Biografia

Salvatore Antonaci nasce a Torrecuso in provincia di Benevento , vive e lavora a Peschiera del Garda (VR).
Egli coltiva da sempre un’innata passione per l’arte, che tuttavia rimane a lungo latente.
All’età di 40 anni la sua vita artistica conosce una svolta, per la quale si rivela determinante l’incontro con il maestro Francesco Cacciatore di Siracusa, che avrà un influsso positivo e motivante sul potenziale creativo ed espressivo dell’artista.
Dall’ammirazione per il maestro, Salvatore Antonaci trae lo slancio necessario per rievocare il suo amore per l’arte, riavvicinandosi con maestria al disegno e al colore, e accarezzando le molteplici espressioni artistiche contemplate dalla sua personalità poliedrica.
Innamorato dell’impressionismo, con particolare ammirazione per le opere di Vincent Van Gogh e Claude Monet, e dell'astrattismo, è ispirato nelle sue produzioni artistiche dalla molteplicità di interessi che lo caratterizza: un genuino amore per la natura, una propensione al movimento e alle attività sportive, una grande passione per la musica, il jazz in particolare.
Dotato di intelligenza creativa e capacità di pensiero divergente, Salvatore Antonaci propone nelle sue opere un uso del tratto e del colore caratterizzato dall’immediatezza comunicativa.
Il colore come immagine, percezione, luce, suono, impressione tattile, tensione psichica, passione, emozione diviene comunicazione e condivisione, fino a rappresentare la necessità intrinseca profonda dell’essere umano di esprimere il sentire più che il vedere.I quadri , realizzati su tela di juta riciclata, esprimono con naturalezza i moti dell'anima ma rispecchiano anche una particolare attenzione ecologica.
Dal congenito e prodigioso incontro del tratto e del colore con l’emozione nasce così quell’alchimia in grado di rendere l’atto creativo perfettibile, fino ad elevarlo ad opera d’arte. Nunzia Manzo

"come la musica è la poesia del suono
cosi la pittura è la poesia della vista"
jaimes mc neil wistler


Formazione artistica

Magia del caso di Giuseppe Zoschg

Semplificare la complessità di una esposizione in cui le opere individuali si comportano come frammenti di un discorso per immagini, diventando parole di una proposizione, è cosa non facile soprattutto in presenza di opere le cui comunicazioni non si fondano sulla mimesi della natura.
Fino all’ottocento l’arte figurativa si caratterizzava per una molteplicità di livelli di lettura: presentava un racconto tratto dalla vita, dai sacri testi, dalla letteratura; un ordine compositivo tratto dalle regole proporzionali; un sistema coloristico tratto dalle osservazioni empiriche, dalle leggi dell’ottica; un simbolismo tratto dai miti e dalle credenze; soprattutto dei modelli tratti dalla natura.
Viceversa, le varie correnti della pittura e scultura contemporanea, hanno abbandonato un codice multiplo per adottare, tendenza per tendenza, codici singoli.
Fatta questa premessa e prima di parlare della produzione di salvatore antonaci è opportuno dare qualche rapido flash sulle tendenze estetiche di cui anche se non vi è una continuità storica, vi sono certamente dei riferimenti, e specificamente:impressionismo, espressionismo, astrazione lirica, espressionismo astratto, riconducibili queste due ultime a quel movimento che va sotto il nome di informale, termine più fortunato ed universalmente diffuso, le cui costanti e le caratteristiche più tipiche si possono così riassumere: innanzitutto la materia espressiva ed autonoma, in secondo luogo il segno che è di per sé significato e significante.
Tanto dalla materia quanto dal segno può derivare la possibilità di trasformare il quadro in una pittura di tessuto senza contorni, continua e illimitata. Da qui la cosiddetta poetica del continuum, una spazialità indeterminata.
Appare chiaro che il tema della pittura dell’Antonaci è un tema vasto, fertile ma minato,per cui sarebbe più facile dire che cosa non è per arrivare, alla fine, a capire che cosa essa sia realmente, data l’ampiezza dei suoi contorni e la varietà delle sue espressioni.
Ad una prima lettura emerge che dietro il percorso esistenziale di Antonaci c’è un ritorno al soggetto, non inteso come nell’umanesimo, ma quello che trova la sua espressione più significativa nell’esistenzialismo di Sartre e in quella linea di sviluppo del pensiero di Marx che deriva da Lukacs, che tende a ricollocare nel soggetto umano il momento primo della sua alienazione dal sociale ed il suo possibile recupero. Per gli esistenzialisti esistere non vuol dire essere ma essere in situazione.
Il soggetto che emerge è tale solo in quanto espressione individuale dell’universalmente umano e quindi del sociale. Identificazione dell’artista con la propria opera in cui massima importanza è data alla tecnica.
La sua tecnica lascia un certo margine al caso:senza caso non c’è esistenza.
Il caso è libertà, rispetto alle leggi della logica ma è anche la condizione di necessità per cui, vivendo, si affrontano ad ogni istante situazioni impreviste.
La salvezza non è nella ragione che fa progetti ma nella capacità di vivere con lucidità la casualità degli eventi.
Tutto sta nel trovare il proprio ritmo e nel non perderlo, qualsiasi cosa accada.
L’idea che un quadro potesse prescindere completamente dalla rappresentazione di un oggetto, ovvero la nascita dell’astrattismo, deriva dal parallelo che Kandinsky stabilisce tra pittura e musica: “ con poche eccezioni e deviazioni, la musica già da alcuni secoli è l’arte che non ha adoperato i suoi mezzi per ritrarre le manifestazioni della natura, ma bensì, come mezzi di espressione della vita psichica dell’artista (….) un’arte deve imparare da un’altra…”
La pittura di Antonaci e la musica jazz strutturalmente sono molto simili.
Il jazz è musica senza progetto che si compone suonando e rompe tutti gli schemi melodici e sinfonici tradizionali, come l’ action painting rompe tutti gli schemi spaziali della pittura tradizionale.
Nel groviglio di suoni del jazz ogni strumento sviluppa un proprio disegno ritmico : ciò che li intreccia è l’eccitazione collettiva dei suonatori, l’ondata che sale dal fondo dell’inconscio che porta al colmo del parossismo.
E’ come nei cori religiosi dei negri americani : ciascuno grida la propria fede e la propria furia, ed ogni voce è dissonante dalle altre, ma proprio da questa dissonanza lacerante nasce il ritmo del canto.
Cosi nel contesto di un quadro ogni colore sviluppa il proprio ritmo, porta alla massima intensità la singolarità del proprio timbro.
Ma come il jazz più che come un’orchestra è un insieme di solisti che si apostrofano e rispondono, si stimolano e si rilanciano l’uno con l’altro, così ogni quadro di Antonaci appare come un’insieme di quadri dipinti sulla medesima tela, i cui temi si intrecciano, interferiscono, divergono, tornano a congiungersi.
La sua pittura è segnica, perché segni sono i singoli episodi pittorici; è materica perché oltre i colori utilizza materiali extra pittorici che finiscono per sostanziare il quadro in una sorta di quadro al rovescio in cui non è la pittura a fingere la realtà ma la realtà a fingere la pittura.
Il suo è un sottrarsi all’esclusivo dominio della ragione ed un’aprirsi a tutto quello che offerono intuito , emozioni, immaginazione.
Se ogni fiaba classica racconta un’avventura la fiaba contemporanea si avventura invece nei mondi soggettivi ed intimi, esplora i lati fragili e vulnerabile dell’essere e ci invita ad intraprendere un viaggio in cui, quasi come nella realtà che viviamo, tutto appare possibile e niente vero