Interviste rilasciate

>>>MOVIMENTO ARTISTICO MUTAZIONISTA<<< “Ci rapisce il tempo” di Antonia Calabrese è una raccolta di poesie il cui filo conduttore è il trascorrere veloce del tempo dall'alba al tramonto, dalla giovinezza al lento decadimento fisico con un intercalare di sentimenti appassionati verso il mondo e la natura e di speranze che si rinnovano. • - Ciao Antonia, ti va di parlarci un po’ di te? • Sono una persona che ama tutte le arti e che lamenta di avere poco tempo per dedicarsi completamente a quelle nelle quali sono versata, cioè pittura, scultura, arte digitale, scrittura e poesia. • - Quando hai iniziato a scrivere poesie? Scrivo poesie da sempre. In quinta elementare scrissi la mia prima poesia che intitolai “La rosa”. La lessi a mio padre che ne fu entusiasta e volle che la leggessi a tutti i suoi amici. Fu questo episodio a incoraggiarmi tanto che non ho più smesso. Ero ancora molto giovane quando decisi di voler scrivere poesia a livello, diciamo così, “professionale”. Pertanto cominciai a studiarmi sulla metrica e sulla musicalità cercando di trovare un mio stile e credo di esserci riuscita. Contemporaneamente leggevo molto. Ho amato in particolare Carducci, Leopardi, Pascoli, D'Annunzio, Ungaretti, Quasimodo, Pavese e Montale. Devo molto a questi e altri poeti meno noti come per esempio Praga e il Magnifico. • - Come nasce una poesia? Come tutte le altre forme creative ed estetiche, anche la letteratura e quindi la poesia, è arte in quanto si fonda sulla proprietà del linguaggio espressivo manifestato attraverso accorgimenti tecnici acquisiti con lo studio e con l’esperienza. Al talento innato si aggiunge, cioè, la capacità di trasmettere il messaggio in maniera fruibile. Come tutte le forme artistiche di manifestazione del pensiero, dunque, anche la poesia nasce da intuizioni e ispirazioni. La padronanza del linguaggio artistico, la cura e la passione, la “fatica”, se vogliamo, portano a definire compiuta l’opera d’arte. In questo caso, la poesia che anticamente era considerata di origine divina. • - C’è un luogo o è frutto di un momento? • Luogo fisico non direi. “Luogo” in senso aspecifico o astratto, certamente. L'ispirazione è frutto del momento ma non è esclusiva della possibilità di rielaborare o riscrivere nuovamente quanto sia stato in precedenza stilato nel momento stesso dell’intuizione o dell’ispirazione. • - Quanto è importante la tua terra natia per l’ispirazione? • Per me un po’ ma non troppo. Forse perché nel mio paese natale ho vissuto solo pochi anni. In realtà sono cresciuta in collegio fino ai miei diciassette anni. Ora che anche mia madre non c'è più, mi sforzo di non sentire la nostalgia di cui ho sempre sofferto nei confronti del mio paese d’origine. È ora di tagliare il cordone ombelicale. L'ispirazione non è legata a un luogo piuttosto che a un altro. Da tutto e da tutti possiamo trarre ispirazione, quindi, anche da posti nuovi o sconosciuti. • -“Ci rapisce il tempo” : quale poesia ti piace di più? • Mi è difficile rispondere. Le mie poesie mi piacciono quando sia mentre le scrivo che mentre le leggo provo la sensazione di avere espresso in maniera intellegibile e accessibile quello che intendevo dire . Quando e se sarò riuscita a trasporre gradevolmente l’intuizione e sarò stata in grado di dire “mi piace”, allora considero quella poesia compiuta. Se non raggiungo questo risultato ci lavoro fino a che non mi soddisfino. Per rispondere, forse preferisco l'ultima, “E vissi” ma amo particolarmente anche “Ansia di vivere”, “Davanti al camino” e “Tramonto”. • - La scelta del self publishing, una scelta di libertà? O cosa? • Esattamente. Non è stata la prima scelta in realtà perché inizialmente ho contattato delle case editrici e ho avuto ottime valutazioni e svariate proposte. Però, quando persone a me vicine hanno cominciato a insistere che ne scegliessi una in particolare per il prestigio del marchio editoriale offrendosi anche come sponsor, è come se mi fossi svegliata da un incantesimo. Ho capito che accettare un marchio editoriale sarebbe stato un po’ come tradire i miei principi già esposti nel Manifesto del Movimento Artistico Mutazionista. Dovevo trovare, e l'ho trovato, il coraggio di autogestirmi senza vincoli di padroni o condizionamenti di mercato. • - Eppure le richieste di Ce non ti mancano… • No, infatti. Il fatto che case editrici abbastanza note abbiano apprezzato le mie poesie è per me di grande incoraggiamento. • - Dalla poesia agli affari: come vanno le vendite? • Non male. Nel senso che vanno bene perché non mi aspetto di più. La poesia è purtroppo considerata un genere