Sull’opera pittorica di EVA FRIESE

Solarità è un termine col quale si distingue la qualità di ciò che irradia una luce su chi osserva. L’impatto immediato con l’arte pittorica della Friese consiste principalmente nella sensazione di essere inondati da una forza prorompente di luce che emana dalla tela come da una finestra aperta sul mondo dell’armonia dei colori e dei loro archetipi. Rispetto alla maniera tradizionale dell’arte pittorica (tipicamente invalsa a partire dal tardo-rinascimento con Caravaggio) tutta tesa a catturare la luce esterna per disvelare la forma nascosta all’interno, in una sorta di meditazione introversa, la modalità scelta dalla Friese si propone quasi come rottura coi canoni del sensazionalismo di contrasto (luce/ombra), per diventare un mezzo della comunicazione del vero e del bello senza il filtro del pennello ma con il velo del simbolo. La luce è già nel teatro dei colori che si stende sulla scena circoscritta dalle tele della Friese, e da qui si irradia su chi si sporge a guardare.



A partire da questa scelta, l’arte che ne deriva si dimostra uno strumento efficace di esaltazione del senso visivo e contemporaneamente una esperienza di attrazione centripeta dentro la spiritualità del simbolo. Non è casuale osservare una figura creata dall’autrice e sentirsi parte dell’opera, cioè presente dentro la scena che si sta osservando. Questo mi sembra essere infatti il nuovo dell’esperienza artistica della Friese: aver posto le condizioni per ristabilire un nuovo rapporto tra arte e fruitore. L’opera diventa una estensione del senso ottico e spirituale di chi guarda in una dimensione che va oltre ciò che è veduto e percepito.



Se l’esempio può aiutare, l’arte può essere paragonata nella prospettiva impressa ad essa dalla Friese, a uno strumento, qualsiasi strumento, possa servire all’uomo per ottenere dai propri sensi e mezzi naturali molto più di quello che essi altrimenti darebbero: una lente d’ingrandimento concede all’occhio, anche il più accorto, una estensione visiva che da solo non otterrebbe; una bicicletta dà alle gambe una potenza di velocità nel movimento che da sole non potrebbero mai sperimentare. Analogamente, l’arte viene dimostrata dalla Friese come una capacità personale di accellerazione della propria comprensione, una capacità estensiva della propria visione. Ma l’arte non è mai una cosa, come lo sono gli strumenti, l’arte è la capacità personale di stare dentro l’arte: di non essere solo fruitori come spettatori di una cosa, ma fruitori come attori nella scena che si rappresenta.



L’invito dell’autrice è pertanto un invito a uscire dalla vita per entrare nel suo/nostro teatro dei colori.











Prof. Dott. Rino La Delfa



Docente di Ecclesiologia e Mariologia



Facoltà Teologica di Sicilia, Palermo



Docente di Filosofia della Religione



Maryland University

di Prof. Dott. Rino La Delfa
Docente di Ecclesiologia e Mariologia Facoltà Teologica di Sicilia, Palermo Docente di Filosofia della Religione Maryland University

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