CROMATICHE FANTASIE

La pittura di Maurizio D’Egidio nasce sull’idea di un racconto ricco di annotazioni fantastiche, a tratti fiabesco, a tratti più ironico.
Un universo popolato da immagini che vivono un rapporto di reciproca relazione, all’ interno di una sorta di rete associativa fatta di collegamenti mentali carichi di forza evocativa. Immagini che scaturiscono sempre dall’esperienza quotidiana dell’artista, sia da episodi importanti e sia da semplici particolari che lo colpiscono e restano intrappolati nella sua memoria per essere poi restituiti in uno straordinario assemblaggio della fantasia.
In tal senso mi piace ricordare una frase del grande Pablo Picasso, molto significativa e spesso citata per far comprendere il fatto che la pittura si ponga sempre come una costruzione autonoma, indipendente anche da quegli elementi visivi che l’hanno generata: “L’arte astratta non esiste. Devi sempre cominciare con qualcosa. Dopo puoi rimuovere tutte le tracce della realtà”. Questo significa che l’idea dell’oggetto non scompare e lascia la sua impronta originale che è l’impronta non dell’oggetto in senso generico ma di quell’oggetto che ha colpito l’artista.
Un mondo colorato e fantastico, ben sintetizzato dalla grande tela Ma la tigre non ride, magnifica Kermesse circense di sogni e paradossi. Un mondo di contabili, progettisti, dentisti ed uomini di legge ma anche di cantautori, poeti e cantastorie, di funamboli, uomini invisibili, domatori e pagliacci, protagonisti di un racconto che passa attraverso un linguaggio pittorico e che li emancipa dalle situazioni e dagli avvenimenti della realtà che li ha originati. Se il fatto in sé sembra non contare più molto, se non come input iniziale, ciò che ha ruolo è colui che lo rappresenta, cioè il pittore, con la sua specifica personalità artistica, la sua sensibilità, il suo ingegno, il suo lessico, la sua consapevolezza tecnica. Ed insieme all’artista, ciò che rimane è, ovviamente, il dipinto, con la sua forza vitale, il suo diritto ad esserci, e dunque la sua autonomia, espressione di una verità che non potrebbe essere detta, sussurrata o gridata diversamente.
L’esperienza delle immagini di D’Egidio vive profondamente il piacere del colore anzi, si nutre della meticolosa ricercatezza delle tinte, sempre molto accurate, discontinue e vivaci che contrastano con l’assolutezza del bianco del fondo, il campo dove si compie il miracolo della nascita (la vita del dipinto). Uno dei maggiori esponenti dell’arte astratta del Novecento, il russo Kandinskij, ci insegna nel suo trattato Lo spirituale nell’arte, che il bianco corrisponde ad un grande silenzio, la giovinezza del nulla, carico di potenzialità. Ed è proprio su questo silenzio, freddo e glaciale, che l’artista interviene, pur lasciandone intenzionalmente la traccia nel fondo stesso della tela.
Altri elementi che reputo importanti sono: l’impianto compositivo e il dinamismo delle immagini. Riguardo al primo, abbiamo un vero e proprio microcosmo organizzato in uno spazio magnetico che coincide con quello bidimensionale della tela, dove tutto deve rientrare, anche se a fatica, per trovare la propria dimensione, il proprio ruolo, in una successione di piani ed in un affastellamento di forme che appartengono alla sfera del visionario, laddove le regole della realtà, statiche e fisiche non valgono più nulla. Circa la mutevolezza dei suoi soggetti figurativi, sempre sul punto di trasformarsi e di essere assorbiti da un Tutto che li governa, assistiamo compiaciuti ad un gioco in cui nulla pare immobile, in un percorso di affascinanti e fantastiche contaminazioni, in un flusso continuo e vitale di perpetue fluttuazioni, in un dinamismo che appartiene alla vita contemporanea e che, a tratti diviene esplosivo come, ad esempio, in Note di una sirena, mentre altrove si fa implosivo, come in L’Armonia di un suono comune.
Un ulteriore argomento su cui concentrare le nostre attenzioni è quello della musica, intesa sia come presenza iconografica all’interno del racconto e sia perché essa pare sottoscrivere l’intero snodarsi delle storie, scandendo il ritmo stesso della narrazione, trasformando persino i colori in melodie cromatiche capaci di vivere armonie e contrappunti. La musica e l’esperienza del pianoforte, strumento tanto amato dall’artista, sono una componente fondamentale all’interno di quel processo di rielaborazione fantastica della realtà in cui i personaggi rappresentati paiono quasi sciogliersi sotto l’effetto delle note che talvolta compaiono anche in qualità di elementi grafici.
Si comprende bene che tutto quello che all’apparenza potrebbe sembrare semplice, in realtà non lo sia affatto e che la verità di un dipinto resta sempre una costruzione complessa, in cui partecipano tante esperienze Si comprende che non esiste mai una sola chiave di lettura e che non vadano mai cercate risposte. Piuttosto, lasciamo all’ arte di Maurizio D’Egidio la magnifica possibilità di esercitare quelle domande che ci offrono uno spunto di riflessione e ci aiutano ad accettare l’incomprensibilità della vita.

di Maria Cristina Ricciardi
Critico D'Arte
2019

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