di nicchia e il mio stile non è della maggioranza. • -Ti sei posta un obiettivo? • Si, ma non è un obiettivo materiale. Riguarda piuttosto la mia maturazione artistica e crescita spirituale. La poesia, come anche la pittura, la scultura e ogni genere di arte a cui mi appassiono, è il mezzo e non il fine. • - Come ti promuovi? • Come posso, attraverso web e social. Non mi sento pronta ad affrontare il pubblico in presentazioni o firma copia perché parlare di me e del mio lavoro mi intimidisce. Quale canale hai trovato più conveniente? Senz'altro il canale più efficace per chiunque è il passa parola a meno che qualcuno non sia economicamente in grado di pubblicizzarsi più efficacemente a mezzo dei mass media. • - A quando il prossimo lavoro? • A breve pubblicherò un breve volumetto di poesie “Poesia è donna - dieci poesie d’amore” che per tutto il mese di agosto può essere scaricato in PDF gratuitamente dal mio site blog. Non so se prima della fine dell’anno riuscirò a pubblicare anche la silloge “Come sussurra il vento” a cui sto ancora lavorando e il romanzo “Welcome” che non ho finito di scrivere. • - Spazio aperto: ci volevi parlare di un’idea… • Vorrei parlarvi brevemente del Movimento Artistico Mutazionista da me teorizzato e di cosa intendo per Mutazionismo Artistico Letterario. Inutile spiegare cos'è il mutazionismo all'interno della teoria dell’evoluzione da cui ho voluto trarre ispirazione per sostenere che è necessario un mutamento di atteggiamenti in ogni campo dell'arte. Mutamento necessario se non vogliamo che la selezione naturale che fa la storia, a prescindere da quanto si sia stati bravi a pubblicizzarsi, ci releghi nel dimenticatoio. L’arte vera si fonda sulla speranza, che talora diviene certezza, dell’immortalità dell’opera in grado di sopravvivere al suo autore. Come ho scritto in un articolo del blog del MAM, una certa ostentata modernità “ricorda le erbacce senza radici che infestano orti e giardini; non è necessario estirpare perché al primo sole si seccano”. Guardandomi attorno mi sono resa conto che in Italia come nel resto d'Europa lo stato dell'arte langue in cliché che ne hanno fatto un prodotto scadente ma commercializzato e commercializzabile. È ormai divenuta normalità che opere di nessun valore artistico vengano fatte passare per buone se si ha dalla propria parte critici e mercanti d'arte bene addentrati nei circuiti di mercato. Il loro fondamentale appoggio è acquistato con denaro sonante da sedicenti artisti in cerca di notorietà ma non dell’immortalità dell’idea come sarebbe più accettabile. Se questa è arte, mi sono talvolta detta osservando veri e propri orrori fatti passare per originalità e personalità artistica, io non ci sto. Finché non mi è più bastato andare controcorrente ma mi è parso necessario dare voce al mio pensiero per sostenere che se non si possiedono le basi teoriche e tecniche del linguaggio scelto, non vi è arte. L’artista mutazionista è principalmente qualcuno che rifiuta di seguire le masse a costo dell'impopolarità convinto che l'arte debba essere praticata “a regola d’arte”. Che rifiuta di adeguarsi alle mode che le maggioranze seguono nel tentativo di vendere il proprio prodotto. Il mutazionista diffida di chi gli chiede denaro in cambio di pubblicità e false valutazioni. Non scende a compromesso per adeguarsi a una cultura del presente ingannevole, a una realtà manipolata convinto che si tratti di mode passeggere inadeguate a lasciare il segno del cambiamento nell'evoluzione della storia dell’Arte. Egli è convinto di voler mettere a frutto la propria genialità con coerenza sulla base di elementi storicamente certi e validi, cioè, è innovativo rispetto a basi culturali e tecniche realmente acquisite e possedute. Infine il Mutazionismo non è uno stile artistico o letterario ma un atteggiamento. (Intervista e articolo di Massimo Starita per Giorni di Maggio) https//giornidimaggio.blogspot.com/2020/08/movimento-artistico-mutazionista.html?m=1

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Ci rapisce il tempo

