L'ATTESA DEL CON-TATTO
L’ESTETICA TATTILE DI STEFANO CATALINI
L’arte (e dunque l’estetica) di Stefano Catalini nasce da una pulsione costruttiva e formativa originaria, profonda, antropologica, sentita e condivisa con spontaneità e naturalezza. Ogni sua opera, di piccole o grandi dimensioni, grafica, scultorea o pittorica, è sia origine che emanazione di infinite altre possibilità espressive, tattili in primis, tutte colte al momento opportuno con saggezza, umanità e raffinatezza, perché Catalini è guidato da un’Erfahrung (esperienza/viaggio di con-tatto con la “figura” della materia) che gli fa sentire la necessità e il peso della giusta attesa. L’artista offre sempre, con tatto, al pubblico i suoi “pezzi” come fossero piatti pre-libati dalla memoria, necessari a fissare le tappe di un percorso-rito biografico-ancestrale. Egli punta sempre alla massima qualità della materia (e del percepire/sentire/toccare/ricordare), materia che è anche Tempo, dunque giusta e religiosa attesa del possibile, e Spazio, cioè estensione, pelle sublimata, campo d’azione, ma lo fa senza ostentare spudorati “effetti”, barocchismi ammiccanti o texture “intimidatorie” capaci solo, in verità, di far perdere il con-tatto con la parte migliore (perché generalmente sopita) della ritualità estetica. Le sue opere hanno tutte una grande potenzialità di crescita, di sviluppo rizomatico e di proliferazione intellettuale, perché sono e restano “senza margini”, fanno pensare a sezioni della vita “intrauterina” dell’esistenza, una vita infinitamente agente nelle sue “figure” e infinitamente formativa per la coscienza.
Claudio Nalli
L’ASTRAZIONE NON È UN CASO;
VA VISSUTA CON L’EMOZIONE CHE MERITA
Stefano Catalini è uno di quegli artisti a cui piace “perdersi” nei meandri clamanti dell’astrazione, nella disputa tra forma e materia.
I materiali, i colori, le suggestioni conseguenti, le infinite storie che possono derivarne, sono “avventure” che emozionano l’artista, gli fanno vivere appieno l’esultanza dell’immaginare e del creare. Sin dal principio della sua vocazione artistica Catalini ha inteso l’astrazione dell’Informale a prevalenza materica, come strumento di più ampio respiro dell’arte contemporanea e suo personale. Questa prospettata illimitatezza, gli garantisce una libertà e, appunto, una profondità di campo e di respiro che un artista autentico, sensitivo, corporeo, e nel contempo raffinato, non può non eleggere ed ambire. E come non dargli ragione, visti gli esiti che la sua ricerca, forte della potenzialità del linguaggio scelto, gli va offrendo! In una recente intervista, egli non esita a spiegare il suo metodo; e lo fa “a cuore aperto”, dando garanzia che nel suo entusiasmo non esistono giochi e furbizie di alcun genere, ma solo stupore e illimitata apertura, schiettezza e passione. L’entusiasmo che ne trapela è il constatare di aver trovato finalmente il “suo” linguaggio, quello che egli definisce “realismo concreto”. Un immaginario fecondo dalla realtà immanente, dalla possibilità e capacità di poter tradurre ampi “spaccati” di realtà concreta, vissuta, lieta o sofferente, così come capita a livello esistenziale in un artista. Per questo la sua tecnica esigerebbe d’essere svelta, immediata, estemporanea, e invece, in sua mano, incredibile a credersi, è lenta, progressiva, vissuta, scandagliata in una totalità di effetti, sia visivi sia gestuali e dinamici, sia mentali e psicologici. Perché, come egli ripete a più riprese - e l’affermazione potrebbe ritenersi fondamentale del suo programma - “La manualità, e i tempi che essa richiede, è la sola forza “cardinale” del pensiero e dell’azione… “Ho una voglia di riflessione continua, non arrivo ad una scelta con facilità, bensì con quella lentezza che si dimostra strumento vitale d’ogni riflessione”. Viene da pensare che in Catalini il patrimonio che egli intende esplicitare attraverso la pittura e l’operare in genere, è quello tipico del pensatore umanista, e, potremmo dire caratteristico anche del marchigiano. L’anno Duemila è stato per lui fondamentale; gli ha aperto la testa in direzione dell’astrazione; ha costituito secondo il suo dire “la sua caduta da cavallo”, la conversione, risolutiva del suo operare; lo schiudersi di un autentico nuovo universo. Così, ogni sua opera è “un tralcio di vissuto”. Nell’iter del suo processo creativo si opera uno sdoppiamento di attenzione tra elementi: colore e materia, gesto ed immagine. L’impresa è di armonizzare, fondere, unificare questa ambivalenza in equa partizione dell’immaginario coeso ed armonico al tempo stesso, che includa la vitale dinamica dei contrasti: “Nel mio ideale c’è la forza espressiva in convivenza con l’armonia di un risultato che debba essere infine attraente ed anche pacificante”.
Ma al di là d’ogni possibile altra osservazione va detta la prima, unica e bastante: il campo d’azione di Stefano Catalini, corrispondente in pieno alla sua consolidata vocazione, è la Pittura con le sue innumerevoli filiazioni. L’ARTE
Lucio del Gobbo
sabato 12 settembre 2026
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