasse con la pittura e la pittura divenisse la realtà stessa del sentimento, non la sua rappresentazione.”
Anna Maria La Torre, dunque, lascia accadere nuovi eventi con la spontaneità del caso o con la fantasia del sogno, ma non li crea. I vortici e le macchie di colore fanno evidente riferimento ad un'impostazione di tipo informale, mai di tipo descrittivo.
L’artista trasforma la superficie bidimensionale in una cassa armonica come luogo ideale di risonanza interiore da cui fare emergere la dimensione di embedding di campi cromatici che, con la sovrapposizione di più toni e colori, attraversano da un capo all'altro quasi obliquamente dal basso verso l’alto da sinistra a destra la tela, inducendo, con la propria presenza fluidodinamica, vorticosi moti che sospingono la materia verso potenti ricchi ruscelli attrattori di una coscienza che tenta di recuperare l’autenticità della realtà, ingorgandosi e aggrovigliandosi all’infinito.
In questo spazio delle fasi dell’animo l’entropia miscela i colori in tinte, toni, sfumature in cui il rosso, il giallo ed il verde simboleggiano il sangue e la vita, l’azzurro la trasparenza dei sentimenti, il nero la negazione e il vuoto ed infine il bianco la visione olistica del tutto. Il colore, a volte denso e pastoso, a volte filamentoso, scorre, con toni caldi e tersi e caoticamente senza vincoli, a larghi tratti mai campiti, solarizzando la tela, ad eccezione dei neri.
In particolare in Full immersion questa corsa o attraversamento coloristico-materico si svolge con continuità proiettandosi oltre i confini fisici della tela. Si noti in fuga verso il centro la presenza periodica della A di Anna come testimonianza autobiografica dell’autrice la quale viene coinvolta e trascinata violentemente dalla focosa ed inarrestabile piena emotiva.
In Binomio, invece, si delinea una simmetria attorno a due attrattori emocosmici, simmetria evidenziata dalla discontinuità centrale creata da una frattura bianca, che appare come una rilegatura di un libro della vita tutto da leggere e decifrare o come una membrana che osmoticamente viene attraversata da un flusso continuo di materia in espansione. Il “tutto a posto” dei colori in questo caso appare più evidente per l’equilibrio delle forme rispetto all’altra opera caratterizzata da una maggiore convulsione febbrile per la presenza di molti attrattori contigui che interagiscono con una mutua forza gravitazionale, inducendo una deframmentazione che squarcia, dilanea e delinea senza pietà.
“Il rosso, il nero e il giallo sono i colori del sacrificio, di un cuore ancora palpitante estratto dal corpo della vittima, quel cuore che gli antichi egizi pesavano con il contrappeso di una piuma prima dell’ultimo viaggio” (Daniela Fileccia Afro, Rito, Simbolo e Mito)
In entrambi i lavori comunque si evidenzia una visione caleidoscopica che ci ricorda i 12 Kaleidoscope del 1991-1992 del pittore greco Apostolos Yayannos
Non è dunque solo l’evento cosmico a dominare la scena ma l’humus biologico insieme ad esso.
La forma, come in una danza sciamanica geometricamente convulsa, si tras-forma in colore numinoso che, pieno di premonizioni enigmatiche, impregna di pittura le proprie idee con grumi, gorghi e schemi cromatici di grande suggestione visiva e soffusi di magia e/o di mistero.
La materia, infine, si presenta improvvisamente in primo piano e tutti i possibili accostamenti manifestano una propria energia creativa.
Mi piace chiudere questa presentazione con una citazione di una frase di grande fascino e verità dell’artista Salvatore Provino: “Quando quel quadro non sono più io…”
Così, quando il gesto artistico non è più confinato all’interno della propria opera, ma si riconosce fuori di esso e si confronta con il mondo cui appartiene e cui ci lega, tutto, allora, può diventare arte, così come è possibile che nulla effettivamente lo sia.

Martino Rapisarda

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  • Codice:GA57583
  • Tipo:Pittura
  • Archiviata il:sabato 15 ottobre 2011