Intervista con la scrittrice Antonia Calabrese. ·Quali sono le fonti di ispirazione di cui si serve quando scrive? Parte da esperienze reali, autobiografiche o dalla sua immaginazione? In altre parole, quali sono per lei le influenze reciproche fra letteratura e vita? · L'ispirazione è sempre una questione di immaginazione che arriva improvvisamente dalle fonti più varie. Quando si va a comporre in poesia, emerge, ovviamente, la propria esperienza vissuta. Non c'è una vera distinzione, secondo me, fra letteratura e vita, perché la letteratura è la trasposizione scritta del proprio vissuto, fatto di voci, suoni, sensazioni, colori, luci, eccetera. Non si tratta quindi di influenze, ma di linguaggio, scritto o parlato che sia. La parola, scritta o parlata, non è che la naturale esternazione del proprio esistere in vita, del proprio modo di essere plagiato dall’esperienza. Ho pubblicato quasi trent’anni fa i miei primi due libri e ho diversi scritti inediti che finora non ho deciso di pubblicare. Si tratta di commentari biblici per i quali l'ispirazione era ovviamente scaturita dalla lettura dei sacri testi e dal personale atteggiamento spirituale. Ho pubblicato di recente due delle mie silloge poetiche e mi spiace avere perduto le mie poesie giovanili nel sisma del 1980. Per quanto attiene la poesia, l'ispirazione, come si sa, è improvvisa e potrebbe scaturire dalle più svariate fonti. In questo momento sto scrivendo un romanzo e anche in questo caso, l’ispirazione è stata improvvisa e imprevista, scaturita dall’avere letto su FB l'affermazione di un amico circa lo spopolamento dei paesi dell’entroterra. ·Che cosa significa per lei la “credibilità” da offrire ai lettori? · Questa è una domanda importante ma di vasta portata. Cosa si intende per “credibilità”? Dell'autore, dei personaggi o della storia narrata? Se per “credibilità” si intende “attendibilità”, allora, certamente è richiesta a un saggista ma non nella stessa misura, ad esempio, a un autore fantasy. Se prendiamo la “verosimiglianza” a metro di valutazione della credibilità, anche le fake news sono credibili… Ma se parliamo di “credibilità” nel senso di “coerenza”, allora stiamo parlando della efficacia e della appropriatezza del linguaggio. Nel qual caso, direi che se è artefatto risulta in contrasto con la realtà di chi scrive o di chi parla. Non dico con la realtà oggettiva, difficilmente identificabile, nel caso delle arti in generale, ma con quella soggettiva. Il modo di esprimersi appropriato è quello in grado di dare identità allo scrittore o narratore, ai personaggi e ai fatti narrati. Voglio dire, la credibilità, se intesa nel senso di coerenza, è intrinseca al linguaggio usato tenuto conto dei suoi contenuti. Questo concetto è valido in ogni campo dell'arte e dell'espressione umana. Ad esempio, non sarebbe credibile un Van Gogh atteggiato a Caravaggio e viceversa, avendo ciascuno dei due narrato la realtà oggettiva in maniera soggettiva. ·Cosa intendi per scrivere bene, in contrapposizione a scrivere male? · Ritengo che scrivere bene consista nell’esprimere in forma corretta e con proprietà di linguaggio dei contenuti validi in modo che siano fruibili da parte del lettore. Scrivere in maniera corretta non è tutto perché anche i contenuti hanno una fondamentale rilevanza. Per esempio, ultimamente ho letto due romanzi: uno, scritto da un'autrice che è anche editor freelance e correttrice di bozze ed è redatto correttamente ma è poco scorrevole con tanto di scena erotica sbattuta in primo capitolo. Non ho finito di leggerlo perché l'ho trovato assolutamente insulso. L'altro è pieno di refusi ma la storia è narrata con delicatezza e nonostante gli errori grammaticali risulta scorrevole. L'ho letto fino alla fine sebbene fossi tentata di mettermi in contatto con l'autrice per farle notare che andrebbe rivisto. ·Quanto conta la conoscenza diretta della vita quando si racconta? Quanto invece l’immaginazione? · Sono ambedue altrettanto importanti perché l’immaginazione è la scintilla che accende la sinergia apportata dall’esperienza. Un po’ come succede per la vitamina che necessita dell'azione contemporanea di un particolare aminoacido. ·Quindi quando cominci a scrivere una storia sai già quello che dovrà succedere? · Generalmente la trama mi è chiara fino nei particolari e quello che manca e che va approfondito e studiato è il lasso temporale fra un episodio e l'altro immaginato nella costruzione della storia. · Puoi descrivermi il tuo metodo di lavoro? · Di solito appunto innanzi tutto la trama, poi annoto, per iscritto o a mezzo di registrazione vocale i vari passaggi dell’ispirazione volta per volta così come mi si presentano e li rielaboro in fase di trascrizione. Prima o durante la trasposizione scritta dell’idea, cerco e approfondisco notizie inerenti alla trattazione per adeguare la narrazione a una realtà verosimile. Per quanto riguarda la poesia invece, i versi di solito sono istintivi dal primo all'ultimo e scaturiscono da una ispirazione su cui lavoro subito, se possibile, o successivamente. Come disse Rainer Maria Rilke: “Ai veri poeti il primo verso viene regalato da Dio, mentre tutto il resto è dura fatica dell’uomo.” · Che