Recensione di Tacimento orizzontale
di Iris Ramundo
La prima volta che ho incontrato Mariapia L. Crisafulli, autricedella raccolta Tacimento orizzontale, è stata in una serata di maggio a Bologna. Una sera qualunque apparentemente, ma sono proprio queste sere che poi restano impresse nella memoria. Abbiamo parlato a lungo, quasi senza accorgercene avvolte da un flusso ininterrotto di pensieri e riflessioni sul mondo che ci circonda e che tanto ci appesantisce a volte. A distanza di tempo, una cosa che ancora mi colpisce, è che gran parte dei nostri discorsi ruotavano intorno all’impossibilità di parlare davvero. Parlavamo di incomunicabilità, di quella sensazione ostinata di non riuscire a esprimerci fino in fondo, di non essere compresi, di non riconoscerci nel linguaggio che ci viene consegnato. Parlavamo del silenzio, non come vuoto o necessità, ma come unica postura possibile quando le parole rischiano di diventare vuote. Parlavamo anche di una frattura generazionale molto precisa che riguarda il sentire di noi giovani spesso non compreso da chi è più grande e poi della difficoltà di trovare punti di riferimento o figure simboliche a cui affidarci. È come se fossimo cresciuti in un tempo senza padri, o con padri assenti, inermi davanti a un mondo che continua a parlare senza, però, ascoltare. Mi torna spesso in mente una frase di Sylvia Plath: «Parlo a Dio, ma il cielo è vuoto». Questa frase contiene una condizione esistenziale prima ancora che poetica: è il gesto di chi parla sapendo che forse non riceverà risposta, ma non può fare a meno di parlare, o, a volte, di tacere. “Tacimento orizzontale” nasce esattamente da qui, da un tempo che sembra urlare continuamente, ma che in realtà non comunica; un tempo che produce un rumore costante e proprio per questo, svuota le parole del loro senso. C’è un verso che lo dice in modo chiarissimo: «Per quanto urlante questo tempo è un tacimento orizzontale». Un silenzio disteso, diffuso che non è assenza di suono, ma assenza di ascolto. In questo senso, la poesia di Maria Pia compie un gesto radicale: non si oppone al rumore con altro rumore, non cerca di sovrastare il tempo, ma si sposta di lato, sceglie l’esattezza, invece dell’enfasi, la sospensione, invece della dichiarazione. È qui che si apre una riflessione più ampia sulla poesia di oggi. La poesia non è, o non dovrebbe essere, uno strumento per spiegare il mondo: non serve a chiarire, serve a non perdere, a custodire ciò che altrimenti scivolerebbe via: un corpo, una memoria, una ferita, una frase non detta. Scrivere poesia oggi è un atto di attenzione radicale; è scegliere di restare in ascolto quando tutto chiede velocità, risposta immediata, posizione netta; è accettare di abitare il vuoto senza riempirlo a tutti i costi. In Tacimento orizzontale questa postura è evidente e trova una delle sue espressioni più forti in Telemachie. Durante un secondo incontro con Mariapia, in un momento per me particolarmente delicato, mi fece leggere questa poesia, e io mi sono sentita profondamente capita. Telemaco è il figlio che cerca il padre, ma è anche il figlio che scopre che il padre non c’è o che non può più rispondere; è una figura di passaggio, di formazione, di solitudine consapevole. Infatti, a un certo punto, la poesia dice: «E adesso io non so parlare». Questo verso non è una resa ma una presa di coscienza, è il punto in cui il linguaggio si inceppa e proprio lì e diventa etico. Non so parlare, perché parlare come si è parlato finora non basta più. Non so parlare, perché forse è necessario prima ascoltare, tacere, restare in apnea. Credo che molta poesia contemporanea nasca da questa soglia, da una crisi del linguaggio che non è sterile ma generativa, da una consapevolezza: le parole hanno perso potere, ma il corpo, la pelle, la presenza, no. La poesia, allora, non consola, non promette salvezza, ma accompagna, resta accanto, custodisce. Oggi forse questo è il suo compito più urgente: non riempire il cielo vuoto di cui parlava Sylvia Plath, ma imparare a stare sotto quel vuoto senza smettere di cercare una voce, una voce bassa, rassicurante, che sappia reggere il silenzio
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