È ingegnere ma sceglie il mestiere del cuore

11 domande all’artista Dario Cadeddu

Quando si osservano i suoi quadri non si può che rimanere piacevolmente increduli. Dario Cadeddu, artista 44enne di Collinas, ci ha aperto la porta della sua scuola d’arte, a Sanluri, per consentire un’intervista. Ad accoglierci, oltre ai colori, anche i suoi bravissimi allievi e tanta umiltà.

Lei è ingegnere, tuttavia ha deciso di fare l’artista. Si può vivere di sola arte?
«Secondo me, si. Mi spiego: se si fa solo pittura, probabilmente no, perché è complicato mettere in vendita opere d’arte che hanno un certo valore. Quindi è importante farsi conoscere: partecipare a concorsi e sfruttare tutti i mezzi a disposizione. Si tratta comunque di un processo che può essere davvero lento, ma nel frattempo bisogna vivere. Se ci si presta anche ad altre attività, come ad esempio l’insegnamento, di arte si può vivere. Naturalmente non è cosi semplice. Serve avere una certa cultura. Bisogna studiare molto, avere esperienza e metodo. Insomma, non ci si può improvvisare. Con l’impegno giusto, però, si può. Si può vivere d’arte se ci si mette a disposizione della stessa».

Da quanto tempo vive di arte?
«Ufficialmente ho iniziato circa cinque anni fa. Sono partito da Senorbì, dove insegnavo nella scuola che era diretta da mio suocero, che è mancato qualche anno fa. Mi fu chiesto di sostituirlo nelle lezioni di pittura; tutto è nato da lì. Anche la mia famiglia è composta da artisti.
Mia madre, Maria Paola Mura, ha sempre dipinto e mio padre Gesuino era uno scultore anche abbastanza noto».

Quando ha capito di essere un artista?
«In realtà, da sempre. Già dalle scuole elementari facevo a gara con gli altri compagni di classe a chi realizzava il quaderno più bello».

E quand’è che ha realizzato di avere un talento fuori dal comune?
«Dunque, è una storia un po’ particolare. Da bambino ho sempre seguito i miei genitori nei contesti di pittura estemporanea. Ho conosciuto tantissimi artisti e, con loro, ho avuto la possibilità di apprezzare l’arte a tutto tondo. Ci sono stati contesti nei quali in un tempo limitato dovevi riuscire a realizzare un dipinto, che è poi soggetto a critiche.
Una quindicina di anni fa, in occasione delle estemporanee di pittura alle quali partecipava mia madre, avevo iniziato a fare i ritratti con i carboncini. La cosa buffa era che magari mia madre non vinceva nulla, mentre invece vincevo io. Oppure mi veniva acquistato un dipinto. Poi ho iniziato a dipingere con i colori. Ricordo che la prima mostra fu un flop. Ma ci riprovai un anno dopo e fu diverso. Da lì, iniziò tutto.
Un momento particolare di riflessione è stato quando, dopo essermi laureato in ingegneria, dovetti prendere una decisione: seguire la professione di ingegnere o seguire il cuore e fare l’artista. Ho seguito il cuore. Non ritengo naturalmente inutile il tempo trascorso a studiare: anzi».

Artisti si nasce, o lo si può anche diventare? Ad esempio, persone che non hanno mai tenuto in mano una matita, possono diventare pittori?
«Certo che si può. È capitato. Poi, ovvio, la riuscita finale di un dipinto dipende anche dalle proprie doti personali. Può accadere che una persona che non abbia mai dipinto, scopra di essere portata e molto brava».

Capita anche il contrario? Cioè, che qualcuno abbia iniziato un corso come il suo, pensando di essere bravo, per poi accorgersi di essere arrivato al suo limite?
«Assolutamente sì. Un po’ come per i 100 metri: se uno non nasce centometrista, sarà difficile che possa mai fare i dieci secondi e mezzo. Se già alla prima corsa fa 13 secondi, vuol dire che non è nato per fare i cento metri.
Apprezzamenti e riconoscimenti: quanti, quali, dove e da chi li ha ricevuti?
Molti li ho ricevuti soprattutto online. Proprio di recente il dipinto “Annarita”
è stato apprezzato negli Stati Uniti, finendo su alcune copertine di giornali di settore. Ho anche ricevuto apprezzamenti da parte di vari critici di rilievo».