importanza ha per uno scrittore la sicurezza economica? · Moltissima, come per chiunque. Se non si vuole morire di fame bisogna accettare di fare anche altro. · Credi che oggi si riesca a vivere di sola scrittura? ma all'inizio della tua carriera come facevi a tirare avanti? · No. Credo che gli scrittori che possono permettersi di vivere di scrittura siano pochi, sempre che esistano. In altri tempi esistevano i mecenati… oggi come oggi, a malapena esistono pochi lettori. Per mia fortuna ho un lavoro nella Pubblica Amministrazione che mi permette di tirare avanti. Per mia sfortuna, viceversa, ho un lavoro nella Pubblica Amministrazione che mi lascia poco tempo per scrivere. · Che consiglio dai a un giovane scrittore? · Migliorarsi con lo studio di autori di livello e non lanciarsi a pubblicare per il gusto di farlo senza avere prima maturato una propria personalità. · Quali sono state le tue letture formative? · Ho letto di tutto fin dalle elementari. Ma ho amato specialmente Irving Stone, Dostoevskij e Erica Jong, Cassola, Pavese e Pasolini. E poi Jung, Kierkegaard e Sartre. Per la poesia, Praga, Foscolo, Leopardi, D'Annunzio, Carducci, Pavese, Quasimodo, Ungaretti e Montale. Detesto Dante e prediligo Lorenzo de’ Medici. Tutti costoro, compreso Dante, e tantissimi altri autori che sarebbe impossibile elencare, hanno influito sulla mia formazione. La scrittura, cioè la parola scritta, al pari di quella parlata, è un seme che porta frutto e maggior frutto quando trova il terreno adatto. La lettura, dunque, va coltivata, affinché porti il suo frutto. · Come vedi la situazione della cultura in Italia? · C'è speranza che deriva anche dalla globalizzazione se si riuscirà a confrontarsi con altre culture in maniera costruttiva. Si parla molto di crisi dell'editoria. Secondo me, uno dei problemi, alquanto serio, di questa epoca è la massificazione. Si tende a indirizzare e forzare i lettori verso un prodotto commerciale e questo determina la quasi totale assenza di originalità e di capolavori veri. Purtroppo la maggioranza degli scrittori si adeguano a questo tipo di esigenza di mercato. C'è un uso abuso squallido di scene di violenza e di sesso in ogni film che guardi alla tivvù come in quasi tutti i romanzi moderni. Suppongo che questo particolare generi dalla convinzione che l'argomento interessi la maggioranza ma in realtà taglia fuori una fetta piccola o grande di platea che finisce di conseguenza per diffidare di qualunque narratore e non acquista nessun prodotto. Non lo dico per puritanesimo, ma per far notare l’assenza di argomentazioni che affligge la cultura della nostra società, tant'è che tutti scrivono thriller, tutti scrivono gialli, tutti scrivono fantasy e tutti scrivono erotici. Le leggi di mercato sovente imposte dagli editori, ma molto spesso supposte dagli scrittori, hanno fatto in maniera che oggi come oggi tutti scrivono e più nessuno legge. Forse una maggiore apertura verso culture diverse dalla nostra potrebbe generare un cambiamento positivo in campo letterario come in ogni campo delle arti. · Per concludere, quando scrivi pensi a chi legge? Saresti in grado di dire per quale lettore scrivi, quale lettore speri di raggiungere? · Mi chiedo a cosa serve individuare un target. Giusto per saperlo ovvero per scrivere in base ai gusti dei lettori ipotetici? Forse è questo uno dei problemi dell'editoria moderna. Si mira a catturare un ampio pubblico supponendo che ai lettori faccia piacere leggere determinati soggetti e questo determina, in buona parte, la quasi totale assenza di originalità della maggioranza degli autori moderni. Personalmente mi sforzo solo di usare un linguaggio corretto, accessibile a tutti ed evito, certamente per indole e gusto personale, di urtare la sensibilità del lettore. (Intervista e articolo di Luca Cimatoribus per Radio Londra 6-9-2012: Il Microfono è Vostro - https://www.facebook.com/notes/356043602120597/ )

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Come sussurra il vento

