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alla ricerca del mito

In genere, penso che non c’è niente da dire sulle arti, con l’eccezione forse della letteratura. Perché la pittura, la scultura, la musica e insomma tutte le arti salvo la letteratura ci chiedono una valutazione, un apprezzamento silenziosi. La letteratura ci spinge a parlare, è vero, ma con la parte meno misteriosa, più logica e più esplicita. E’ forse per questo che la critica d’arte, specie quella che si occupa della pittura, è così spesso presuntuosa, vuota e ridicola. In realtà non c’è niente da dire.



E allora cosa bisogna fare di fonte a un quadro? Guardarlo, e poi ancora guardarlo. La pittura va soltanto guardata . E’ uno sguardo che parte dagli occhi si sofferma sul quadro, lo esamina, lo osserva, lo percorre in lungo e in largo, vi indugia e alla fine se ne va, avendo non già inteso bensì goduto il quadro.



Pochi spettacoli generano un senso di disagio umano maggiore di quelli che si ripetono quotidianamente nei musei. Intere truppe di esseri umani vengono spinti da un mito ignoto a percorrerne le sale a velocità di maratona (sono stato a Palazzo Reale di Palermo per la mostra “NOVECENTO ITALIANO-Una lunga storia” e ne sono testimone) per vedere da lontano opere celate dagli altri visitatori che si trovavano davanti a loro. Guai a essere più bassi della media, e nella coda tante mani alzate perché protendono i telefonini per le foto d’obbligo. La pittura nei musei è più sfortunata del melodramma all’opera. La musica, e in generale tutte le arti che richiedono la rappresentazione, obbligano lo spettatore a un tempo di fruizione stabilito dallo spartito e dalla volontà del direttore d’orchestra di accelerare un poco o rallentare il tempo d’esecuzione. Ma il tempo lì c’è. Il tempo dedicato ai quadri è talvolta di pochi secondi, e per giunta si può fingere di vederne trecento in un’ora. Ovviamente “vedere” ma non “guardare”. Non si può sentire e non ascoltare la TRAVIATA, ed è tuttora impossibile sentire tutte le opere di Verdi in un’ora. C’è un modo per uscire dal consumismo dell’arte visiva. Ridare tempo al tempo.



E se uno prova a farci l’occhio, andando a mostre o visitando musei, inizierà a capire quasi automaticamente quali sono gli artisti veri e quelli falsi. Questa sensazione non ha nessun legame con il fatto che l’opera ci piaccia o meno, ma nasce dal fatto che l’opera fin dal primo sguardo, ci appare in qualche modo inevitabile e indimenticabile.



In questo senso, possiamo scrivere delle opere (in pittura e disegni) di Francesco Palmieri.



Eè stato detto che “tutta” l’arte è “concettuale, a cominciare da quella primitiva, ma con la locuzione “arte concettuale” intendiamo quell'arte che dalla fine degli anni Cinquanta si è caratterizzata per un alto tasso di concettualità immessa nell'opera. L’opera di Francesco Palmieri è letteratura. Ancora meglio: è una pittura filosofica. E in effetti, si può definire il metodo di Palmieri, riportando uno scritto sconosciuto del musicista Casella: “Da lungo tempo ormai mi sono reso perfettamente conto che io penso per immagini o raffigurazioni. Dopo lungo riflettere ho constatato che, in fondo, è l’immagine la principale espressione del pensiero umano, e gli altri fattori, per mezzo dei quali si esprime il pensiero, come, ad esempio le parole, i gesti e le espressioni, non sono che espressioni secondarie che accompagnano l’immagine. Palmieri, allora sente la necessità di obbiettivare il pensiero, senza lasciargli neanche il tempo di tramutarsi in parola.. Non vuole che l’istantanea visione venga mediata, e cerca un rapporto immediato (detto-fatto) tra il vedere e l’immaginare, tra il pensare e il dire, tra il far vedere e il far pensare. Pensare immagini è il suo programma: il punto d’arrivo può anche diventare quello di immaginare il pensiero. Alcuni suoi lavori ci riportano al “metafisico” De Chirico: colmi di una poesia malinconica e affatto nuova che sembra tuttavia affondare le proprie radici in un passato “di preistoria”, dove anche gli oggetti più comuni si presentano avvolti di mistero e di senso del presagio. Non gli è estranea la poetica surrealista del Dalì: il pittore è un essere sul quale non bisogna mai discutere troppo perché perde la vita in onor nostro e per l’elevazione dello spirito. Bernand Shaw una volta disse: <>. Per questo, la pittura sembra un eterno mascherarsi, la qual cosa fa che urti fisionomicamente e che le sue apparenze riescano quanto mai strane. Certamente anche Magritte è stato indagato dal Nostro: procedere per dissociazione, rompere i legami tra somiglianza e affermazione, stabilire la loro uguaglianza, fare agire l’una senza l’altra, conservare quella che deriva dalla pittura ed escludere quella che è la più vicina al discorso; proseguire il più a lungo possibile la continuazione indefinita del simile, ma alleggerirla di ogni affermazione che tentasse di dire a che cosa assomiglia.


Ma è, alfine, Francesco Palmieri stesso che ci conduce alla vera essenza della sua poetica: <<"queste cose non furono mai ma sono sempre"! Questo motto illuminante tratto dalle Upanishad, sintetizza mirabilmente quanto mi ha da sempre segnato nel mio proposito di fare arte: tentare di svelare la realtà mitica nel nostro quotidiano.

E’ un’attitudine che mi spinge a scardinare la persistenza e l’arroganza del tempo presente, provocando, con dedizione mistica, l’intromissione di altro luogo più vero, ignorato dal clamore mondano. >>

Una tecnica precisa e attenta, il tratto segnico assolutamente superiore e il colore sapientemente collocato. E intuisce, vagheggia e raffigura un tempo mai esistito in cui gli uomini agissero per motivi irrazionali, scambiando così per irrazionalità ciò che era, al momento, la sola razionalità possibile. Francesco Palmieri si propone di affrontare la realtà come qualche cosa che non si conosce e che non si vuole neppure conoscere, appunto in maniera mitologica.. Così la poetica di Francesco Palmieri assume il carattere di una trasmutazione di una somma di valori negativi in uno solo ritenuto positivo. Si cerca l’immediatezza, il mito, l’incontro con la realtà senza diaframmi , il documento poetico. L’incontro letterario con Cesare Pavese è d’obbligo: la ricerca del mito con l’assunzione di una poesia-racconto e si scopre l’immagine: un’immagine che non fosse più ornamento bensì sostanza della propria opere, in cui si vuole innervare e convertire la poetica dei dipinti .

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