BEPPO ZUCCHERI Documentare per immagini pensieri costanti

Ci sono momenti in cui ci si chiede che cosa ci sia dentro ad un dipinto che riesca ad emozionare, che funzioni su di noi, che agisca nelle nostre sensazioni evocando quasi ricordi privati, immagini nella memoria più remota, momenti vissuti e a volte sepolti dalla quotidianità. E’ sempre più raro ma a volte è ancora possibile.
Opere di questo tipo ci rimangono impresse perché raccontano qualcosa direttamente a chi guarda, come fosse un sussurro all’orecchio, una cosa assolutamente privata. Ma se questo accade a molti osservatori davanti alla stessa opera significa che lì dentro ci sono, tradotte in immagini, leggi universali che ognuno declina dentro di sé, a modo suo. Nudi, paesaggi, angoli di mondo, figure in ombra sono attori di un dramma che si perpetua e che ogni volta assume caratteristiche nuove, soggettive. Le sue opere hanno questa forza e forse anche qualcosa in più.
Beppo Zuccheri è un artista che si mette in gioco anche se per lui la pittura è tutt’altro che un gioco. E’ un’ ossessione piuttosto che una passione, non può farne a meno, dice, anche se a noi piace pensare che sia la pittura a non poter fare a meno di lui. Quando si accinge a dipingere, allestire, montare, costruire, Beppo Zuccheri mette le sue mani al servizio di qualcosa che deve nascere. Lo lascia venire alla luce senza troppo ostacolare la naturalezza dell’evento. E’ per quello che a noi sembra così familiare. Egli si denuda di ogni artificioso stratagemma concettuale e fa arte senza paura. Non teme giudizi, non si nasconde dietro temi vendibili, soggetti incomprensibili e quindi non giudicabili, né maschera il suo pensiero con soggetti confortanti.
Anzi.
I suoi quadri sono scenografie all’interno delle quali i soggetti, complessi, articolati ed eloquenti, spiccano per la loro eleganza oppure per la loro crudeltà, senza mediazioni. Sceglie accuratamente gli attori della rappresentazione, relitti o splendidi nudi, per affrontare temi magniloquenti, storie che hanno segnato la cultura dell’umanità.
I suoi lavori sono ipotesi emotive, luoghi in cui è possibile davvero riconoscere la propria storia o una storia che ci è stata tramandata dalla tradizione classica, sono attimi di vita di ciascuno, reali o mitologici che affondano visivamente nel nostro presente, nel momento in cui li osserviamo. La loro storia, i loro resti ci guardano negli occhi. Portano le tracce di quello che è stato e di quello che Beppo ci vuole raccontare.
Anche i vuoti urlano. Quello che non è sulla superficie, il non detto, il non mostrato, il censurato ha senso tanto quanto il resto. Perché in fin di conti la storia esiste solo se viene raccontata in tutti i suoi anfratti, luminosi o bui essi siano e in queste opere riprendono vita storie profondamente interpretate dall’artista. Scritte illeggibili perché troppo rapide o perché cancellate diventano accenni a scritture antiche forse male interpretare, geroglifici attuali che rimandano alla impossibilità comunicativa, agli attriti tra differenti linguaggi. Sono ammissioni amare, dichiarazioni di quella consapevolezza propria di chi ha vissuto per secoli attraverso la storia. Scale che salgono ma non sfondano, oggetti reali che palesano la bidimensionalità della superficie, bende sugli occhi come silenzi visivi, come divieti. Zuccheri toglie. Toglie abiti, toglie la libertà ai suoi soggetti legandoli, toglie dettagli che spiegano, nasconde dietro drappi parti di racconto, cancella, priva della funzione originaria tutti gli oggetti che poi si trovano imbalsamati sui suoi lavori. Sono però quei vuoti che ci chiamano, non solo a guardare bene ma anche ad ascoltare.
Basta guardare anche se viene voglia di toccare, di avvicinarsi, annusare, sfiorare… mettersi dove il quadro lo chiede, in quell’esatto punto da cui esso ci può osservare. I suoi lavori ci pongono domande puntuali, sanno sollevare questioni precise, ci fanno dare, a volte risposte inconfutabili.
Composizioni, pezzi di realtà che vengono rimaneggiati, riutilizzati, assemblati e ricomposti per assumere nuovi significati e nuove funzioni. Bulloni che diventano gioielli, corde che diventano scale che portano al cielo, pezzi di legno che diventano sipari. Sbaglia chi parla di Arte Povera nel suo caso. Sbaglia chi crede sia una derivazione del ready made si tratta piuttosto di una congregazione di oggetti coscienti che si riuniscono per dare luogo a dimostrazioni sui concetti di movimento mettendo in rapporto lo spazio della tela con il tempo da cui proviene e che essa riesce a comunicare. La presenza di questi oggetti reali, rende la pittura più vicina all’installazione, alla tridimensionalità operativa dell’arte dove l’assemblaggio caotico riesce a condursi in un ordine perfetto, sia strutturale che di lettura…. Pare proprio che tutto il visibile diventi funzionale. Ogni oggetto ha la possibilità di assurgere a nuova vita, ogni tipo di materia può sfruttare le sue caratteristiche per servire ad altro, anche il lavoro di altri artisti è per lui uno strumento di lavoro: se si possono riconoscere sulle sue tele delle somiglianze, dei rinvii alla produzione artistica di alcuni grandi del Novecento, non è perché ci siano delle influenze o delle ispirazioni, né tanto meno delle citazioni o degli omaggi. Alcuni lavori vengono trattati da Zuccheri con modalità che possono ricordare altri solo perché queste sono funzionali: un soggetto visto in un certo modo o un materiale usato in quell’altro sono componenti della cassetta degli attrezzi, servono come il colore o la spatola, fanno parte anch’ essi di un alfabeto che è assolutamente unico e che non si avvale di cose già dette.
Ogni suo prodotto, mai finito, sempre rimaneggiato è un punto d’incontro tra la magniloquenza dei temi filosofici dei soggetti mitologici e la cruda presenza di materia grezza. Mito e scarto. Due estremi di una stessa tensione che nonostante tutto si posso incontrare sulla stessa superficie, possono parlare lo stesso linguaggio, possono unirsi, fondersi, confondersi per generare una nuova realtà visiva. Ed entrambi hanno lo stesso peso, la stessa importanza, si nutrono a vicenda per condurre lo sguardo tra le pieghe dei dettagli e tra le fughe della prospettiva.
Dal tema alla tecnica tutto conduce ad una salda unità di pensiero. Quasi come se fosse possibile ipotizzare un sistema frattale di idee più che di forme: quello che viene detto vive nel dettaglio e nell’insieme allo stesso modo, con la stessa dignità, stessa divinità. Questo è possibile perché c’è un’elaborazione complessiva dietro a tutto ciò, non solo una riflessione momentanea sul soggetto che sta elaborando: il più piccolo gesto è eloquente tanto quanto l’intero dipinto e tanto quanto tutta la sua produzione degli ultimi anni.

di Chiara Casarin
Curatrice
2013

Opera di riferimento

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