Tra Tacimento e riparolamento, la parola ci abita
recensione di Nella Cazzador
Questa silloge, in cui pervengono testi anche di altre edizioni, riamalgamati secondo nuove chiavi di lettura, rappresenta il percorso continuo della poetessa Mariapia Crisafulli nella sua interiorità, la prosecuzione di un lavoro mentale ed espressivo, che non cessa di urgere e ripresentarsi come esigenza. Le chiavi sono offerte dai titoli, la cui scansione rivela il passaggio dalla centratura sull’io, le sue modalità di attingere il mondo (Sguardi; Epifanie); al coinvolgimento del tu (Incontri; Leggimi poesie): fino al protendersi all’esterno (La vita là fuori; La misura delle cose; Le notti del pellicano) per tornare alla fine alla dimensione personale, sempre in relazione con l’altro (Gener-azioni contrarie; La casa della nonna) così chiamando a raccolta le sue esperienze di vita che, nella parola, si oggettivano e scandiscono in una misura rinnovata.
La silloge appare ricca di suggestioni, spesso espresse in una lingua lapidaria, fulminea, come un testo di antichi scritti, epigrafici, aforistici, tracce di memorie lasciate su monumenti della classicità.
Infatti, la poetessa coniuga senso a densità, con uno stile asciutto, di aurea concisione. Il solo sguardo dall’esterno dà l’idea di un lavoro essenziale, asciugato, incisivo nella sua stringatezza, così da comunicare la strenua ricerca di una parola che rispetti il monito, riferito in un esergo: Alle parole giuste preferire / quelle esatte. La parola poetica fa da filo rosso attraverso tutti i componimenti, e costituisce una sorta di reductio ad unum rispetto a un ideale di poesia.
Un’esattezza calviniana percorre dunque i testi, così contratti, scarnificati e intensi che, riprendendo un altro esergo, definiscano l’atto del dire poetico, con le parole di Pontiggia: Pronunzio versi semplici, / incisi in legno di olmo. Profumo di legno, antica essenza vegetale, sulla quale incidere una parola “semplice”. Una parola che ricerca, che vibra, che accarezza e squassa. Che soprattutto dà coscienza e luce, in una concezione in cui la materia che si dispiega davanti a noi deve essere conosciuta e nominata: “Il mondo è toccare / con mano / Seguirne l’odore / tra vicoli, innesti…”.
L’asciuttezza della versificazione richiama un gusto per il frammento, prezioso e levigato. Frammento che rispecchia il momento della vita, fatto di istanti (tra il vero e il giusto / ho scelto l’istante). Poesia e vita vanno quindi di pari passo, senza sfoggi o divagazioni, nel comune cammino verso un dove, configurato da alcuni temi che ineriscono ai transiti, all’andare, al mutamento. Sono questi, principalmente, il tema del tempo; quello dei treni e delle soste nelle stazioni; quello delle piccole case rimaste nelle nostre vecchie case a segnare il passaggio degli anni. Gli anni che hanno contrassegnato la vita di Settimia, “seduta sulla soglia / a ricamare gli anni”, i suoi 105 anni di vita, storie e dolcezza.
In questo contesto, apparentemente, domestico e colloquiale, il lettore è portato in un mondo le cui coordinate simboliche sono contrassegnate dai lemmi tacimento e riparolamento. L’uno è definito orizzontale, l’altro ha la verticalità del nuovo suono che dovrebbe ripopolare l’universo verbale. Dunque, siamo portati nel cuore della parola, il codice simbolico condiviso con i propri simili, che ci permette di costruire e interpretare il mondo e noi stessi. I due termini evocano un sottrarre / ridurre e un allargare / espandere, pescando nel bacino stillante di parole che ci affiancano nella ricerca incessante di senso.
Nella prima raccolta (Tacimento), la poetessa si sente disattrezzata di parole, smarrita nel vuoto vocio delle forme: “Di parole / ne ho poche da salvare”. Ha anche insistito nel vano tentativo di rincorrere le parole, per averne oroscopi e consigli. “Con le parole / hai costruito navi / fabbricato telescopi…” In consonanza con Telemaco (qui richiamato attraverso il filtro della lettura di Recalcati) ha ripercorso la via per riallacciarsi all’origine. Ma “il buco nero era alla radice”; “e adesso io non so parlare”.
Di fronte “al buco nero che mi avvolge”, al crollo dei fondamenti della società attuale, il soggetto viene preso da un’afasia, smarrisce il potere di nominare le cose; prova una situazione esistenziale di disagio e estraneità. Tuttavia: io qui ascolto / io qui in apnea. La ripetizione sottolinea un atteggiamento di muta attenzione verso il mondo e i suoi segnali, lascia aperto uno spiraglio alla parola poetica perché possa resistere. La poesia è sempre sulla soglia: “Tu leggimi poesie”; “vorrei scriverti / le labbra […], la poesia di certo / tornerebbe ad abitarmi”… Nell’attesa, “Sto imparando a vegliare / sulle cose” (Resistenza).