In The Book: Antonia Calabrese, interview DI SILOUD - PUBBLICATO IL10 FEB 2021 Artista e scrittrice indipendente, Antonia Calabrese si dedica all’arte in tutte le sue forme. Oggi l’abbiamo intervistata nelle vesti di scrittrice per l’uscita del suo ultimo libro “Welcome“. Il suo primo romanzo che vuole lasciare il lettore con dei nuovi punti di vista e delle domande, volutamente senza risposta. Nome: Antonia Cognome: Calabrese Età: 62 Città: Prignano Cilento Nazionalità: Italiana Professione: Artista, scrittrice indipendente Parlaci di te Antonia! Sono nata nel salernitano, nell’Alta Valle del Sele, in un comune tristemente famoso perché epicentro del sisma del 1980, Santomenna. Sono cresciuta in collegio, ad Arezzo, vincitrice di una borsa di studio, per cui ho sofferto l’allontanamento dalla mia famiglia a soli dieci anni. Ho completato i miei studi all’Accademia di Belle Arti di Roma e lì ho conosciuto mio marito. Dopo la laurea, ho vissuto una quindicina d’anni a Santomenna e poi mi sono trasferita in Cilento dove vivo tutt’ora, perché il tipo di scuola superiore che aveva scelto di frequentare mio figlio, all’epoca, non c’era nella zona. Dedico molto del mio tempo alla scrittura e alla pittura, un po’ meno alla scultura. Il tempo, in realtà, non mi basta per fare tutto quello che mi piacerebbe e ho molte idee e progetti che forse non riuscirò a realizzare. Com’è nato il tuo amore per la scrittura? Da bambina, alle elementari, avevo qualche difficoltà nel dettato, confondevo la “d” con la “t”. Sono sempre stata convinta che il problema fosse nella pronuncia della maestra che era meridionale, di Scafati. In ogni caso, mio padre, d’accordo con lei, mi acquistò dei libri e m’impose di leggerli: Cuore, La capanna dello zio Tom, le Favole di Perrault, La cieca di Sorrento eccetera. Leggevo molto, e pian piano si affinava anche la mia scrittura cosicché alle medie e alle superiori ero una cima, assai felice dei miei successi. Fu un insegnante di italiano, all’Istituto d’Arte, il professor Bindi, a incoraggiarmi a scrivere. Il giorno degli esami, quando entrai per sostenere gli orali, si alzò in piedi e mi presentò alla commissione dicendo: «Ecco la nostra scrittrice!». Non lo dimenticherò mai e ritengo di dovergli molto. Anche mio padre era convinto che fossi tagliata per la scrittura e m’incoraggiava quando leggeva le poesie che scrivevo fin da piccola. Ricordo la mia prima poesia, che intitolai “La Rosa”, perché papà volle che la leggessi davanti ai suoi amici. A ripensarci ora, mi pare quasi di non essere stata io a scegliere, ma che altri abbiano stabilito per me un cammino da percorrere. Un cammino che in realtà ho trascurato per molti, forse troppi anni, presa da altro. Solo che ho anche altri interessi, altre intuizioni, altre emozioni e voglia di fare: manipolare la creta, ad esempio, dipingere per sentire l’odore dei colori e della vernice fresca, creare, insomma, con le mie mani. Come ho già detto, il tempo non mi basta per fare tutto quello che vorrei. Parecchie le pubblicazioni di cui puoi vantare, qual è quella che ti rappresenta di più? L’emozione più forte, probabilmente, l’ho avuta quando ho letto il mio pezzo e il mio nome sotto il primo articolo pubblicato da “Giornate italiane”. Sono molto affezionata a “Lo Spirito e la Sposa”, un testo di esegesi biblica in cui ho infuso il mio intelletto assieme alla mia anima. Ho molti scritti inediti nel cassetto che non ho ancora deciso di pubblicare. Forse il mio capolavoro si trova fra quelli. Può darsi, in ogni caso, che il volume che mi rappresenta di più sia quello che non ho ancora scritto né mai scriverò. “Welcome” è il tuo romanzo d’esordio, com’è stato passare a questo genere? Fin da ragazza mi sarebbe piaciuto cimentarmi nella stesura di un romanzo, ma temevo di non esserne capace. Quando ho concluso l’ultimo capitolo di “Welcome” ho tirato un sospiro di sollievo e rileggerlo mi ha dato un sottile piacere, una sensazione di appagamento, di soddisfazione. C’è qualche scrittore a che ha “segnato” il tuo percorso letterario? Non saprei, è difficile rispondere, di certo ho amato molto Cesare Pavese e Giuseppe Ungaretti. Ritornando a “Welcome”, come nasce la storia che racconti? Nasce da una intuizione, o ispirazione che dir si voglia. È un libro da leggere di cui preferirei non svelare l’intera trama per non sottrarre al lettore il gusto di scoprirla. Scaturisce esattamente dalle parole del testo, al capitolo primo del libro: “C’è chi dice che un paese muore quando…”. Il fenomeno dello spopolamento che affligge non poco l’entroterra italiano, assieme ai cambiamenti che avvengono nelle nostre vite con l’improvvisa perdita di persone che amiamo, sono gli argomenti centrali della narrazione. Apri delle prospettive e lasci al lettore la possibilità di porsi delle domande, perché questa scelta? Ho scritto dei commentari, in passato, in cui esplicitavo concetti fondati sulle Sacre Scritture e ho pubblicato articoli in chiave biblica. Nel frattempo, sono cresciuta, maturata e anche il mio pensiero religioso e filosofico si è evoluto. È per questa ragione che ho scelto di scrivere un romanzo, di narrare una storia invece che enunciare dimostrazioni. Un argomento importante qual è quello