Tradurre nel colore infinite emozioni

TRADURRE NEL COLORE INFINITE EMOZIONI

Una travolgente passione per la pittura segna la pluriennale attività artistica di Nino Santomarco, traducendosi nella coerente e continua ricerca di un personale linguaggio espressivo che nel tempo ha conseguito i contorni di una matura e peculiare poetica. Essa si coniuga con l’amore per una terra che è al contempo musa ispiratrice, fonte di sentimenti contraddittori, paradiso insulare in cui si mitiga ogni tensione come nelle consolatorie braccia materne.
La bellezza tragica e struggente dei luoghi ammirati da sempre, la luce straordinaria che ne avviva i colori in ogni stagione e avvertita da ogni uomo che vi abbia posato piede, sono stati i paradigmi della tenace volontà di eternare tale immagine, avvalorandone la magia che ne fa un luogo unico e irripetibile su cui il Mito aleggia più che la Storia: nei versi di Omero (Odissea, XI) se ne ravvisa tutto l’incanto: “Allora incontro ti verran le belle / Spiagge della Trinacria isola, dove / Pasce il gregge del Sol, pasce l’armento.”
Si tratta di quella Sicilia vissuta ora come Madre, ora come luogo di esilio, o come meta di incessanti ritorni, così come espresso nelle parole di Vincenzo Consolo (Le Pietre di Pantalica, 1999): “Io non so che voglia sia questa, ogni volta che torno in Sicilia, di volerla girare e rigirare, di percorrere ogni lato, ogni capo della costa, inoltrarmi all’interno, sostare in città e paesi, in villaggi e luoghi sperduti, rivedere vecchi e persone, conoscerne nuove. Una voglia, una smania che non mi lascia star fermo in un posto. Non so…”.
O di quell’altra, aspra e tormentata, in cui trova riflesso “questa violenza del paesaggio, questa crudeltà del clima, questa tensione continua di ogni aspetto…” lamentate per bocca del Principe di Salina da Giuseppe Tomasi (Il Gattopardo, 1958). Sembrano riecheggiare tali parole le assolate campagne accese dall’oro del frumento, dipinte dal Nostro, in cui i contadini siciliani affrontano la calura e la durezza del lavoro con rassegnazione, bevendo un sorso di vino e asciugando i grondanti sudori. O le ghiaiose marine, aggredite dalle onde che si polverizzano in grigia salsedine, dove i pescatori tirano in secca le barche per sottrarle alla furia degli elementi.
Una Sicilia ancora diversa è il soggetto di numerose altre opere, quella che lasciamo descrivere a Goethe (Viaggio in Italia, 1817): “La purezza dei contorni, la morbidezza di ogni cosa, la cedevole scambievolezza delle tinte, l’unità armonica del cielo col mare e del mare con la terra… chi li ha visti una sola volta, li possiederà per tutta la vita”.
Sequenze di visioni, come continuo viaggio lungo il periplo dell’isola e negli ondulati rilievi in esso compresi, disvelano sensazioni che si traducono in estasi: coste, isole, distese aride e coltivate, rilievi, vulcani, profili di città sonnecchianti su colline boscose, declinano quei paesaggi dell’anima che seguono i percorsi della memoria per tornare – proiettati sulla tela – a raccontare con linguaggio traslato l’universo interiore dell’Artista.
La rappresentazione dell’Etna e delle sue rocce fuse si fa drammatica: il colore si addensa e costruisce i contorni, dominato da tinte calde e brune, lumeggiate da lividi riflessi, stese con pennellate fluenti e di insolita pregnanza. Nel quadro il pittore dipinge la turbolenta “fucina di Efesto” con spiccata abilità: viene alla mente (e appare così inadeguata) la definizione del viaggiatore inglese P. Brydone (Viaggio in Sicilia e a Malta, 1773): “Non v’è immaginazione al mondo che abbia avuto l’ardire di rappresentare una scena così meravigliosa. Non v’è sulla superficie del globo alcun altro punto che riunisca in se’ tanti particolari impressionanti e sublimi”.
Alla stagione di attività durante la quale Santomarco è stato affascinato dai cangianti aspetti del territorio siciliano, è seguita da qualche tempo quella che attiene ad una significativa evoluzione tecnica e formale; il sempre più frequente uso della spatola e di una materia pittorica che si fa ribelle, trascendendo e trasfigurando le forme, ha dato vita ad una pittura assai personale in cui la rappresentazione del paesaggio stesso si stempera, si rende plastica e dinamica, andando incontro ad un processo di sempre maggiore astrazione. Le cromie si estendono, virando dagli azzurri acquamarina ai blu oltremare, dal grigio cenerino al fulvo, dal verde malva all’amarantino, dall’ocra ferrigno al vermiglio, dall’opalino al giallo dorato.
Nella tela l’impasto ribolle, schiumeggia, si increspa, si fonde, cangia, sfuma, trascolora con incredibile libertà, con una inaspettata gamma di gradazioni. Si libera dell’artista ogni energia, si traducono in colore infinite emozioni, calandosi nelle innumerevoli tonalità della luce, trovando nella molteplicità delle zolle di materia frammentata il senso di una assoluta sintesi e unitarietà.

Nuccio Lo Castro

di Prof. Arch. Nuccio Lo Castro
Critico d'Arte
2014

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