Quando i Popoli Indigeni diventano lo specchio dell’Occidente: la voce scomoda di Raffaella Milandri
Scrittrice, giornalista eantropologa, da oltre quindici anni Raffaella Milandri racconta PopoliIndigeni, colonialismo e diritti violati. Ma il punto più scomodo del suolavoro è un altro: costringere l’Occidente a guardare se stesso, il proprioconcetto di progresso e il prezzo che altri popoli hanno pagato per esso.
Per anni Raffaella Milandri è stata raccontata soprattutto comeviaggiatrice avventurosa. Africa, Asia, Oceania, Nord America, esperienze insolitaria e incontri con popolazioni lontane: una storia perfetta per latelevisione, che infatti la ospitò più volte. A un certo punto, però, Milandriha scelto di non restare confinata in quel ruolo. Non voleva più essereinteressante soltanto perché raggiungeva luoghi remoti, rischiava la vita oincontrava popolazioni considerate esotiche. Voleva che diventasserointeressanti le domande nate da quei viaggi: perché certi popoli continuavano aessere discriminati? Chi decideva del futuro delle loro terre? Chi traevavantaggio dallo sfruttamento delle loro risorse? Perché l’Occidente amava tantoraccontarne il passato e così poco ascoltarne le battaglie presenti?
Finché raccontava mondilontani, Milandri era un personaggio televisivamente affascinante; quando hacominciato a usare quei mondi per parlare di noi, è diventata una voce moltomeno comoda.
La svolta, in realtà, era cominciata presto. Già nel 2011, con la primaedizione di Io e i Pigmei, il suo primo libro, l’incontro con i Baka delCamerun non diventava l’ennesimo racconto esotico, ma una denuncia didiscriminazioni, marginalizzazione, sfruttamento e violazioni dei dirittiumani. La pagina stampata serviva così non soltanto a raccontare un popololontano, ma a interrogare il lettore occidentale sul sistema dentro il qualequelle violazioni avvenivano. Da allora quel filo non si è più interrotto.
Milandri ha costruito intorno al proprio lavoro una rete di strumentidiversi: libri, articoli, conferenze, radio, televisione, editoria e socialnetwork. Proprio i social sono diventati negli anni un terreno quotidiano didivulgazione: storia messa a confronto con l’attualità, stereotipi smontati,false citazioni e spiritualità New Age contestate, attenzione riportata suterre sacre, sovranità, lingue, diritti e conflitti contemporanei.
L’obiettivo è sempre lo stesso: cambiare il punto da cui guardiamo.
La contraddizione emerge con particolare forza parlando dei NativiAmericani. L’Occidente ne conosce benissimo l’immagine: Toro Seduto, CavalloPazzo, Geronimo, Little Bighorn, le fotografie ottocentesche, le piume, gliacchiappasogni, una generica spiritualità attribuita all’“indiano”.
Molto meno spazio viene riservato ai Nativi di oggi quando rivendicanoterre e sovranità, difendono luoghi sacri, contestano miniere e oleodotti,chiedono la restituzione di resti umani e patrimoni culturali o denunciano leconseguenze ancora vive delle politiche di assimilazione.
È questo il silenzio mediatico su cui Milandri insiste da anni: undato culturale difficile da ignorare. I Popoli Indigeni occupano uno spazioenorme nel nostro immaginario e uno spazio sorprendentemente piccolo nellanostra informazione contemporanea.
Attraverso la rubrica Nativi su L’AntiDiplomatico e ilprogramma radiofonico Nativi Americani ieri e oggi su Radio Talpa,Milandri ha affrontato temi come Leonard Peltier, le scuole residenziali, leterre sacre, Bears Ears, l’appropriazione culturale, la restituzione deipatrimoni indigeni e la costruzione occidentale dei miti sui Nativi.
Dietro argomenti differenti ritorna una domanda essenziale: chipossiede il potere di raccontare la storia?