affrontato in “Welcome”, non mi sembrava il caso di imboccarlo col cucchiaino. È un romanzo rivolto a tutti e ho deciso che questo sarà il mio stile anche per ciò che eventualmente scriverò in futuro: raccontare senza commentare, suggerire senza affermare. Voglio che sia il lettore stesso a trovare le proprie risposte agli interrogativi che la vita, talvolta, ci pone. Possiamo aspettarci un seguito di “Welcome”? Un seguito della storia narrata, al momento direi di no. Qualcosa che segua lo stesso filone, invece sì. Ho già iniziato a scrivere un romanzo dal titolo “Un’altra vita”, che spero di concludere entro quest’anno, in cui affronto una tematica simile. Hai altro in cantiere per questo 2021? Spero di concludere il romanzo a cui sto lavorando e di mettere mano a un altro la cui trama ho in mente da tempo. Forse riuscirò anche a pubblicare entro la fine dell’anno il quinto volume della collana “PoeticaMente” delle mie poesie. C’è qualcosa che vorresti dire ai nostri lettori? Niente più di questo: Acquistate il libro e soprattutto leggetelo, ne vale la pena. È un testo scorrevole e di lettura piacevole che affronta con delicatezza un argomento complesso e di indubbia attualità. (Intervista e articolo di Siloud - https://siloud.com/2021/02/10/inthebook-antonia-calabrese-interview/)

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Welcome, il nuovo romanzo di Antonia Calabrese Pubblicato il Marzo 5, 2021by gioialibro1 Antonia Calabrese è nata nell’Alta Valle del Sele nel 1958 ed è cresciuta in Toscana. Ha frequentato l’Istituto d’Arte alla sezione Moda e Costume teatrale e ha completato gli studi artistici presso l’Accademia delle Belle Arti di Roma, conseguendo la Laurea Magistrale un Storia dell’Arte. Ha collaborato con diverse riviste come “Giornate italiane” e “Il Granel di Senape” di Torino. Nel 2019 ha teorizzato e pubblicato il “Manifesto del Movimento Artistico Mutazionale” e nel 2020 ha pubblicato i primi 4 volumi della collana “PoeticaMente“. Welcome è il suo romanzo d’esordio con la narrazione ambientata in un territorio afflitto dello spopolamento fra le città fantasma di Rieti e L’Aquila. Dalma, la protagonista, nata esattamente settant’anni dopo il terremoto della Marsica, vive una curiosa storia ai confini della realtà fatta di singolari coincidenze che la porteranno a interrogarsi sulla vita e sulla morte, sulla possibilità che esista nei luoghi una moderna storica e in noi una genetica. Antonia, la narrazione in “Welcome” non si riferisce a una storia realmente vissuta ma attinge a spunti autobiografici. È possibile rivelare ai lettori quali sono questi spunti? Non ho piacere a farlo perché non si tratta né di una storia vera né tantomeno autobiografica e sarebbe un peccato se il lettore cercasse di ritrovarci me: perderebbe il senso della narrazione. Qualche spunto è normale che ci sia in quanto serve a rendere verosimile la narrazione e chi mi conosce o mi ha conosciuta potrebbe facilmente individuarli. Per tutti, basti che ho scelto di ambientare il racconto in territori che hanno subito lo spopolamento anche, ma non solo, a causa del terremoto della Marsica, quello del 1915, perché personalmente ho vissuto l’esperienza del sisma dell’Irpinia e l’orrore della distruzione e delle macerie. Alcuni episodi narrati se non sono avvenuti a me direttamente, sono occorsi a persone che conosco da vicino. Ad esempio, quello in cui il padre della protagonista muore sotto le rovine della sua casa nel corso del sisma del 2009 è successo a un’amica, in realtà, durante il sisma del 1980. Parla di memoria genetica e sappiamo quanto sia fondamentale il mantenimento di questa memoria, ereditata dalla generazione precedente, per vivere e riprodursi. Questo avviene attraverso il mantenimento del rapporto con i nostri nonni, le persone più anziane ma, il periodo che stiamo vivendo, sta intaccando tutto questo a discapito delle generazioni future. Sì, certo, esiste e fa parte della nostra vita questo genere di continuità con il passato che ci proviene dalle generazioni che ci hanno preceduto. Quando le famiglie erano patriarcali e i bambini crescevano sotto lo stesso tetto con i nonni, le memorie dei propri antenati venivano acquisite con semplicità, in modo del tutto naturale. La storia di ciascuna famiglia, le sue esperienze, le conoscenze acquisite erano trasmesse di padre in figlio e apprese assieme al linguaggio col latte materno stesso, se vogliamo. La società moderna ci ha tolto questo vantaggio e tanto più i tempi di distanziamento e isolamento sociale che stiamo vivendo ci stanno depauperando di grandi ricchezze umane, affettive