Il fatto di non saper parlare è ripreso più volte: “Ti suonavo le corde / sulla gola. / Ma tu non parlavi”. Dialogo come sentiero interrotto, impossibilità, privazione esistenziale, nel comune male di vivere.
Rivolta al tu, riconferma: “Questo male di vivere / lo conosci anche tu:/ gli dai un altro nome / ma è lo stesso del tuo”.
Di converso, di fronte all’altro termine richiamato (riparolamento), la poetessa si chiede come risemantizzare la parola perché possa “dire”, “parlare”; si domanda come darle voce, nonostante i flebili sussurri che vengono dal profondo (dal bacino collettivo e inconscio che appartiene alla comunità in cui si vive), affinché il gesto, il suono, i significanti si rendano significato compiuto. E si possa condividere una parola, depurata dalle scorie delle convenzioni e dal logorio dell’uso, dai rumori: “Parla tu, lingua, dì / una parola per noi, dì, fa’, su, scendi / divieni parola del mondo…” Con queste parole Giancarlo Pontiggia invoca la parola, che si faccia tra-mite vivo, dinamico, operoso, affinché tra-duca il mondo e ci tra-duca nel mondo.
Elemento dunque ineludibile, strumento di relazione e di co-costruzione del reale, la parola è necessaria per riconoscere l’altro da noi, cosa umana, intessuta delle stesse pulsioni, aspirazioni, desideri… “Ad averle / le parole / potrei guardarti ancora / sentirti ancora / cosa umana”…
Questa poesia si presenta come un intreccio di antinomie, a rivelare la condizione sempre ambigua e ancipite dell’esistenza, sempre sul filo della lama, sull’orlo dell’assurdo, sulla condizione di limite oscuro e inaccessibile. La voragine è sotto di noi.
La lucida coscienza di questa duplicità è la sentinella del pensiero, che sbatte e urta contro la realtà, contro il buio, ma alla fine ci raccoglie ansanti e stremati dopo una strenua lotta, per non farci disperdere nella dissociazione delle cose, nella dissonanza delle percezioni. Così, la poetessa vive contrasti, situazioni ossimoriche, dualità, che da una parte affermano, dall’altra negano: “ho fuoco che mi scorre / ma non so farmi bruciare”. Il tu cui si rivolge è “estraneo al mio vivere / necessario al mio corpo”. Oppure: “Anneghiamo, ma persino l’abisso ci respinge”. “La voce dal buio / accecando / mi prendeva la mano”.
Anche in situazioni in cui si potrebbe parlare, la poetessa dice a se stessa (forse anche all’altro): “Abbi il coraggio / di non dire; // siamo a ridosso / della voragine / le parole hanno perso / potere”. Ecco, dunque, ripetersi la frustrante prospettiva di negarsi alla cosa; a fronte di una perdita, una ferita prodotta nel tempo. In questo caso: non parlare!, perché le parole non servono più. Sottrarsi, dunque, non per viltà, ma come forma di coraggio. Del resto, sono molte le forme di negazione (alcuno, nemmeno…) e l’utilizzo della congiunzione avversativa “ma”, grammaticalmente e anche emotivamente deputata al contrasto, appare undici volte in tutto il corpo del testo.
Non solo la sottrazione, ma anche il guardarsi da: “Frequentavi la vita / a distanza voluta”. Efficace l’allitterazione del fonema -v, che ritma l’iterato approccio alla vita con una manifestazione di volontà autonoma di tenersene anche un po’ lontano, da una vita che è un “rantolare / lungo ferite / mai aperte”, continuato dal ripetersi allitterante del fonema -r.
Oppure, soprattutto tra le brevi forme poetiche, di stampo aforistico, c’è un’inversione tra antecedente e conseguente: “Strappavo le pagine / E dopo scrivevo”. Oppure, c’è un’anteriorità contrapposta a una posteriorità: “In principio / era il verbo // ora è già / la raucedine”. Oppure, ancora una volta, l’opposizione tra l’alto e il basso: “Come tornare / alla fossa / odorando ancora di cielo?”.
Frammenti veloci che passano sulla vita, scivolano sulla polvere del tempo. Lacerazioni, dissociazioni, opposti. I contrari si rivelano efficaci a descrivere i paradossi dell’anima: “il mio porto sicuro / è il mare aperto”.
La poetessa utilizza riferimenti mitici per leggere dentro al suo cuore, richiamando geografie mitiche e personaggi che hanno solcato i mari della poesia antica (Telemaco, Arianna, Cassandra). Dal mito, antico catino di immagini e di narrazioni, ci arrivano echi di corrispondenza con l’oggi; da quei grumi di storie ci derivano interpretazioni significative, in cui la poetessa introduce elementi personali di interpretazione. Così, il filo di Arianna diventa la sua chioma. E, nel peregrinare affannoso tra le tortuosità del labirinto, è rimasta calva. Il soggetto, dunque, smarrito nei meandri del dedalo, alla ricerca di sentieri d’uscita (“Tu li percorri / assetato di spiragli”) alla fine, ha subito una spoliazione, una perdita, un ammanco, ancora una volta, una sottrazione.
