"Mio figlio lo faceva meglio"
Sopravvivere alle critiche di chi non fa arte
Non sonocattivi. Semplicemente non hanno le parole per dire quello che provano davantia un'opera.
Succedesempre dopo la mostra, dopo il post, dopo che hai condiviso un lavoro a cuitenevi.
Arriva lei.La frase. "Carino, ma non sembra vero." "Perché lo fai cosìtriste?" "Non capisco cosa rappresenta." "Bello, però ionon lo appenderei mai in casa."
E la piùfamosa di tutte, l'immortale: "Mio figlio di cinque anni lo facevameglio." Non fa ridere. Non la prima volta.
Perché chite lo dice non è un critico d'arte, non è un collega, non è un gallerista. Ègente comune.
Gente a cuivolevi piacere. E per questo fa più male.
Perché cicolpisce così tanto? Perché quando mostriamo un'opera, non stiamo mostrando unprodotto. Stiamo mostrando come vediamo il mondo.
Criticarel'opera, per il nostro cervello, equivale a dire: "Il modo in cui tu vediil mondo è sbagliato."
E poi c'è unaltro equivoco: la gente comune pensa che l'arte sia come la cucina. Che tuttipossano giudicarla perché tutti hanno gli occhi. "Non sono esperto, ma socosa mi piace."
È vero, ma èsolo metà della verità.
L'altra metàè che loro non stanno giudicando la tua tecnica, la tua ricerca, la tuacoerenza.
Stannogiudicando il loro riflesso in quello che hai fatto.
Se il tuoelefante gli mette inquietudine, diranno che è "cattivo".
Se il tuopaesaggio non è come la foto delle vacanze, diranno che "non sembravero".
Non parlanodi te. Parlano di loro, con le poche parole che hanno.
Come siaffronta, in pratica, senza diventare cinici o permalosi?
Dopo anni dicommenti, gli artisti che vanno avanti non sono quelli con la pelle più dura.ma quelli che hanno imparato a fare dei filtri, dividendo in due cassetti:giudizio e feedback.
Il giudizioè: "Non mi piace." Punto.
Non ti servea nulla, non ti dice nulla, puoi lasciarlo cadere.
Il feedbackè: "Mi mette ansia quell'occhio così grande." Questo è oro.
Anche seviene detto male, ti sta dicendo che hai provocato un'emozione. E quello era iltuo lavoro.
Nondifendere l'opera, raccontala. L'errore più grande è partire con "Eh ma tunon capisci, ho usato il colore blu perché...". Sembra unagiustificazione.
Invece,chiedi: "Cosa ti fa pensare questa cosa? Quale parte ti disturba dipiù?"
Trasformil'attacco in dialogo. Il 90% delle volte la persona si ammorbidisce e dicequalcosa di vero: "Mi ricorda mio padre."
Ecco, lìinizia la conversazione vera.
Chiediti chiparla.
C'è unaregola non scritta nello studio: prendi critiche solo da chi sta facendo più dite, o almeno quanto te, nella stessa direzione.
Se unapersona non ha mai creato nulla di pubblico, la sua critica non ha pesotecnico.
Può averepeso umano, ma non professionale.
Ascoltalacome ascolteresti un amico, non come ascolteresti un maestro.
Archivia,non cancellare.
Nonrispondere mai a caldo sotto un commento. Fai uno screenshot, mettilo in unacartella chiamata "archivio".
Rileggilodopo 48 ore. Se ancora brucia, forse c'è qualcosa da imparare.
Se ti faridere, hai vinto tu.
Molte dellefrasi che oggi ti feriscono, tra due anni saranno aneddoti.
La verità èche l'arte contemporanea ha un problema di traduzione.
La gentecomune non ha avuto un'educazione allo sguardo, ha avuto un'educazione alriconoscimento: "sembra una foto? Allora è bravo".
Non è colpaloro. Il nostro compito non è convincerli che siamo bravi. È continuare a fareun lavoro così onesto e coerente che, prima o poi, smettano di chiedersi sesembra vero e inizino a chiedersi cosa gli fa provare.
E quandoarriva il "mio figlio lo faceva meglio", la risposta migliore non èarrabbiarsi. È sorridere e dire: "Allora dagli dei pastelli, perché ha ungrande talento da non sprecare."
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