ed emotive sulle quali il genere umano poggia le fondamenta. Ritrovare sé stessi a mezzo della ricerca delle proprie radici per alcuni di noi, a maggior ragione è diventata una filosofia di vita. In “Welcome” tuttavia, non è di questo genere di memoria che ho scritto ma della possibilità che esista una memoria atavica, incisa nel nostro DNA, che faccia parte del nostro stesso genoma, di tutte le vite che ci hanno preceduto di generazione in generazione. È una delle ipotesi, un’altra è la reincarnazione: la protagonista si trova a vivere delle esperienze che potrebbero essere spiegate con una o ambedue a scelta del lettore. Lei si occupa di letteratura,poesia, pittura, scultura, digital painting ed e-mail art. Ha abbracciato completamente il mondo dell’arte, della cultura, come i suoi studi dimostrano. Certo, datemi da fare cose che moltissime donne sanno fare bene, tipo un dolce, una ricetta particolare o un altro lavoro più classicamente femminile fra virgolette e sono una vera incapace, una frana. Sono del tutto maldestra nelle faccende di casa, per mia natura, da sempre. Sono così fin da ragazza, portata per altro tipo di manualità e di creatività. Ciò nonostante, amo tutto quello che faccio e non saprei proprio dire cosa prediligo solo che, sì, ho molte passioni, un po’ anche perché vado a periodi: a volte sono più ispirata in un’attività creativa e altre volte in un’altra. Svariati interessi e purtroppo poco tempo, come tutti noi d’altronde e non lascio mai nulla di incompleto: se non arrivo al punto in cui posso dire a me stessa: – Mi piace! – non riesco a considerare ultimato quello che sto facendo; temo che questo possa essere uno dei miei difetti, forse il peggiore, per cui mi aspetto dagli altri come da me stessa di “fare ad arte” tutto quello che faccio. Mi capita sempre più spesso di provare la detestabile sensazione che non riuscirò a fare tutto quello che mi piacerebbe, che lascerò qualcosa di inconcluso, alla fine. (Intervista e articolo di Ilaria Matà per Gioia Libro) https://gioialibro1.altervista.org/welcome-il-nuovo-romanzo-di-antonia-calabrese/?doing_wp_cron=1618659713.3245420455932617187500

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«Ecco la magia dei borghi spopolati>> Antonia Calabrese ha romanzato le vicende che accomunano i piccoli comuni. «Mio padre è stato partorito nel 1930 durante il terremoto di Melfi. Mia nonna, per la grande paura, lo partorì a sette mesi. A mia volta ho vissuto quello dell'Ottanta. Il terremoto mi ha sempre affascinato, è stato per me sempre qualcosa da investigare». Parte da qui il racconto di Antonia Calabrese, autrice campana al suo romanzo d'esordio. Si intitola "Welcome" e arriva negli anni della maturità, come la stessa scrittrice sottolinea. La narrazione e ambientata in un territorio afflitto dallo spopolamento, quello fra il reatino e l'aquilano, che abbonda di città fantasma. «Ho provato a scrivere un romanzo fin da ragazza. -racconta -In qualche modo prima non mi sentivo capace. L'idea è arrivata all'improvviso, a un certo punto è arrivata la trama. Ma ho fatto tante ricerche, ho studiato molto per costruire la storia, per definire i personaggi. Erano zone che non conoscevo, non ci ero mai stata. Ma ho scelto il terremoto di Avezzano. L'idea è arrivata dopo l'affermazione di un amico sul dramma dello spopolamento dei paesi. Come spiega l'autrice, «la genesi del romanzo scaturisce dall'affermazione di un amico circa il fatto che un paese abbandonato dai suoi abitanti muore inesorabilmente. Accanto a ciò, l'affermazione di una persona cara, recentemente scomparsa, circa il proprio desiderio di rinascere L'Abruzzo interno come anche la provincia di Salerno. Dalma, infatti, la sua protagonista, è nata esattamente settant'anni dopo il terremoto della Marsica, e vive una curiosa storia ai confini della realtà fatta di singolari coincidenze che la porteranno a interrogarsi sulla vita e sulla morte, sulla possibilità che esista nei luoghi una memoria storica e in noi una genetica. «È una storia inventata - spiega la Calabrese - un po' surreale, ricca di mistero, ai confini della realtà, ma volevo che fosse verosimile». Nel romanzo Dalma durante una tempesta vive un'esperienza che la porta a risolvere il suo blocco dello scrittore. L'autrice narra questa esperienza, attraverso il tentativo della protagonista, già quasi quarantenne, di appropriarsi, finalmente, della propria indipendenza e autonomia da un'ansiosa madre. «La narrazione non si riferisce a una storia realmente vissuta, sebbene attinga da spunti autobiografici», spiega l'autrice che apre delle prospettive lasciando che sia il lettore a porsi delle domande, sforzandosi di non fornire la personale risposta. Il romanzo della scrittrice salernitana arriva dopo anni di scrittura, dapprima la collaborazione con le riviste culturali, poi la pubblicazione di "L'Agnello", "Lo Spirito e sposa" e i primi quattro volumi della collana di poesie "PoeticaMente". Ora è al lavoro con una nuova storia, ambientata a Salerno. «La sto ancora costruendo», dice Antonia. L' autrice nata nell'Alta Valle del Sele e cresciuta ad Arezzo, ospite del Convitto Santa Caterina d'Alessandria. Dagli anni novanta vive nel Cilento. (intervista e articolo di Marianna Vallone per La Città di Salerno - 19 febbraio 2021)

