Beppo Zuccheri

Chaotic, unsettled, “babel”....Beppo Zuccheri sometimes uses such adjectives in order to define himself and his work and gets to regard chaos as the main source of his work's inspiration. Yet, if any interpretation can be restrictive and misleading, here it makes clear the reasons and meanings by actually showing various aspects of the artist's personality.
Beppo Zuccheri's art can be considered chaotic and unsettled only within the positive accepted meanings of the words, that is, in his capability of constantly bringing himeslf all up for discussion, of choosing again, of manipulating and transforming mistakes, of having different styles meet, of finding his way in chaos. Such capability of finding his way within chaos, of finding a path, though narrow, in the tangle of possibilities, of finding identity in the atavic conflicts of feelings is indeed extraordinary.
So, if in his work we recognize signs and techniques referable to more or less renowned pictorial experiences, it is interesting how his education may find deeper roots in poetry, philosophy, cinema, mythology and science.....therefore Rimbaud, Kubrik, Jung, Nietzsche, Majakovskij, Cecco Angiolieri represent the true reference, the real masters. And it is as if such chaos of readings, visions, thoughts, awesomeness were collected from time to time, were distilled and transformed into form, image, colour. It is as if from a high (and chaotic) knowledge the gesture, the artistic doing, and thus the work would come out. Not only as vent or liberation or, at least not only as such, but as the one and only possible way of expression, of escape from boredom, of pursuit of oneself.
Perhaps right in the inevitable and painful attempt to generate a dancing star.
For such an eclectic temper the techniques must be different, mixed, sometimes muddled: oil, tempera colours, acrylic, enamel inserted with the most unlike materials, fabric, glass pieces, concrete, mirrors. In the attempt to define images, to give substance to them, to remove them from an extreme abstractionism.
In Beppo Zuccheri's works the sign is fresh and lacks hesitation, when it gets to text it becomes provocative, often deliberately incomprehensible. And it becomes ostentatious lack of communication, devolution of language to its primordial stage. Or perhaps, language evolution for those who, as he, feel like a primate (presumptuous) among many homo sapiens. An essential and primeval language exactly like that pure sign, hollow and fierce, drawing dumb faces or poetically suspended women's nudes.
In such a silent mankind Zuccheri also and above all sees the conflict between good and evil, the eternal contraddiction which is partially his, too. And he keeps it at a distance and watches such a mankind away from here; and he tells about it and tells about himself.
Then, in this tale, out of nowhere, images and figures return. They seem lost in time but they remain impressed in some way, they resurface even though hidden within the matter.
So, if the sign carves, deeply, and painfully tears it is the colour that upsets.....
Beppo has a complete mastery of colours, the same self-confidence of he who has “chosen”. His colours do not show off: his colours contrast, dare, they often challenge.
They speak about restlessness and shades. They speak about earth and mud, of grass and home, of huge skies and concealed waters: breathed colours lived ever since. Colours like stories to be told.......voices superimposing.

Caotico, disordinato, "babelico"… Talvolta Beppo Zuccheri usa questi aggettivi per dare una definizione di sé e del suo lavoro, arrivando a considerare il caos come la reale fonte d'ispirazione della sua opera. Eppure, se ogni interpretazione può essere limitativa o fuorviante, qui esplicita motivazioni e significati, mettendo davvero in luce molti aspetti della personalità dell'artista.
L'arte di Beppo Zuccheri può definirsi caotica e disordinata solo nell’accezione positiva dei termini: ossia nella capacità di mettersi perennemente in discussione, di scegliere nuovamente, di manipolare e trasformare l'errore, far convivere stili diversi, orientarsi nel caos. Straordinaria è proprio quella sua capacità di "orientarsi nel caos", di trovare una strada, un sentiero anche sottile, nel groviglio delle possibilità, un'identità nei conflitti atavici del sentire.
E se si riconoscono, nel suo lavoro, segni e tecniche riconducibili a esperienze pittoriche più o meno note, è interessante far caso che la sua formazione trova radici più profonde nella poesia, nella filosofia, nella storia, nella mitologia e nella scienza… Quindi Rimbaud, Kubrick, Jung, Omero, Cecco Angiolieri i veri riferimenti, i veri maestri. Ed è come se quel caos di letture, visioni, pensieri, suggestioni, sia stato raccolto, distillato e trasformato in forma, immagine, colore. Come se da un sapere alto (e caotico) derivasse il gesto, il fare artistico e quindi l’opera, non solo come sfogo o liberazione, o almeno non solo, ma come unica possibile modalità d'espressione, fuga dalla noia, ricerca di sé.
Forse proprio in quell’inevitabile e doloroso tentativo di generare una stella danzante.
E le tecniche, per un'indole così eclettica, devono essere diverse, mescolate, talvolta scomposte: olio, tempere, acrilici, smalti, con l'inserimento dei materiali più diversi, stoffa, pezzi di vetro, cemento, specchi o addirittura veri e propri oggetti. Nel tentativo di definire le immagini, di concretizzarle e di allontanarle il più possibile da un astrattismo estremo.
Nelle opere di Beppo Zuccheri il segno è fresco, privo di esitazioni e quando si fa testo, diventa provocatorio, spesso incomprensibile. Un’ incomunicabilità ostentata, una devoluzione del linguaggio al suo stato primordiale. O forse un’evoluzione del linguaggio per chi, come lui, si sente un primate illuminato e presuntuoso in mezzo a tanti homo sapiens. Una lingua essenziale e primitiva, esattamente come quel segno puro, scavato e feroce, che traccia volti muti o poeticissimi sospesi nudi di donna.
E in quell’umanità silenziosa Zuccheri vede anche e soprattutto il conflitto tra il bene e il male, quell’eterna contraddizione che in parte è anche la sua. E ne prende le distanze, e la osserva da lontano quell’umanità; e la racconta e si racconta.
In quel racconto poi, da chissà dove, ritornano immagini, figure che sembravano perse nel tempo ma che rimangono impresse in qualche modo, che riemergono anche se nascoste dalla materia.
E se il segno incide, profondo, lacera dolorosamente, è il colore a turbare...
Beppo usa i colori con una padronanza assoluta, con la sicurezza di chi ha "scelto". I suoi colori non ostentano: i suoi colori contrastano, osano, spesso sfidano. 
Parlano di inquietudini e di ombre. Parlano di terra e fango, di erbe e di casa, di cieli enormi e acque nascoste: colori respirati e vissuti da sempre. Colori come storie da raccontare... voci che si sovrappongono.

di Valentina Gasparet Valentina Gasparet, has a degree in Arts History and Critics at Ca' Foscari University in Venice. She has been dealing with communi
Scrittrice
2011

Opera di riferimento

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