IL MISTICISMO OMEOPATICO

LEZIONE 3

Da molto tempo, come è noto, una nuova scoperta è protagonista della ribalta scientifica ed ha riscosso grandi consensi, specialmente presso larghi strati della popolazione. Si tratta di una speciale tecnica farmacologica: l’omeopatia. Questa scienza propugna un fenomeno secondo il quale, quanto più una sostanza viene diluita, tanto più acquista forza attiva. Nella pratica metodologica, si prende un piccolo quantitativo di un certo composto e lo si versa nel “medium” di diluizione (per lo più acqua); si mescola ben bene (o si agita nello shaker); poi si preleva un piccolo quantitativo della soluzione e si versa in un altro barile di medium e si ripete il procedimento e così via per innumerevoli volte. Il prodotto finale non conserva nemmeno la memoria molecolare dell’elemento iniziale, ma è ugualmente (o proprio per questo) potentissimo e con un particolare, prezioso requisito: l’assoluta essenza di quegli effetti collaterali, che a volte, accompagnano la funzione di alcuni dei farmaci tradizionali. Recentemente, con una acutissima intuizione, alcuni esponenti della “nouvelle vogue” artistica, consigliati e coadiuvati da certi finissimi maestri del pensiero artistico-scientifico, definite anche “teste d’uovo” (o più propriamente “teste d’ovaia”), hanno deciso di applicare quello straordinario concetto al campo dell’arte. E’ risaputo che l’arte tradizionale, a sua volta, può arrecare indesiderati effetti collaterali su alcuni individui: malesseri, turbe, stati morbosi della psiche, attacchi di follia che possono indurre certuni ad assalire a colpi di mazza o di lesina le opere tradizionali esposte nei musei. Orbene, se la suddetta dottrina funziona nel campo farmaceutico, se ne deduce che certamente funzioni anche in quello artistico. Ferma restando l’importanza dell’interessantissima novità stilistica di questa proposizione, il nuovo indirizzo, tra l’altro faciliterebbe l’accesso ai godimenti dell’arte. Infatti, grazie all’essenza di quei possibili fastidi, molti più individui sarebbero indotti ad accostarsi ai piaceri dello spirito e della cultura, in un mondo sempre più materialistico e distrattamente lontano da tali valori. Conseguentemente alla geniale teoria, così si pone in pratica la nuova linea artistica, sulla medesima falsariga procedurale della tecnica sopra descritta. Per l’attuazione di questa “arte omeopatica” è necessario un medium speciale: quello elettivo è aria fritta. La frittura dell’aria è un segreto dello “chef” (che viene anche chiamato “il cuoco dell’aria”) ed è una fase delicata dato che, correttamente seguita, deve consentire lo stemperamento ed il grado di correttezza funge da catalizzatore. Si prende, in prosecuzione, un piccolo quantitativo di arte e lo si stempera in un, diciamo, kilometro cubo di aria fritta, ripetendo, poi, più volte il procedimento. Al termine, di fatto, l’arte scompare, è invisibile, assente, ma rimane l’aria fritta. Ecco, dunque, le sale espositive completamente vuote, ma entro le quali spira una potente tensione artistica: aleggia il fascino del nulla, della vacuità. I visitatori, suggestionati dalla magica atmosfera e presi da incontenibile entusiasmo, prorompono in esclamazioni d’ammirazione come “Ma che caz…!” e simili. Vi sono due tipi di aria da friggere: la bianca e la nera. La prima è quella normale che si riscontra universalmemte; la seconda è quella che si ottiene in ambienti scuri, oscurati, sigillati verso qualunque fonte luminosa. In questo caso, per accedere all’ opera, i visitatori vengono muniti di piccole torce elettriche, mediante le quali constatare che dentro non c’è niente, ma proprio niente, ossia l’assenza, il vacuum. Questa situazione può inoltre prevedere, in relazione ad opere di maggiore presenza espressiva, una suggestiva variante: la tradizionale secchiata d’acqua (pulita, ovviamente ma talvolta…) tirata contro il visitatore da un inserviente, o fatta cadere da un trabocchetto alla maniera dei vecchi “luna park” ( questo per coniugare alla freschezza ed originalità dell’avanguardia, il recupero dei valori della cultura popolare). La bestemmia che di norma viene pronunciata è intesa come segno di gradimento, espressione di approvazione. Vi è un aspetto peculiare che riguarda opere di questa nuova frontiera dell’arte: il collezionista interessato all’acquisizione dell’elaborato deve farselo fare a casa propria. In tal caso l’artista si recherà presso il luogo destinato all’installazione, dove, assistito dal “cuoco dell’aria”, procederà alla messa in opera e dove periodicamente (diciamo una volta al mese) tornerà per rinnovare la tensione artistica ed assicurarsi che il luogo non sia stato adibito, da incauti ed ignari famigli, a magazzino od altro. Ma anche questo estremo, raffinato linguaggio ha i suoi detrattori e suscita le critiche dei più severi e rigorosi censori. Costoro sentenziano che anche l’aria fritta possiede una sostanza. In particolare modo quella bollita (o bollente) può evocare allucinazioni e miraggi (le ben note “fate morgane” della calura estiva), elementi che sono pur sempre la visione di qualcosa e quindi rientrano nel tradizionalismo nell’accademismo e pertanto, derogando dal dogma, sono da aborrire. Perciò dettano una via più intransigente: il vuoto pneumatico o atmosferico. I visitatori potranno ivi accedere muniti di scafandro spaziale e tuta pressurizzata; galleggeranno nel nulla assoluto, beandosi dell’ineffabile preziosa sensazione della totale inerzia… STEFANO NARDI

  • Pubblicata martedì 16 febbraio 2021

  • Da STEFANO NARDI

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