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Gente ne viene nella nostra vita come fosse una stanza d'albergo, gente se ne va, come le stanze d’albergo, gente che ha parlato, detto la propria e, invecchiando forse o forse no, poi è sparita; succede sempre, succede ovunque, ombre della vita, ombre della morte, come nel romanzo di Antonia Calabrese ( Welcome, Amazon Digital Services LLC, pag. 216, euro 12.48). La scrittrice, mentre i nostri passi si sentono sul corso Garibaldi a Prignano Cilento, Comune con poco più di mille abitanti, mi racconta con voce calma e decisa. Avevo bisogno di un posto dove fosse avvenuto un disastro per l'ambientazione del libro, per questo ho scelto la zona della Marsica che ha conosciuto il dolore del terremoto e l'abbandono di molti paesini, come è avvenuto per noi con l'Irpinia dopo il sisma del 1980. La protagonista si trova a vivere un'esperienza al di fuori della norma, non atmosfere horror o paranormale, piuttosto la storia di Dalma è la storia di una possibilità dell'altrove non di una certezza». Le stradine di Prignano Cilento hanno pietre che trattengono la memoria, passiamo davanti alla cappella di Sant'Antonio da Padova, resto di un antico convento agostiniano. PRIMO ROMANZO DELLA CALABRESE «NON È UN NOIR PARLO DI BORGHI ANTICHI POPOLATI SOLO DA MEMORIE» «Dalma si trova a vivere emozioni, coincidenze, dentro e fuori di lei, c'è una donna anziana con vinta di essere una reincarnazione, ci sono infatti immagini che richiamano personaggi del passato, si tratta comunque di indizi che sta poi al lettore ricomporre e stabilire a modo suo, secondo la sua libertà». Romanzo di allusioni, di sussurri e ombre che Antonia Calabrese evoca ricreando atmosfere che non vogliono determinare precisioni scientifiche o storiche; i paesi, come gli uomini, diventano una condizione («allora un paese - dice in un brano del libro-si chiude nel silenzio e in un cupo dolore e lentamente comincia a morire ogni giorno, giorno dopo giorno e di giorno in giorno, e così, dicono, avviene soprattutto se sia un paese di montagna»). Il sole costringe a socchiudere gli occhi e solo quando arriviamo di fronte al palazzo Marchesale, bellissimo e misterioso, ho la sensazione che lì dentro ci siano le ombre da cui è attraversato il libro di Antonia Calabrese. «Evito di fare affermazioni, racconto una storia, quella che i morti forse vivono in mezzo a noi, non mi interessa però provocare paura quanto suggerire allusioni, soffiare misteri. IL MOVIMENTO La scrittrice, attraverso il Movimento Mutazionista da lei fondato, rifiuta di aderire al mercato dell'arte e dell'editoria che in nome delle vendite ha rinunciato a qualunque forma di ricerca e soprattutto ritiene necessario la riaffermazione delle origini storiche attraverso la conoscenza di se stessi. «Così come avviene nella teoria dell'evoluzione i mutamenti che avvengono stabiliscono come procederà l'elemento mutato, che è poi quello che sopravvivrà a mode e a inutili abusi. La radice non è tanto quella territoriale ma genetica, appartiene alla vocazione di ogni singolo; si tratta di una ricerca interiore, non ha a che fare nemmeno con la logistica». Il libro segue questo percorso misterioso, è una riflessione sul mistero, sulle continue linee scure che attraversiamo; per la scrittrice lo stesso cristianesimo ha fallito in Occidente perché l'Occidente ha vocazione pagana rispetto a quello che invece si è voluto per forza imporre a un certo punto della storia - le strade di Prignano Cilento sono assopite, un vento leggerissimo piega piano le piante che escono tra le pietre, il freddo di febbraio immobilizza il paese; restiamo in silenzio, i passi di Antonia Calabrese, scendendo, proseguono il suo racconto e lo fanno dal lato dell'invisibile, paziente come la morte. (Intervista e articolo di Davide Morganti per il Mattino di Salerno – 08 febbraio 2021)

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