La bella composizione Spogliarsi muove dal desiderio di conoscere e definire una persona: non basta riconoscere un volto per scorgere l’Umano, al contrario bisogna “scavarlo a mani nude / scrostargli con carezze / quelle sue etichette imposte//. Solo così / si convince che lo amo”. Anche con l’eco delle allitterazioni (del fonema -s), la poetessa esprime la forza del rovesciare le convenzioni, dello scavare nel fondo per ritrovare ciò che è germinativo e fecondo, per riscoprire ciò che è vero, come l’amore. Ciò che ci identifica come esseri umani, che partecipano dello stesso destino.
Il corpo è l’elemento centrale per entrare in sintonia con l’altro. “Il corpo / repertorio di senso // di questo silenzio / abbine cura”. L’incontro con l’altro è sempre un fatto accidentale, esterno, un’eventualità. Non se ne sa nulla: del prima, né del dopo. Accade. Ma pur sempre legato a una pulsazione dell’io, del corpo: “nell’inciampo / dello sguardo, / lungo le vene”. Anche il linguaggio è corporeità, contatto, fisicità, anche se il soggetto si trasforma, resta materia corporea che parla: “Il tuo dire era restare / corpo in altro corpo”.
Il tempo (l’urlante tempo) è silenzio e polvere che si deposita sugli oggetti di tutti i giorni, granello su granello. “La polvere è ricchezza // di macerie che rinascono”. C’è dunque, una rinascita. Il soffio della storia (quella grande e quella minuscola) continua, fin nelle narici… La Storia rimane, cambia il metro di misura per registrarla (secoli, decenni, giorni...) ma essa è, esiste, nella interminabile fuga degli anni. Life piled on life (Tennyson, Ulysses), che sempre ci cambia: “Ciò che non cambia /alla fine ci ha cambiati”.
Un altro ambiente umano che colpisce l’attenzione della poetessa e la piega verso un senso di commossa umanità, è rappresentato dai treni e dalle stazioni: “Tutto l’umano che conosco / e possiedo / sta lì”. La poetessa ha osservato in quei luoghi di passaggio la gente che si muove, che chiacchiera che dorme, che fuma, un’umanità inquieta e anche dolorosa. “Andiamo tutti… ciascuno tiene al suo posto / alla propria solitudine / ciascuno la esercita / come un diritto”. Il treno che ci accompagna “nella corsa dei giorni” diventa metafora dell’andare, in tutte le condizioni, con tutte le sfumature che si stemperano nella quotidianità. Le sale d’aspetto sono la rappresentazione di grumi di solitudine, di attesa, di gente fuori dalla storia, scampati a chissà quale diluvio, a quale guerra. Quattro o cinque disgraziati / ancora infetti. Talvolta, l’elegia è il canto più prossimo a loro.
Anche il tema dello sguardo è assai vivo. “Quante ombre può incontrare / uno sguardo / spettatore di se stesso?”. È uno sguardo che guarda se stesso. Che interroga, e fruga dentro di sé. E, quanto a chi e dove siamo, ecco la risposta: “Stiamo - nascosti negli occhi / degli altri”.
E con la tenerezza del ricordo, la poetessa ritrae, riandando all’infanzia, con tocco intimista e delicato, le cose più care (visive e olfattive, come l’odore del mosto cotto); i piccoli riti familiari che hanno ritmato tutta una vita, toccato le persone della generazione passata e presente, lasciato in dote la ricetta per fare il pane:
“Passa la farina al setaccio
Poi passa le mani
E poi gli occhi
E poi le parole - anche quelle fan grumi
O il pane ti viene indigesto!”
Piccoli gesti magici per allontanare il disappunto della non riuscita, da seguire con rigore e precisione se si vuole condurre a termine l’operazione, scandita da un anaforico e poi. E fare attenzione alle parole!
Tutto torna… tutto si ricompone nel grande gioco della storia (Giocavamo da bambini…) che è gioco e tragedia. Le nonne, le zie ricorrevano al loro talismano per la riuscita di una cosa a regola d’arte. Forse, lo stesso che serve per la riuscita nella vita.
E a concludere questa piccola, ma preziosa silloge, attraversata dai riflessi di luce/ombra, ma che non manca di lanciare segnali di resilienza è, ancora una volta, un sigillo di parola di vita (Epitaffio di Orfeo). Con un riferimento evangelico, volto a far vivere la parola dentro il cuore dei vivi, l’io torna ad affermare la sua urgenza di parole, sul suo labbro, mente e cuore:
Non cercare qui le tue parole.
La parola non è dei morti ma
dei vivi:
è la loro urgenza che mi abita.
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