1997

Personale ‘PROFILI, FRAMMENTI, PRESENZE’

IL MANIERISMO “INATTUALE” DI EMILIA DI STEFANO
di Amedeo di Sora

Pur nella diversità delle tecniche compositive e delle stesse modalità creative, costantemente permane, nell’opera artistica di Emilia Di Stefano, la presenza del volto umano – e femminile in ispecie – o almeno un elemento anatomico dello stesso: il naso e le labbra, ma più frequentemente (ossessivamente direi) l’occhio. Occhi di donna inquietanti, felini, ci scrutano fissamente, emergendo nitidi dagli inchiostri su carta, dalle acqueforti, dai collages e noi, spectatores, con difficoltà riusciamo a sottrarci al richiamo seducente degli occhi, solitari frammenti di volti perduti, fari tenebrosi di esistenze smarrite. Nei collages essi si accompagnano a lacerti di corpi e di oggetti, a brandelli di ambienti urbani e naturali; negli inchiostri e nelle acqueforti, a tutto tondo spalancano i loro abissi di mistero entro linee allungate, arabescate; a volte, persistenti si occultano nel dedalo fittamente intricato dell’inconscio collettivo, tra mostri variformi ed oniriche figurazioni in bianco e nero. Vi sono, in queste composizioni, chiare ascendenze che vanno da Klimt ai preraffaelliti, da Redon ai surrealisti (in primis Salvador Dalì) e ai dadaisti, senza trascurare l’esperienza dell’informale. Ma questi richiami, oltre a testimoniare una conoscenza non superficiale della storia dell’arte moderna e contemporanea (non c’è ombra di naïveté nella creazione della Di Stefano) connotano la cifra manieristica di queste opere, testimonianza di un “processo” di ricerca in fieri che, pur nel tentativo di oltrepassare i confini delle avanguardie storiche e delle neoavanguardie, non può fare a meno di situarsi all’interno di essi, alternando “variazione” e “riscontro”, in un costante e non calligrafico intento trasgressivo. Così come manieristico è il senso dell’Alienazione che permea l’operazione artistica di Emilia: giustamente eccentrica e frammentaria, preziosamente inattuale.

Opera di riferimento

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