Perché preferisce definire i suoi dipinti realistici e non iperrealistici?
«Volutamente il livello di dettaglio non è estremo; è dettagliato. Però preferisco far vedere i tratti del pastello. Nei miei dipinti, guardando attentamente, si vedono i tratti del pastello, cosa che nella pittura iperrealista non esiste. In questo modo può emergere la personalità del pittore. Secondo me è fondamentale che nei dipinti emerga la personalità dell’artista. Altrimenti sarebbero nient’altro che fotografie del soggetto: immagini fedeli e precise, senza la contaminazione, la partecipazione della nostra anima, del nostro genio».

Cosa s’impara nella sua scuola?
«Si tratta sostanzialmente di una scuola con corsi di pittura acrilici. Dai primi rudimenti della pittura a qualcosa di più avanzato. Qui s’impara, a seconda del grado di partenza: dalle proporzioni, prospettive, alle sfumature, fino alle più precise finiture. Inoltre, viene preso in seria considerazione anche l’aspetto tecnico, tra cui i vari materiali da utilizzare come, ad esempio, pastelli e carta. E la scelta del soggetto da ritrarre».

Nonostante preferisca definirli realistici e non iperrealistici, alcuni dei suoi dipinti sembrano scatti fotografici, tanto sono fedeli alla realtà. Come fa? Chi è stato il suo maestro?
«Maestri ne ho avuti diversi. Quello più importante è stato Rubén Belloso Adorna: un ritrattista spagnolo di fama internazionale, considerato uno dei migliori ritrattisti contemporanei al mondo. Poi c’è stato Alain Voinot, un paesaggista francese che mi ha insegnato le basi per disegnare e dipingere i paesaggi. E Orietta Tribolati (in arte “Rubinia”) che mi ha insegnato la tecnica di pittura sull’acqua».

Progetti per il futuro?
«Continuare così, innanzitutto. Poi continuare con i ritratti di un livello successivo, più avanzato. Fare qualcosa legata anche al paesaggio e ai fiori, in maniera più complessa, realistica. Magari per un’utenza maschile, penso di approfondire lo studio e la realizzazione di opere ritraenti paesaggi urbani, o architettonici.
In progetto, c’è anche l’apertura di due nuove scuole: una a Senorbì e l’altra a Ortacesus».

Un consiglio per chi pensa, spesso a ragione, che stare qui sia tempo perso e, non avendo un lavoro, se ne va
«Ci sono certamente situazioni critiche che non permettono altro che andare via. Ma ci sono anche casi in cui, se si vuole, si può seguire il cuore e rimanere qui. Non è semplice. È chiaro che bisogna inventarsi qualcosa che permetta la sopravvivenza. Bisogna investire in conoscenze, rischiare e impegnarsi più del normale. Secondo me in Sardegna si può fare tanto. Anche a me è stato detto “ma perché non te ne vai? Che ci fai qui?, ecc.”. Ma mi sono imposto. Qui sto bene ed è stato dunque normale, quanto necessario, impegnarmi per poter rimanere. Bisogna crederci. Poi, certo, ci vuole anche un pizzico di fortuna».

Commento libero
«Che dire? Secondo me, i ragazzi dovrebbero in qualche modo riscoprire quello che è il bello delle cose. Si dovrebbe, come avveniva in passato, tornare a insegnare la pittura e l’arte già dalla scuola primaria e secondaria. Si tratta ormai di materie di nicchia, relegate solo a certi contesti. Cosi come si dovrebbe dare maggiore attenzione alle materie come musica e teatro; insomma, all’arte e alla cultura in generale».

A fine intervista, prima di scattare la fotografia con gli allievi presenti, abbiamo rivolto una domanda-scherzo al maestro Dario: “Chi è il suo allievo più bravo?”.
Dopo la risata generale, è comunque arrivata una risposta: “I miei allievi sono tutti davvero molto bravi. Non c’è quello meno bravo”.

Saimen Piroddi ©riproduzione riservata

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  • Pubblicatadomenica 07 luglio 2019