LA STRADA


“In un cerchio ristretto la vita e lo spirito si restringono: l’uomo cresce con il crescere dei suoi sogni e scopi di vita…” Sembrerebbe questa la metafora che guida il maestro Saravo dettandone l’attività artistico-pittorica e - recentemente – anche scultorea. Il progetto in questione rappresenta una fondamentale tappa del percorso artistico e di vita del Nostro, che sembra essere giunto ad un importante crocevia di linguaggi, emozioni, tecnica, colori. Il Saravo infatti dipinge l’altro aspetto del capitalismo fintamente emozionale, come amano definirlo oggi taluni esperti di finanza e comunicazione, ed ha il coraggio di proiettarci nei risvolti più umani quanto reconditi della vita metropolitana, nella quale siamo tutti soggiogati e preda di messaggi pubblicitari occulti o meno, incoraggiamenti all’acquisto facile, al consumismo selvaggio che non porta alla felicità dell’uomo. Sembra quasi di trovarsi un po’ nella metropoli milanese dei nostri giorni, ma con alcuni riferimenti alle trasformazioni urbane e sociali della Parigi della seconda metà dell’Ottocento, quella delle nuove esperienze artistiche impressioniste e post impressioniste in una città in tumultuosa espansione a discapito dei sempre più acuti contrasti sociali. Poi, quasi come per incanto, mi vien da pensare alle periferie desolate del Sironi di città anonime di inizio Novecento, ed al clima di una società in repentina evoluzione.
Il Saravo forse trova ispirazione in tutto questo, o forse no, con riferimenti (o forse no) alle sfaccettature vagamente cubiste di Cezanne che modellavano corpi, paesaggi, figure inanimate e nature morte, ed al periodo blu del grande Picasso. Ma lo fa magistralmente raccontando storie di dignitosa emarginazione e di degrado, perché desidera fortemente regalare dignità agli ultimi. Cerca di raccontare un’enormità di emozioni senza mai perdere di vista il più importante insegnamento di vita della sua terra campana d’origine, l’umiltà.
Mi spingo nel prevedere futuri successi internazionali che lo consacreranno come uno dei grandi interpreti di una nuova arte contemporanea, quella con significati finalmente evangelici e di pura fede, di ritrovata umiltà e semplicità della persona. Infatti con il Saravo si ha un repentino ritorno alla vera essenza della vita, autentico balsamo per rimettersi finalmente in discussione in un mondo che sembra impazzito con i suoi messaggi errati, sempre più impaziente, globalizzato, senza più quei fondamentali riferimenti sociali (e familiari) di una volta. Egli vuole regalare lustro, dignità ed eternità a quella purtroppo sempre più vasta platea degli "ultimi metropolitani”, cioè a chi non avrà mai voce in capitolo. Egli approda così ad un nuovo linguaggio pittorico legato ad una profonda esperienza spirituale e di vita, che apre uno squarcio profondo e doloroso nel mondo dell’indifferenza consumistica metropolitana, e non solo.
Il suo percorso artistico si alimenta mirabilmente degli sguardi degli “ultimi umili”, forse un giorno di quelli dei clochard e dei nullatenenti che vivono nell’indigenza ed in un costante stato di bisogno, di quelli di coloro che sono stati scacciati e relegati in un angolo stradale dai bagliori della ricchezza e nell’oblio di zone buie, appartate ed inaccessibili, ma parimenti accessibili alla sensibilità di un artista indagatore di talento, consacrato sempre più ma meravigliosamente umile. Com’è giusto che sia.
L’artista, nella sua disarmante semplicità, sa affascinare e catturare l’attenzione di chiunque, perché la sua nobile arte è capace di trasformare l’arroganza umana – abbattendola completamente - in purezza di sentimenti ed emozioni ancestrali, in sentimenti armoniosi e sereni. Lo fa con composizioni equilibrate e classiche nell’impostazione, secondo un dialogo sulla tela tra figura-sfondo-simmetria-statica, ma anche con riferimenti cinematici come nella tela dal titolo Spaziotempo (2017). I suoi effetti chiaroscurali danno corposità alle figure secondo un’immagine che definirei a volte ipocromatica.
Leggo a volte fugaci riferimenti allo Stile Novecento e persino metafisici (Alì, 2016), mentre in altre occasioni o momenti leggo una materialità, anche nei corpi umani, che diventa più evanescente e meno decisa, netta, quasi a voler rievocare un passato urbano che fu, direi quasi da belle époque (La porta del cuore, 2017).
Infine molto spesso traspaiono tracce e reminiscenze della sua lontana terra d’origine, di natura dignitosamente contadina. E’ il caso della tela denominata La madre (2015), opera sublime che porta lo sguardo dell’osservatore al centro di 3 spettacolari assi spazio-temporali che s’incrociano in una dolcissima figura materna che soffre mentre abbraccia teneramente il proprio bimbo, con gesto protettivo ma intriso di ansia ed angoscia.
Per il Saravo l’arte è libertà assoluta dello spirito, è fantasia, liberata dalle tante forze negative del mondo che imbrigliano quotidianamente il genere umano. Essa non va confusa con l’estetica ed il gradevole, ed il Nostro riesce a farci percepire l’emanare cosmico, l’energia universale, il fantastico, la creatività, l’immenso ed eterno viaggio, l’esoterico, la vita. La sua poetica si trasforma mirabilmente in un’arte colta e raffinata, sia pure con interessanti contaminazioni stilistiche che portano ad un arricchimento generale del suo linguaggio, che contrasta con la colpevole incultura di un mondo sempre più alla deriva.

di Prof. Ermanno Di Sandro
Critico d'arte e scrittore

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