MARIA TERESA PALITTA (critico d'arte)

Nei suoi lavori figurativo e surreale si fondono, nel legame emblematico. La donna è al centro del mistero, a linee contrapposte, nell’indefinibile diverbio che pone l’una contro l’altra. La potenza dei volti sfocia in serto floreale, con arcani drappeggi e nastri gonfi di luce. Il tema è un’unica vena fecondante, un’unica fonte, il medesimo ceppo familiare. È la ramificazione dell’essere da cui le ragioni si intrecciano amandosi e odiandosi.
La narrazione è indagine interiore, sintesi vibrante contemplazione purissima.
L’anima esordisce e crea linguaggi che avvolgono l’umanità nel misterioso silenzio dal quale sorgono i residui anteriori. È una sorta di recupero, di vissuto riemerso, è l’attuale descrizione del nucleo che procede energicamente in un volteggio che fissa il desiderio dell’essere, ma anche il nascondimento e l’unione. L’ardore d’artista è impeto memorabile. La vita si riannoda, dopo evidenti distacchi; tutto è solenne: i volti protesi, i volti dormienti, nel senso d’abbandono, nel desiderio di emergere, altero e disarmante. Il fascino è completo: la forza del colore domina la scena; le ragioni dell’essere si immergono nella variegata linea creativa; tutto tende all’assoluto. L’umanità sogna la liberazione; è implicito nella ricerca pittorica; è il punto in cui la Marchionni lancia l’idea del genio la cui acutezza vuole operare al di là della forma.
Il suo intuito è in crescendo; è un elaborato scientifico, un abbraccio interiore, con linee poderose, che si congiungono energicamente compenetrandosi, tra sembianze ed esseri che si cercano e si sfuggono.
Le ragioni dell’essere, osservando le opere, salgono alla memoria. Una sinergia astrale fa da supporto alla struggente necessità di leggere nei volti e nella totalità, un bisogno ascensionale, un senso di liberazione: l’atto di estraniarsi dall’involucro globale per una propria indole aggregata all’impeto evocativo verso le meraviglie create. Così l’ardore che edifica, traendo dal di dentro, porta a compimento la conquista del vuoto che si riempie di magnifica linfa.
Doveva accadere. La Marchionni, stilisticamente è perfetta. La sua arte si inserisce nel ritmo della creatività autentica: è la scenografia essenziale di un moto riverberante, tra luce ed essere, tra mistero interiore e manifestazione di esso. È la parentesi aggregante al sistema di ricerca che unisce ma separa dal magma incandescente del delirio umano. La Marchionni fa arte, si immerge nella necessità di rimuovere dall’anima ogni stilla di genio, per formare una sintesi e versarla nel cuore della terra. Le sue opere, per quanto misteriose, hanno il potere di schiarire il buio conferendo alla storia un dato pacificante. Ella pone l’armonia al di sopra di tutto, in quanto simbolo d’equilibrio, di legittimità, di stupore.
Nella Marchionni c’è l’imponenza del genio che induce in meditazione e pone in movimento le idee. C’è la bellezza dinamica, che abbraccia le diversità contemplando il punto convergente: la preziosità artistica, il nesso tra il pensiero e l’immagine, la cui sostanza genera cultura e favorisce la crescita in tutta la sua misteriosa potenza.
Al di là del senso creativo, in queste opere vi è l’urgenza di spezzare i vincoli negativi per conferire alla donna e all’umanità il favo stillante della pienezza. Una sfera neutra in cui si intravede l’andamento futuro con la nuova ricerca.
Interrompendo, infatti, i tempi dell’oggettistica, per introdursi nei meandri surrealisti, la Marchionni ha superato i limiti della fisica, sapientemente alterandone i volumi per proporre il linguaggio ulteriore, con fasce suggestive, spirali, petali, catene e intrecci culminanti a un unico fine; l’idea dell’umanità che spazia, si propaga, determina, invade, ama, disprezza, nonostante l’innesto consanguineo: molte membra in un unico corpo, forza multipla unificata; il seme della creazione propagato all’ennesima potenza; sempre unico nella molteplicità universale.
La forza del colore, le fasi convergenti, i profili, il filo conduttore, che annoda e scioglie, integra e distacca, formano la stupefacente sintesi di un racconto pittorico fondamentalmente difficile. Quando pare che il quid sia raggiunto, siamo solo all’esordio, siamo appena entrati nella fase ascendente; tutto ruota, tutto sfugge, tutto si rinnova, nel perimetro interiore, dove le ragioni dell’essere si differenziano le une dalle altre, mentre l’idea dei primati irrompe e calpesta le aspirazioni e le ansie. L’umanità è un centro di sfide e di clamori: i profili si stagliano come coltelli affilati, nel mezzo le premure dell’arte: raffigurare l’interiore, attraverso il surreale, linea interdetta al concepimento dell’arte in quanto confine accademico.
L’arte della Marchionni è sfida prodigiosa contro le iniquità dei tempi. La sua è una ricerca linguistica: parlare un nuovo idioma se si vuole spaccare la montagna per aprire un sentiero.
Ed ecco il culmine: uscire dalla classifica formando un nuovo prodotto per adempiere a un mandato ulteriore: rispondere alle urgenze scientifiche, tra intelletto e forza edificante. Come fare per rendere evidenti le sensibilità interiori, senza l’espressionismo?.
La risposta è nel ventaglio da cui i volti emergono d’incanto. La linea dura dell’arte in questo stadio diviene elemento dolcificante, fase concettuale, mutamento stilistico. È l’esordio di un geniale presidio in cui si danno convegno le moltiplici essenze dell’essere.

OPERA DI RIFERIMENTO:

Inconsapevolezza