Perché chi controlla il racconto può trasformare terre abitate damillenni in terre “scoperte”, territori sottratti ai loro abitanti in territori“aperti” alla colonizzazione, bambini strappati alle famiglie in bambini da“educare”. Le parole non sono neutrali: possono diventare strumenti di potere.
In questo percorso ha un ruolo concreto anche Mauna Kea Edizioni, la casa editrice indipendente diretta daMilandri, il cui catalogo dedica ampio spazio ai Nativi Americani, ad autorinativi, testimonianze storiche e opere spesso mai tradotte prima in italiano.
Se si denuncia l’assenza delle voci indigene dal nostro panoramaculturale, infatti, non basta lamentarsene: bisogna creare lo spazio perchéquelle voci arrivino ai lettori.
Anche qui la posizione di Milandri resta scomoda, perché rifiuta tantoi vecchi stereotipi quanto quelli apparentemente benevoli. Contesta il mito del“buon selvaggio”, le cerimonie imitate, i falsi sciamani, le genealogieimprobabili e quella spiritualità confezionata dall’Occidente mescolandoculture differenti.
Essere affascinati da una cultura non significa possederla. Edichiararsi amici dei Nativi non autorizza a reinventarli.
La critica si spinge però oltre la rappresentazione. Già nel 2018, conLiberi di non comprare. Un invito alla rivoluzione, Milandri portava ildiscorso direttamente dentro la società occidentale, mettendo in discussioneconsumismo, accumulazione e identificazione della crescita materiale con ilbenessere.
Il confronto con i Popoli Indigeni diventava così uno specchio. Nonperché le società indigene debbano essere idealizzate, ma perché la loro stessaesistenza dimostra che gli esseri umani hanno concepito in modi differentiproprietà, territorio, comunità, risorse e rapporto con l’ambiente.
Se altri sistemi sono esistiti ed esistono, allora il nostro non ènecessariamente l’unico possibile.
Per molti Popoli Indigeni ciò che l’Occidente chiamava progresso hasignificato perdita delle terre, distruzione delle economie tradizionali,imposizione religiosa, lingue proibite e comunità disgregate. Le loro culturenon sono state cancellate nonostante la “civilizzazione”: troppo spesso sonostate cancellate in nome della civilizzazione. Le terre non sono stateconquistate malgrado il progresso, ma in nome del progresso.
È questo forse il punto più radicale del discorso di Milandri:impedire che le violazioni vengano archiviate soltanto come errori del passatoe chiedere quanto siano state invece funzionali all’espansione del modellooccidentale.
Oggi questa traiettoria trova un nuovo approdo in Voci Native –Alleanza culturale per laconoscenza, la memoria e i diritti dei Nativi Americani e dei Popoli Indigeni,progetto promosso da Omnibus Omnes OdV e ideato da Milandri. Voci Nativeriunisce in una struttura ciò che per anni si è sviluppato attraverso editoria,giornalismo, radio, social, divulgazione e campagne di sensibilizzazione. Tragli obiettivi ci sono il contrasto agli stereotipi e alle falsificazionistoriche, la denuncia dello sfruttamento commerciale e spirituale delle cultureindigene e una maggiore visibilità alle loro battaglie contemporanee.
È un passaggio significativo: dalla voce individuale allacostruzione di una rete.
Raffaella Milandri non cerca soltanto di far conoscere meglio i PopoliIndigeni. Da quasi vent’anni utilizza la loro storia e soprattutto la loroattualità per mettere in discussione il modo in cui l’Occidente guarda glialtri e racconta se stesso. Perché amare un popolo quando è diventatofotografia, leggenda o folklore è facile. Ascoltarlo quando contesta governi,multinazionali, chiese, musei, istituzioni e perfino chi si dichiara suo amicolo è molto meno.
Ed è forse proprio qui che nasce la voce scomoda di RaffaellaMilandri: nel momento in cui ha smesso di riportare dall’altrove soltantostorie affascinanti e ha cominciato a riportare domande alle quali l’Occidentepreferirebbe non dover rispondere.
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